Testimonianze

LA CASA DEL GAVIA NELLE SUE ORIGINI

Una realtà che non poteva mancare nella struttura dell'Oratorio S.Antonio.
Nel 1937 Don Eugenio sorprendeva tutto il rione Garibaldi prendendo una decisione, unica allora, nel suo stile di vita personale: "avrebbe fatto qualche giorno di vacanza", lasciando l'Oratorio in mano ai chierici di allora che rispondevano al nome di Dario Camporelli e Carlo Negri; la Messa domenicale l'avrebbe detta Don Testa o Don Ubaldo. Ma non solo! Quattro ragazzi attorno ai dodici anni lo avrebbero seguito: il sottoscritto, Polerani, Panigati, e Amedei; poi si aggiunse Angelo Pensieri. Destinazione Trona: una casa rifugio con qualche stanzetta dove potevano dormire, su brandine, 7-8 ragazzi, una mansarda dove potevano sistemarsi (per terra) una ventina di ragazzi, una cappelletta, fuori casa in una casamatta cimelio di guerra, un servizio toilette con acqua corrente_mineralizzata perché consisteva in una cascatella d'acqua a 200 metri fuori casa, a temperatura ambiente, cioè gradi zero. A quell'altezza anche Don Eugenio si concedeva una variante allo stile clericale della veste di tutto punto: si toglieva il colletto, si slacciava due bottoni e faceva emergere un colletto di un maglione blu scuro con cordoncino dello stesso colore e due palline di lana. I ragazzi potevano vestirsi come volevano ma con maglioncini di colore diverso per le fotografie a colori (le prime di allora) dove uno di noi si sacrificava a stare fuori perché doveva tenere in mano un rametto di qualcosa per fare il primo piano; per fare una foto lo scatto dura un 25° di secondo, per la preparazione: due ore. Dunque, nel'37: cinque ragazzi; nel'38: quindici; negli anni seguenti sempre di più. Tutti tornavano "gasati" per la bellezza dell'alta montagna; Don Eugenio permetteva la salita al Pizzo Tre Signori con l'immancabile Messa ai piedi della Croce. Ma nessuno doveva salire al Trona o al Varrone e nessuno ci salì... quando era presente lui.
"MA ORMAI L'IDEA ERA NATA": l'Oratorio doveva avere anche una casa in montagna, di alta classe oltre che di notevole altitudine, in grado di competere con i rifugi alpini esistenti. Ma dove? Undici anni dopo (eravamo nel 1948) Don Eugenio mi metteva a parte di una scoperta dalle parti di Pontedilegno - S.Caterina Valfurva di una casa abbandonata... Ma secondo lui promettente. "Ora occorre qualche bravo architetto, qualche avveduto ingegnere e un attento direttore dei lavori per metterla in funzione. Vediamo un po' chi potrei trovare... Farò tutto io "esclamò molto umilmente(!) E così fu. Doveva essere una casa alpina attrezzata di tutto punto, confortevole, accogliente... Ma soprattutto "TUTTA ED ESCLUSIVAMENTE PER L'ORATORIO MASCHILE E FEMMINILE" del futuro: una casa seria dalla disciplina feroce perché "soltanto con l'ordine - giuramundo" ci può essere allegria e benessere. Quando rivelò il luogo dove sarebbe nata la casa di montagna per "eccellenza" apparve a tutti una specie di pazzia... Per la difficoltà di costruire a quell'altezza un edificio del genere, con le attrezzature che erano state pensate e in certi mesi dell'anno. Cominciarono i numerosi viaggi: Milano - Gavia. Quando partiva la spedizione degli addetti alla costruzione della Casa del Gavia, l'Oratori, era in stato di allerta: i mezzi motorizzati ostruivano il cortile, mancava la fanfara per accompagnare l'uscita degli eroici costruttori e per i giorni di trasferta dei tecnici carpentieri muratori, elettricisti, falegnami, idraulici, ecc. L'attesa era ansiosa: manca tanto a finirla? Oltretutto giravano certe idee nelle teste di tutti che la strada del Gavia fosse "diabolica ". La più terribile e la più pericolosa dell'Italia; andare al Gavia d'inverno era come andare al Polo Nord; la strada era stretta, senza ripari (i guard-rail neppure esistevano), la nebbia toglieva L vista, i burroni si susseguivano dopo ogni curva... Don Eugenio è un po' matto... Mah! Ma a dispetto di ogni paura, la casa fu costruita. E le vacanze al Gavia erano le più esaustive di ogni esigenza fisica e spirituale. Salire sul Pizzo Gaviaè stato proibito per un po' di anni stante l'idea di Don Eugenio che non si doveva arrischiare la pelle per certe emozioni di altezza. Ma Don Eugenio non poteva essere sempre presente e certi temerari... hanno disubbidito compreso il sottoscritto in un memorabile pomeriggio d'agosto in compagnia di un sacerdoti compagno di ordinazione che ora è l'Arcivescovo di Torino, il Cardo Giovanni Saldarini, che ha mandato il suo benedicente augurio per questo anniversario. Passeggiata di riguardo, il nevaio verso il Gran Zebrù con l'immancabile granatina al nescafè (neve nel bicchiere, una cucchiaiata di nescafé, un po' di zucchero, una mescolatina), ma certi coraggiosi hanno fatto ben altro. Don Eugenio, imperterrito nel suo look clericale, obbligava Don Saldarini a stratagemmi vari per tenere la veste e non morire di caldo; su la veste fino alla cintura con casti pantaloni alla zuava, maniche rimboccate fino a 4 cm. sopra il gomito, colletto della veste slacciati ali 'ultimo bottone... la veste era visibile per 20 cm. quadrati ma c'era! Un giorno, io arrivo da Cavalese (dove mi trovavo con la mamma) con un gruppetto di uomini dell'albergo ai quali avevo preannunciato meraviglie sul conto della Casa e del "suo reverendo; accidenti: non avevo la veste ma ero nel più rigido e preciso clergyman. Entro nel refettorio di sinistra, Don Eugenio mi squadra e rivolto ai presenti dice: "Queste dovrebbe essere un prete" e poi, terminato il discorso che stava facendo, aggiunse: "Posso offrirvi un caffè?". I miei compagni di avventura mi hanno subito detto: "Bell 'amico di prete che ha lei". Ma Don Eugenio era sempre e comunque l'amico prete che nelle lunghe conversazioni passeggiando per la stradina tra la Casa e il Crocifisso, e sul sentiero del Berni, riversava ne cuore di tutti il suo vero amore fraterno e paterno al di là di certe familiarità non sempre costruttive di moda oggigiorno. Una sera mi disse che doveva urgentemente discendere a Pontedilegno per parlare di una cosa importante con un uomo importante. Scendiamo; in una trattoria del paese, scambia qualche parola con il gestore del locale, poi s mette a fare giochetti alle carte con i presenti; passano le ore; mi dice che bisognava ritornare gli chiedo. "Ma non aveva preso l'appuntamento con quel signore?" Risposta. "Se gli chiedevo l'appuntamento quello non si faceva trovare"... E tornammo al Gavia... Erano le 11 di sera; dopo un'oretta eravamo nella nebbia più fitta: "guarda fuori dal finestrino - mi dice vedrai le pietre al bordo della strada".
- Ma qui non ci sono pietre!
- Va avanti lo stesso che qui funziona il nostro Angelo Custode.
- Speriamo non sia quello che accompagna le anime in Paradiso.
- Fermati - mi dice Don Eugenio - la Casa non si vede ma deve essere da queste parti...
lo chiedo "ma la Casa usa uscire di sera?"
- Alt. Lasciami scendere che la Casa deve essere a dieci metri.
E per fortuna era così!
Indimenticabile Don Eugenio!
Indimenticabili giorni al Gavia.
Tanti di noi non ci sono più a rivivere quei giorni ma la Casa c'è a fa di rivivere e bisogna TORNAR VI per ritrovare le radici non della sua storia ma della nostra felicità di un tempo.

Angelo Conca

Monsignor                         

Angelo Conca

S. Eminenza il Cardinale Saldarini, interpellato telefonicamente, ha mandato la Sua benedizione augurale, ricordando le "belle giornate della comune giovane età".
Grazie Eminenza

S. Eminenza il Cardinale Saldarini

S. Eminenza                         

Cardinale Saldarini

... RICORDO

Ricordo con nitidezza quel Febbraio del 1948 a Sant' Apollonia.
Eravamo andati a fare ...una piccola settimana bianca!
Si sciava sul prato dietro l'albergo: niente seggiovia, pochi sci, tanti fondi di pantaloni... Don Eugenio mi ha portato a Pontedilegno, dal carissimo Don Giovanni Antonioli, parroco, perché doveva chiedergli se, in zona, c'era una casa per i "suoi giovani".
Si, forse, al Passo di Gavia, rispose.
Mi interesso, ma è una costruzione fatiscente aggiunse.
Mi pare che i proprietari siano "ventisei persone" eredi dell' antico proprietario.
Andiamo a cercarli.
Trovatone alcuni sono cominciate le trattative, concluse poi, con tanta pazienza, dal Rag. Bosacchi.
Il resto è noto; la realtà attuale la conosciamo tutti.
Vorrei sottolineare la gioia di Don Eugenio, allora; gli brillavano gli occhi.
Ed a me ha raccontato quello che la Casa avrebbe dovuto essere e significare per la vita dei "suoi giovani".
Casa del Gavia, prolungamento, durante le vacanze, dell'azione pedagogica cristiana dell'anno scolastico.
E soprattutto, nel clima, nel silenzio, nella disciplina, nell'esercizio fisico, nello stare insieme: momenti forti di irrobustimento dello spirito.
Don Eugenio ha veramente "investito" nel Gavia tante energie, entusiasmo, progetti, come Sacerdote-Educatore di giovani.
La sua memoria resta e continui.
Non solo della sua persona, ma soprattutto del suo spirito e del suo metodo educativo

Monsignor Renzo Cavallini

Monsignor

Renzo Cavallini

41 ANNI!

Ho frequentato il Gavia per 41 anni, a partire dal 1957: solitamente salivo al mese di luglio mentre Don Renzo mi sostituiva nella mia Parrocchia, vicino al convitto dell 'Ignis di cui lui era direttore. AI Gavia ho messo a frutto, continuando la, l'esperienza fatta dal 1949 al 1954 nella casa di Branzi. Ho condiviso con Don Eugenio i momenti in cui si stava ristrutturando la Casa, sostituendo le reti con i letti a cuccetta che ci sono ancora oggi, pedinando le pareti e i soffitti: lavori preziosi, eseguiti con un gruppo di operai di Lissone. Il mio primo viaggio, nel' 57, fu una rapidissima andata e ritorno, con poco tempo anche re! mangiare una frugale polenta e gorgonzola.:.) Ma con Don Eugenio, si sa, si correva sempre. Lui voleva che nelle gite, e anche nelle scalate, si tenesse la veste di sacerdote. Ma io, non appena avevo girato la curva del Lago Bianco, la piegavo e la mettevo nello zaino. Tutti sanno che Don Eugenio faceva tardi alla sera: giocava alle carte, raccontava le sue avventure, suonava il pianoforte. Quante belle serate trascorse in allegria intonando i canti di montagna! lo però, se potevo, preferivo andare a letto presto, perché la sveglia, alla mattina, suonava all'alba. Proprio Don Eugenio era l'unico a concedersi qualche ora di riposo, recuperando così il sonno arretrato di tutto un anno. Qualche volta, anche se doveva celebrare la Messa, si alzava a mezzogiorno. Parecchie volte ho perso la pazienza con lui: per esempio su questioni di puntualità, oppure sulla disciplina. E qualche volta ho minacciato di lasciare tutto e di tornare a casa. Ma poi sono rimasto per 41 anni. Dopo aver fatto la patente sono stato nominato autista ufficiale del Gavia: non vi dico la fatica per l'apertura, quando dovevamo andare a prendere i materassi, i cuscini e le pentole dalla cantina di Don Giovanni, a Pontedilegno, per portare tutto al Gavia. E se il tempo non era buono erano dolori. Bisognava aprire l'acqua della cisterna, montare la baracca per il furgone e, senza frigorifero, portare le pentole con la carne fuori dalla casa, infilandole sotto la neve. In quei primi anni anche lavarsi era duro: l'acqua era tanta, ma gelata, per cui ogni tanto preferivamo fame a meno. Don Eugenio era particolarmente duro e pignolo quando c'erano lavori da eseguire, e al Gavia, come ben sa chi I 'ha frequentato, i lavori non mancavano mai. Proprio pensando ai lavori mi piace ricordare il personale passato dalla casa. La signora Emma, le sorelle Mariani, la signora Giuseppina e la signora Edvige, i cuochi. Così come non posso dimenticare la nostra guida, Dante Vitalini, che ci ha sempre accompagnati con tanta pazienza e bontà, sopportando la sfrenata allegria dei ragazzi. Ormai sono vecchio, ho già compiuto i 73 anni, ma i ricordi sono incisi nella memoria. Ho buttato giù quattro righe in fretta, senza alcun pretesto, forse anche un po' alla rinfu8'a. Mi rimangono da fare due raccomandazioni: ricordatevi sempre degli alpini morti alla Rocce, celebrando ogni 20 luglio la Santa Messa per loro. E ricordatevi di tutti i ragazzi passati dal Gavia che, in questi anni, ci hanno lasciato per il premio del Paradiso.

Don Ambrogio Guffanti

Don

Ambrogio Guffanti

IL GAVIA CANTA

Non so se il santo re Davide, o chi per esso, si sia ispirato allo scenario del Gavia per cantare i magnifici Salmi 8 e 104, i grandi inni alla creazione. Non me ne stupirei. È sicuramente spettacolare il tramonto del sole sul Libano o la notte stellata che incombe sulle mura di Sion, e certamente suggestivo il desolato deserto di Kades o la statuaria imponenza dell'Ermon, ed indubbiamente impressionante il lamento della cerva che cerca l'acqua trai sassi di Negheb. Ma non risulti sconveniente il paragone di tanto fascino, mirabilmente cantato,. con le cime dell' Adamello allo spegnersi del sole, il manto nero della notte intarsiato di luci splendenti come fari sopra il Lago Bianco, l'arido pietrisco dei canaloni del Tre Signori, la primitiva fastosità del monte Gavia e lo scalpitio dei camosci in cerca di cibo alle baite di Caione. Ho volato su questi due scenari a prescindere, forse, dalla testimonianza che mi è stata chiesta per le tante estati trascorse al Passo di Gavia, ma le mie affermazioni potrebbero suonare retoriche perché filtrate da emozioni soggettive e quindi poco interessanti e non imparziali. Passo quindi la mano al vero credibile testimone di una bellezza indescrivibile. È il Gavia stesso che fa del suo esistere un'incontestabile dichiarazione indicando una chiara sintesi dello splendore e del terrore della natura, incredibile simbolo di una realtà trascendente. Il Gavia celebra col canto della sua seduzione un' autentica liturgia che unisce la terra al cielo, il dicibile all'ineffabile, l'uomo a Dio. Forse anche per questo il Gavia è stato voluto.

Ivano Vaglia

Ivano Vaglia

LA MORTE DEI GIOVANI ALPINI

Il mattino del 20 luglio 1954 gli ospiti della Casa del Gavia si preparavano ad effettuare una delle solite escursioni in zona. Incaricato alla distribuzione delle razioni viveri per i gitanti, dopo la loro partenza mi affacciai alla finestra della direzione e notai un autocarro militare, carico di giovani soldati, fermo al Passo. Un ufficiale e l'autista erano a terra e commentavano le ammonizioni di pericolo riportate sul grande cartello A.N.A.S. : "ss 300 - Strada stretta -Curve pericolose - Caduta Massi " e del cartello che vietava il transito agli autocarri. Erano circa le ore sette quando l'ufficiale comandò di iniziare la discesa verso Pontedilegno. lJn'ora dopo, portata da due gitanti sconvolti e a loro volta bisognosi di aiuto, arrivava alla Casa, allora unica al Passo, la notizia della spaventosa sciagura. Il camion con i soldati partito dal Gavia si era fermato nel tratto più brutto e pericoloso del percorso: alle "rocce" sopra la zona del Lago Negro. Mentre l'ufficiale e l'autista erano a terra, forse per controllare le condizioni del percorso, il veicolo, per ragioni mai chiarite, si era messo autonomamente in movimento sulla strada in discesa fino a precipitare nel burrone trascinando con sé la vita di ben diciotto giovani Alpini! Poiché di li a poco sulla statale 300 dovevano transitare i partecipanti alla gara di regolarità motociclistica "Liegi-Milano-Liegi" si provvide subito a bloccare il Passo (la gara fu poi sospesa). Tutti i giovani presenti nella Casa si misero a disposizione collaborando nelle operazioni di un ormai invano soccorso. Alla dolorosa disgrazia seguirono inchieste, polemiche, campagne di stampa e processi: ma non risulta si sia arrivati ad accertare responsabilità per quanto accaduto. Nel luogo della sciagura è stato posto un cippo in marmo bianco che ricorda le giovani vittime. Dal 1955, vincolati da un voto perenne fatto nei giorni successivi al luttuoso avvenimento tutti gli anni, i120 luglio, gli ospiti della Casa del Gavia si recano al "Cippo degli Alpini" per celebrare la Santa Messa e pregare in suffragio dei giovani caduti.

Luigi Restelli

Luigi Restelli

Cippo degli Alpini

Cippo degli Alpini

IL SOGNO GAVIA

Nessun riferimento temporale, ciò che alla mia memoria affiora è un fatto accaduto e come tale rimane presente, sempre vissuto giorno per giorno. Siamo tutti raccolti, la sera dopo cena, nel salone centrale del" Sogno Gavia ". Il Don per antonomasia ci informa che senza alcun preavviso verranno effettuate delle esercitazioni di soccorso alpino. Le giornate si susseguono con quel famoso ritmo accelerato che "quelli del Gavia conoscono: ti stanca e ti rigenera in eguale misura. Si parte al buio per una cima, missione: celebrare la Santa Messa al nascere del sole emozione unica. Si affronta un canalone, difficoltà medio-alta, molta attenzione, silenzio assoluto. Quasi tutti superiamo l'ostacolo, quando uno di noi accusa crampi e male di alta quota.' Viene dato l'ordine di chiedere soccorso alla casa madre (niente telefonini!). Tre unità ritornano al punto di partenza per attivare il pronto intervento. lo, uno dei tre, rientro alla base e con quanto fiato mi rimane grido "aiuto!" c’èI un'emergenza. Si riprende l'ascesa con la squadra opportunamente attrezzata. Raggiungiamo il finto infortunato e il Don ferma il cronometro: "Bravi" il tempo impiegato è ottimo, la coordinazione è perfetta ed il risultato è stato conseguito. Si riprende l'ascensione e noi con Lui siamo più felici di vivere il "Sogno Gavia".

Maurizio Vittani

Maurizio Vittani

TESTIMONIANZE SUL GAVIA

Ho vissuto l'esperienza del Gavia nella triplice veste di ragazzo, di collaboratore di Don Eugenio e di responsabile. Vorrei ricordare solo tre avvenimenti, fra i tanti, legati ai preti che hanno contribuito a maturare il mio sacerdozio, che deve molto al Gavia.
** Luglio 1956: un sabato pomeriggio, mentre alcuni ragazzi tornavano a Milano con il glorioso "gippone" ed i pochi rimasti passeggiavano verso il rifugio Berni, la Provvidenza volle che io e Don Renzo ci incamminassimo verso il Lago Negro. Al Gavia non solo ci si diverte o si contemplano i panorami, ma si parla anche della vita. Per la prima volta espressi a Don Renzo la sensazione di avere la vocazione al sacerdozio. Si sviluppò una riflessione lunga fin quasi al cippo degli Alpini, una direzione spirituale intensa, programmatica per la mia vita di preghiera, di studio, di servizio all'Oratorio, di collaborazione con i sacerdoti... Ho sempre ritenuto che il periodo della vacanza dovesse servire anche a ripensare la propria vita e proiettarla nel futuro. Il Gavia anche negli anni seguenti fu, per me, un momento di continua riflessione.
** La seconda esperienza fu vissuta con Don Eugenio. Ero Responsabile del gruppo dei ragazzi che, quel giorno, raggiunsero il Passo di Pietrarossa. Nel ritorno, è noto, che su un ghiaione scivolò Franco. Ci trovavamo in uno dei valloni oltre il Lago Negro. Mandai ad avvisare Don Eugenio, che tardò un poco perché in gita con le nuove leve. Fu anticipato da altri giovani, a cui va il mio ringraziamento. Anche i ragazzi, che erano con me, dimostrarono una notevole solidarietà. Giunse Don Eugenio ... gli andai incontro. Mi salutò dicendomi: "Adess te see se l'è la respunsabilità". Avevo allora diciannove anni, ma quella frase ... mi accompagna tuttora. Il Gavia è il luogo dove ognuno impara a prendere le responsabilità per stesso e per gli altri.
** Il terzo sacerdote che vorrei ricordare è DonAmbrogio. Ero già Parroco del Sacro Volto. Don Ambrogio salì al Gavia con l'ordine perentorio del medico di fare convalescenza a seguito di un intervento chirurgico. Io e i ragazzi, guidati da Dante, la nostra amata guida, tornavamo al laghetto di Vallombrina e camminavamo a metà costa sotto la vedretta della Sforzellina, quando lontano ci appave la figura di Don Ambrogio che ci veniva incontro. Lo sgridai. Mi rispose che "non si può rimanere fermi a piangere i propri mali. I disagi – continuo -vanno aggrediti, non subiti; solo così si possono superare e si può continuare a vivere". Si, grazie Don Ambrogio!
** Un'ultima riflessione. Il Gavia, dunque, è maestro di vita umana e spirituale: vi si impara il sacrificio, laresponsabilità, la solidarietà, l'ubbidienza, ma specialmente l'umiltà, che mi ricorda che non posso improvvisarmi alpinista. Devo imparare a camminare su neve, su ghiaccio, sui sassi, impugnare una piccozza, procedere in cordata ... Solo così potrò raggiungere una meta impegnativa. Proprio come nella vita: quante cose devo umilmente imparare per proiettarmi nel futuro! Questa umiltà dice anche un nuovo rapporto con Dio. Mi aiuta a comprendere il suo amore verso l'uomo, che è minuscolo nei confronti dell'immensità del cielo, della maestosità delle cime e delle valli e della straordinaria bellezza dei fiori, ma che ha ricevuto tutta la creazione in dono.
Allora viene spontaneo pregare con le parole del Salmo 8: "Se guardo il cielo opera delle tue mani, la luna e le stelle, che tu ci hai fissate, che cos 'è l'uomo perché te ne ricordi? Eppure di gloria e di onore lo hai coronato e gli hai dato potere sulle opere delle tue mani O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! ".

Don

Sandro Villa

AURORA SUL GAVIA

Come d'accordo la signora Emma ci sveglia alle cinque (del Gavia) e ci alziamo, cercando vincere il torpore, nel silenzio, rotto a tratti dallo scricchiolio del pavimento sotto i nostri piedi e ritmato dal regolare respiro degli altri compagni che ancora dormono. Dopo venti minuti siamo in cucina a bere il caffè del signor Lucio, che frattanto ci parla dell'acqua che scarseggia nei rubinetti e ci chiede di dare un'occhiata ai filtri, su alla vasca di raccolta sotto la cima Gavia, dove appunto noi abbiamo il nostro appuntamento con l' aurora. Preso l'occorrente usciamo all' aperto prendendo la strada che porta alla curva dell'acqua. Il cielo sopra noi è terso, nel suo blu rotto dal tremulo brillare delle stelle che fanno gioiosa compagnia nel freddo pungente. Lasciamo la strada ed iniziamo la salita sulla pietraia che porta alla trincea dove prendiamo la mulattiera per l'anticima del Gavia. Procediamo con passo lento, cadenzato ed in silenzio con lo sguardo verso terra per meglio distinguere nell'oscurità rotta dalla luce delle nostre pile. Il cielo tenuemente schiarisce ad est e le stelle appaiono più opache. La mulattiera si è trasformata in esiguo sentiero che a tratti scompare così che iniziamo a inerpicarci liberamente. Appena trovato un terrazzino adatto ci sediamo in attesa: siamo sotto l'anticima del Gavia Il nostro ansimare si spegne pacatamente mentre osserviamo il contrasto tra la valle, ancora buia, ed il cielo, ora di un blu tenue, sul quale si staglia la nera cresta del Pietrarossa. In lontananza si ode il confuso mormorio delle acque, che scendono dai nevai del Tre Signori e del Gaviola, rotto a tratti dallo stridulo garrire di alcuni uccelli in volo sul Gavia che torreggia alle nostre spalle. Ma a distrarci da quella "musicalità" ecco il primo annuncio dell'astro sorgente: albeggia dietro la Sforzellina che pare voglia quasi ritardarne l'apparizione. Ora i primi raggi del sole lambiscono il manto perennemente nevoso dell'Adamello che assume un tenue color ciclamino cangiante che si trasferisce, di li a poco, sulle diverse chiazze nevate del Pietrarossa. In silenzio assistiamo al vivificarsi attorno a noi della imponenza delle montagne e, per contrasto, ci sentiamo umilmente piccini mentre i sensi sono attonitamente partecipi e l'animo percepisce attimi d'immenso. Le parole non possono esprimere l'esultanza dell'animo ed il tumulto del cuore che scaturiscono da questa "percezione d'eternità": i sentimenti "esultano al cospetto di Dio" e noi, immersi in questo vasto cielo ne percepiamo commossi la presenza. Dietro la Sforzellina s'innalza ora il sole e ci inonda di caldi raggi festosi: l'alba cede il passo al giorno e, quasi svegliandoci da un incanto, lasciamo il nostro punto d'osservazione ed iniziamo la discesa. A sfogo di sentimenti che il cuore non riesce quasi a contenere, scendendo cantiamo sommessamente. Intanto il sole raggiunge anche il fondo della nostra valle e, via via, ravviva di colori il grigiore dei sassi, la Casa ed il Lago Bianco che, immoto assorbe il turchino del cielo sembrandone quasi un tassello sfuggito. Si scende cantando consapevoli di andare incontro ad un giorno che ci apre all'ambiente circostante e ci offre il contatto con meraviglie che non immagina possano esistere chi non sa immergersi nell'incantesimo della natura.
La nostra giornata è iniziata con questa sacralità.

Maurizio Vittani

Pigi

IL GAVIA, OVVERO, L'ASPETTO "LUDICO"

(Viene richiesto l' anonimato del relatore visto che quello degli interessati lo è di fatto: questo al fine di evitare "rappresaglie").
** MEDICINA
C'era un "dotto" in discipline farmaceutiche compagno di scuola di Monsignori che, con
mansioni di direttore, allungava talora il "dolcelfrutta cotta" serale con discrete dosi lassativo, salvo far sparire poco dopo da tutti i servizi qualsiasi traccia di "dotazioni igieniche".
Sembra svolga ancora la professione.
**VENDETTA
Una pasta di giovane, fisico da lottatore, tirava ogni tanto, purtroppo per te, un "cartone" e ti fiaccava il cervello.
Una sera sul tardi, inviati a letto tutti i più giovani, seduti al tavolo di legno, tirato bianco con la candeggina, nella vecchia cucina, una decina di irrequieti ventenni consumava olezzante taleggio, vino rosso innominabile e pane di dubbia data.
La luce, tanto per cambiare, mancò.
Venne accesa al centro della tavola una candela.
Il vino rosso cominciava a fare il suo effetto.
Qualcuno tirò fuori dei salamini.
Il "lottatore "brandì un affilatissimo coltello e li affettò.
Le prime e anche le successive fette furono tutte sue: improvvisamente si fece pallido, poi cianotico.
La candela al centro del tavolo proiettava sul muro la sua enorme ombra, anch'essa in difficoltà.
Un amico (l'unico) a lui vicino, a pugni sulla schiena, cercava di liberarlo dal boccone traditore.
Nessuno degli altri aiutava il "tiratore di cartoni"; complice il "rosso" erano tutti a terra a sbellicarsi dalle risa.
Improvviso arrivò lo "sblocco "; il respiro tornò e con esso il colore del viso: rosso per l'ira. I dieci semidelinquenti burloni e brilli rinsavirono immediatamente: terribile fu la gara a non rimanere ultimo nella vecchia cucina.
A tutti buona notte! (Si sperò).
** RICORDO
C'è chi, scherzosamente e forse con un eccesso di confidenza, lo chiamava "bel pacciart”, "pacciarottèl".
Egli è comunque blasonato e nipote di Sacerdote.
La sorte è curiosa e gli ha riservato un mezzo particolare per ricordarsi per sempre del Gavia "il gusto!".
Soleva prendere il tardo sole mattutino su di una sedia appoggiata al muro della Casa, lato Lago Bianco.
Un malaccorto (alcune malelingue dicono non fosse solo tale) affacciandosi ad una finestra del secondo piano, esattamente "a piombo" sopra il "blasonato" si lasciò sfuggire, non si sa come, la barra di larice apri/persiane.
Dice ancora oggi "il nostro" che, come allora, "gusta" talvolta sull'alto del palato il sapore del larice.
(Questo sembra dovuto anche al fatto che al "malaccorto" la barra sfuggì una seconda volta nelle medesime circostanze di tempi, di luoghi e di presenze. Quando si dice il Fato...).

L.S

Passo Gavia

Passo Gavia

Luglio 1973 Bivacco del Money in alta Valle d'Aosta

Sono preso dai miei pensieri ma il predominante è quello legato all'ascensione di domani: il nostro obbiettivo è la Traversata degli Apostoli e per questo siamo venuti qui direttamente dal Gavia. Il gruppo (siamo in tre) si è già "sfilacciato": uno di noi, infatti, ha deciso di compiere un'altra ascensione con delle persone di Torino incontrate al bivacco mentre io e Bruno intendiamo mantenere il proposito originale. L'alba è proprio di quelle "giuste" per intraprendere ascensioni in alta montagna: partiamo fiduciosi alla volta del ghiacciaio convinti che sarà un "giorno grande" per noi. Il pendio verso la cresta è veramente ripido, ci fa un po' faticare ma arriviamo sul filo di cresta abbastanza agevolmente. Traversiamo la prima e la seconda cima del S. Andrea e sostiamo al colletto sotto il Gran S. Pietro: le condizioni della montagna non sono le migliori, c'è del ghiaccio sulla paretina di attacco ed il pendio alla base è abbastanza esposto. Le motivazioni della vigilia si affievoliscono subito, la determinazione non è più quella giusta, si parte ma con poca convinzione. Bruno supera la cresta e arriviamo al pendio di attacco che si presenta in condizioni peggiori di quanto immaginavamo: la rinuncia è una cosa automatica. Torniamo al bivacco abbastanza mesti: valeva la pena di lasciare il Gavia? Due sere prima avevamo discusso con Don Eugenio sulla nostra idea, lui cercava di convincerei a rimanere ma noi eravamo di avviso contrario. A quell'età (18 anni) la voglia di affrancarsi è molto forte e ritenevamo che un' esperienza in montagna "autonoma" fosse molto interessante e, forse, inconsciamente volevamo provare a noi stessi di essere capaci di andare in montagna da soli. Don Eugenio era forse preoccupato che ci accadesse qualcosa e non si capacitava di questo nostro progetto: d'altra parte avevamo incominciato ad andare in montagna al Gavia e non vedeva il motivo per cui si fosse dovuto andare in altro posto. Le sue preoccupazioni, ritengo, non fossero esclusivamente ambientali: in lui era molto forte il desiderio di protezione verso i suoi ragazzi ed era consapevole, in quanto esperto della cosa, dei pericoli a cui l'attività in montagna espone. Quella sera pur avendo deciso di proseguire nell'idea originale mi venivano alla mente tanti ricordi che mi portavano a pensare di non avere avuto la giusta riconoscenza verso Don Eugenio e, magari, di fargli anche un piccolo torto. Ricordavo quando, alla sera prima di dormire, con la casa priva di riscaldamento, passava presso ciascuno di noi, ci parlava brevemente e si accertava del fatto che avessimo messo il foglio di giornale per riparaci dal freddo. E, di quando, in occasione del "battesimo" dell'alta montagna con la consueta gita alla Cima Presena del gruppo Adamello, si era premurato di farmi prestare gli scarponi da neve che non avevo. Tanti altri ricordi, non legati esclusivamente al Gavia, che avevano come denominatore comune l’aspetto rilevante la figura di Don Eugenio, con tutte le attenzioni ed i riguardi che mi aveva osservato. Sono partito dal ricordo di quando ho lasciato il Gavia per compiere la prima ascensione alpinistica "importante" per fare riflessioni sul significato che ha avuto per me il Gavia, non considerato in quanto ambiente naturale ma per l'esperienza di vita che esso ha rappresentato. Per me è naturale associare il Gavia alla figura di Don Eugenio in quanto sono convinto che in quel luogo Don Eugenio dava il meglio di sé stesso. Ritengo che ciò dipendesse da una serie di ragioni ma, la principale, fosse quella che era consapevole che un'esperienza trascorsa in un ambiente talmente particolare fosse più "incisiva ", sotto il profilo educativo di altre. Durante la sua permanenza, egli dedicava a noi ragazzi molto tempo in colloqui individuali o di gruppo e, almeno per quanto mi riguarda, il binomio Gavia/Don Eugenio costituisce per me ancora adesso, a distanza di molti anni, un valore assoluto che ha segnato la mia vita. L'esperienza del Gavia, oltre che per le motivazioni che ho cercato di esporre in precedenza, mi è molto cara: gli amici che ancora frequento ed a cui sono più legato sono quelli con cui ho incominciato ad andare in montagna al Gavia e, non c'è occasione di incontro "collegiale", nella quale non si vada a parlare dei tempi trascorsi lì tutti insieme. La passione per la montagna, che con il passare degli anni è sempre più forte, è sicuramente maturata dopo le esperienze trascorse al Gavia che mi hanno data la possibilità di vivere momenti molto intensi. Probabilmente nella vita di ciascuna persona ci sono momenti e situazioni che, per una serie di circostanze anche occasionali, lasciano un segno più forte di altri ed anche a distanza di anni è piacevole ripercorrerli con la mente in quanto trasmettono serenità: il Gavia per me è sicuramente uno di questi.

Maurizio Vittani

Giuseppe Gervasio

L'ascensione

Dunque, vediamo se ho preso tutto: ramponi, piccozza, corda, moschettoni, ghette.

Si c'è tutto. OK, sveglia presto e domani si parte.

L'ascensione è difficile e domani sarò il capocordata, rivedo pian piano il tragitto: la strada, il sentiero, superato il torrente si gira a destra seguendo la mulattiera si comincia a salire, ai piedi del nevaio ci si lega e si segue il dolce crinale del monte fino a raggiungere il dosso.

Si segue la cresta e si arriva al ghiacciaio, superatolo si giunge alla cresta finale.

È l'alba si parte; intanto che usciamo dal sonno cominciamo a salire, passo dopo passo senza fretta, non si deve mai correre in montagna, intanto che salgo ripenso ai consigli del Dante.

Siamo al nevaio, ci si lega e si torna a salire.

La mia cordata mi segue, ho una grande responsabilità, devo badare che nessuno metta il piede in fallo.

"Stai attento segui i miei passi"

"Non correre, sali piano e tieni in sicura la corda"

Vedo altre cordate, figure di grandi e bambini, chi più a monte, chi più a valle, le guardo e riconosco alcuni di loro: Sandro, Franco, Piero, Beppe, Massimo ma poi tanti e tanti altri, ognuno con la sua cordata, insieme verso la cima.

Continuiamo a salire, alcune cordate sono più avanti, altre più indietro, alcune le ho perse di vista, ma sotto un sole cocente arriviamo alla cresta finale.

"Forza un ultimo sforzo"

"Ci siamo: la cima"

"Ehi papà - dice Emanuele, il mio secondo di cordata - è bello quassù, si vedono tutte le montagne intorno". "Papà, domani saliamo su quella cima più alta". Certo piccolo, domani saliamo più in alto, ma sarai tu il capocordata".

Antonio Rossello

Passo Gavia l'ascensione

Passo Gavia, l'ascensione

GAVIA: UN "PROBLEMA DI CUORE"

Per chi ha conosciuto il Gavia con Don Eugenio era quasi un rito: il conto alla rovescia alla penultima curva era sempre perfetto, allo zero compariva la "Casa". Stupore generale! Il cuore trasaliva di gioia e pareva dilatarsi nei grandi spazi e nei silenzi delle notti trapuntate di stelle. Il mio '68 inizia proprio così: da quattordicenne nel mitico pullmino, i fogli di giornale sulla pancia per proteggermi dal clima freddo, le lancette dell'orologio spostate sull'ora Gavia, il fascino della guida, il Signor Dante. E fu subito contagio! Se ripesco nel bagagliaio delle mie esperienze personali è quasi una operazione nostalgica, ma salutare. Gli anni belli dell'adolescenza e gli impeti della giovinezza sono segnati dal marchio Gavia ed è motivo di vanto e di appartenenza. Come spiegare al sociologo che negli anni della contestazione io forgiavo il carattere a 2652 metri ripulendo il "muretto" dalle cartacce e dagli scarichi della fogna? O tentando di erigere quel dannato garage di legno? O trasportando, alla "chiusura" tutti i materassi nella canonica di Pontedilegno? Ma qualche anno dopo, finalmente, crebbi in autonomia e per "realizzarmi" venni invitato un bel settembre, con una telefonata dai toni non equivoci, a fare il manovale per lo scavo della nuova sorgente. Figuriamoci, non l'avevo mai fatto prima d'allora. Un' esperienza eccezionale! Ricordo trionfante le gocce di minio sulle pedule (conservate per anni), l'imbarazzo per il dolore delle mie prime vesciche sulle mani, le otto-dieci sogliole fritte che divoravo dopo un piattone di pastasciutta. E un bel giorno, arrivato ai mitici diciotto anni, la solita telefonata: "Hai già preso la patente? Devo andare al Gavia domani, portala! Non si mai. "E così di colpo mi ritrovai a sostituire ufficialmente l'autista, guidando per la prima volta il pullmino salendo da Ponte una sera, con Don Eugenio accanto che si fingeva noncurante. Quella volta il cuore sussultava tremebondo e le mani sudavano. Comunque la carriera di autista continuò a lungo e dopo un famoso rientro a Milano ( "ch'e l fioeu lì el consuma poca benzina!") fui proposto come Cooperatore. Poi ci fu l'esordio delle ragazze e in un mitico 3 settembre (compleanno mio e di Don Eugenio) partiti dal Gavia con la pioggia per la spesa a valle, dopo solo tre ore restammo bloccati per la neve nella pineta di Santa Caterina io, Claudio ed Emilio Festari. Guadagnammo il Passo a piedi nella neve alta portandoci appresso le torte. Che impresa! Le foto ancora documentano la commossa accoglienza dei dispersi (noi o le torte?) Crocifisso, con Don Eugenio e il Signor Rossi. Rievocazioni o miti? Goliardie o maturità? Vacanze o responsabilità? Dopo trent'anni, ora ho un appartamento in Val di Sole, in linea d'aria proprio alle spalle Tre Signori Ad ogni viaggio, arrivati in prossimità del terzo tornante del Tonale, inizia il conto, rovescia finché non appaiono le sagome delle Anticime e del Corno Gavia. Margherita sorride. E il mio cuore ha nuovamente un sussulto!

21 giugno '98: week-end in montagna con la famiglia. Porto Margherita e le bimbe al Lago di Pian Palù: la loro prima "gita", il primo sentiero mucche, i fiori, i colori. Descrivo, fotografo, le entusiasmo, brillano gli occhi delle piccole, le prendo in braccio per fatica. Ma non accadeva lo stesso anche con i ragazzi, lassù? In fondo al lago, il Tre Signori e la Sforzellina carichi di neve: dietro c'è la Casa! Il cuore è commosso e sgomento, ma pieno di felicità. Ho chiesto ad un cardiologo: "cardiopatia nostalgica da Gavia"? L'ho messo in crisi. Nei sacri testi non vi è menzione.

Maurizio Vittani

Alberto Cozzi

A TUTTO GAS

L'esperienza della vacanza estiva al Gavia è stata per me molto forte e significativa; mi insegnato la bellezza, la gioia ... e anche la fatica della vita comunitaria in un momento centrale della mia crescita come quello dell'adolescenza ( con esperienze vissute in primo luogo a Marina di Massa, ma che da piccoli forse non si riesce a gustare e a capire fin in fondo). Ricordo una pietra incisa e appesa nel refettorio che diceva così: "Gavia 1977 a tutto GAS” mi domandavo che cosa volesse significare quella sigla. Oggi, proprio a partire da quella sigla tento di "buttar giù" le mie riflessioni.
G come GIOIA: è vero!
Non posso pensare al Gavia se non come esperienza di gioia, una gioia che nasce da meraviglie e dallo stupore delle bellezze del creato che sono un piccolo riflesso delle belle del Creatore: gioia dello stare insieme ai tuoi amici in maniera sana e costruttiva. Non dimenticherò mai quelle favolose serate dove per ore e ore si cantavano i canti di montagna e quelli delle operette, rappresentate negli anni passati in Oratorio, accompagnati dalla fisarmonica o dal pianoforte suonati da Don Sandro Galli. Si cantava a lungo... ma non eravamo mai stanchi! La gioia per una nevicata improvvisa in pieno luglio! ... e tante altre semplici gioie (stan elencarle sarebbe troppo lungo) fatte di piccole cose (è importante essere attenti alle piccole cose!) ... che oggi, a distanza di tempo, rileggo come gioia del Vangelo, gioia della fedi gioia per avere Gesù, perché solo lui è fonte di vera gioia.
A come AMICIZIA.
Un'amicizia vera, vissuta intensamente, che si fa sentire nel momento del bisogno. Due sono i ricordi che si fanno presenti in questo momento ( ce ne sarebbero infiniti, ma questi per me sono i due più significativi). Ho appreso proprio al Gavia la notizia della morte di mio padre. Ricordo quella sera proprio come se fosse ieri: tutti si sono stretti attorno a me facendomi sentire sempre più l'Oratorio come la mia "seconda casa" (così amava definirlo Don Eugenio, e immancabilmente me lo scriveva Don Rinaldo in una lettera, che ancora oggi conservo, che mi aveva fatto arrivare il giorno dopo). E poi l'amicizia, lungo i sentieri e i ghiacciai, di chi ti aiutava a portare lo zaino perché facevi fatica o ti aspettava, facendo finta di scattare foto, in modo tale da non dare nell'occhio per non creare imbarazzo. Penso a quegli amici che pur di farmi andare in gita mi hanno sempre portato la razione, l'acqua ... sono piccole cose è vero ma, come dicevo prima, sono proprio queste che fanno quelle grandi. E infine al Gavia ho imparato a crescere nell'amicizia con Gesù... in quelle Messe celebrate all'aperto o in cima dei monti (le più belle "cattedrali" del mondo, così ne parlo oggi ai ragazzi del mio Oratorio quando siamo in montagna), in quei Rosari recitati al sabato sera andando al Crocifisso ... nella preghiera personale immerso in uno scenario che a volte ti sembra far toccare il cielo con un dito.
S come SACRIFICIO.
Come del resto, tutte le cose belle che fanno crescere non può mancare questa componente. Ecco allora il sacrificio di alcune camminate con annesse sveglie impossibili, tipo le tre del mattino, per andare sul Cevedale; il lavoro in Casa per renderla sempre più bella e accogliente; quante "aperture" e "chiusure "! Ricordo un'apertura con Don Rinaldo mentre toglievamo gli "antoni" pesanti di piano terra sotto una nevicata molto forte ... che fatica! Ma poi anche il sacrificio del servizio a tavola, delle pulizie, che però mi hanno aiutato a capire che servire è bello: Gesù quando durante l'ultima cena ha lavato i piedi agli apostoli non si è fatto forse "servo "? Ho capito che il sacrificio ti tempra, ti rende sempre più uomo capace di fare scelte durature e fedeli, ma è anche capace di darti una grande serenità e pace, una libertà che nessuno ti può togliere. Ecco in poche parole che cosa è stato il Gavia per me, ed è quello che oggi cerco di far rivivere ai ragazzi di San Gregorio (il mio nuovo Oratorio) quando vado in montagna con loro! Grazie al Signore per avere messo nel cuore di Don Eugenio e di chi lo ha succeduto l'idea di realizzare e di portare avanti un luogo così formativo ed educativo.

Francesco Leonardi

... BISOGNA TORNARCI!

É la prima volta che salgo al Gavia, giusto per una "toccata e fuga" in un giorno di giugno pre-apertura. Dopo una fermata a Santa Apollonia per una sosta "dissetante" a base di acqua ferruginosa, il Volkswagen verde inizia la salita sulla strada sterrata e dopo l'ultima curva appare la Casa. Tutto si svolge in fretta: giusto il tempo per dare un' occhiata alla Casa, trasalire alla vista del Crocifisso che riposa nel buio del corridoio del primo piano, fare un giretto intorno e si riparte per Milano con l'immancabile sosta a Piona. "Non c 'è dubbio, bisogna tornarci!" Passeranno alcuni anni, ma poi finalmente riesco a salire per una settimana durante un turno di inizio settembre e da allora sono anni di gite (più o meno impegnative), di canti e giochi, e passeggiate serali al Crocifisso, magari la notte di San Lorenzo a vedere "cascate" di stelle cadenti; per non parlare poi delle 'famose" spedizioni serali al Berni (con sedia al seguite per assistere alla proiezione di qualche non meglio identificato e soprattutto inesistente film. Sono anche anni di grandi e piccoli lavori, dalle grani pulizie della casa ( con accurata lucidatura del legno lungo le scale!) a quella del Volkswagen (nel frattempo uno nuovo bianco), assalito da una ciurma armata di spugne, stracci e detersivo che alla fin contemplava soddisfatta il "lucido" risultato. Sono gli anni del pienone o quelli più solitari con a volte solo tre, quattro persone a tenere aperta la casa per chi saliva per una visita (magari dopo tanti anni). Quando è chiusa la Casa è solo un insieme di muri e di stanze, un bel rifugio di alta montagna ma quando è aperta si risveglia, e si anima di persone e di ricordi. Anche se si sale dopo molti anni l'atmosfera del Gavia è qualcosa che accomuna persone che magari non si sono mai viste, anche solo per esempio nel fatto che non si parlerà del terzo piano o del locale caldaia, ma si salirà" ... su in Vaticano" o si entrerà nel locale dal "terrificante" nome di Atragon! Il Gavia non è solo montagne e spazi immensi, un luogo di villeggiatura, una casa d'alta montagna, un gruppo di persone: sono tutte queste cose messe insieme che creano un'atmosfera della quale ognuno si sente parte, facendone partecipi colori che non ci soni mai stati. Si ha come una sorta di appuntamento con i luoghi, con le persone, con il Gavia per cui "non c 'è dubbio, bisogna tornarci!"

Sara Cardi

Sara Cardi

Il Gavia... quanti ricordi, ma quanta nostalgia.

Nostalgia di giorni spensierati, di chiacchierate a non finire, di passeggiate da perderci il fiato ma soprattutto il ricordo di un Uomo che ci aveva voluto con sé quando ormai non ci voleva più nessuno, che stava combattendo perché anche noi avessimo una Casa, un Oratorio che ci accogliesse, che ci seguisse. Il mio incontro con Don Eugenio fu del tutto casuale: la melodia dell'organo in chiesa ci invitò ad entrare, ero in compagnia dell'"amichetta del cuore", e da lì iniziò il nostro rapporto con Don Eugenio. Le visite all'Oratorio maschile si fecero più frequenti, il Don sembrava avesse segreti da svelare solo a noi: le fotografie del Gavia, di Marina, dei suoi ragazzi, del Patronato interminabili e affascinanti racconti che ci tenevano a bocca aperta mentre il tempo trascorreva senza che ce ne accorgessimo; così a poco a poco cominciammo a far parte almeno virtualmente, dell'Oratorio S. Antonio. La salita al Gavia fu il complemento ad un breve cammino: ora anche noi avevamo l'"Oratorio"! Ricordo la partenza col mitico Volkswagen, la tappa a Pontedilegno e la salita... la salita che per una come me che ha capogiri e nausea a sol sentire parlare di automobili, non finiva mai e invece di portarmi in Paradiso mi affondava all'inferno. Ma poi arrivammo e fummo quindici giorni indimenticabili. Quindici giorni di docce, più o meno gelate, nella parte nuova della Casa ancora in costruzione, e per "costruzione" intendo mattoni a vista, pavimento, finestre, porte inesistenti! Quindici giorni di assaggio delle vette circostanti. Quindici giorni di canti spensierati, di passeggiate, di incontri con le vipere (i rettili, intendo, quelli striscianti e non, come malignamente sottintesero i nostri 'fratelli", i bipedi di sesso femminile) e di chiacchiere, di chiacchiere, di chiacchiere con il Don. Poi la discesa a Milano, per la strada di S.Caterina, fu lieta e gioiosa come la vacanza appena trascorsa; ma chi hai mai sofferto di mal d'auto? Oggi siamo qui a festeggiare i cinquant'anni di una Casa che ci ha visto adolescenti, che ci ha un poco insegnato a vivere, ma soprattutto che ci ricorda un Uomo che ci è stato vicino, ci è stato d'esempio e che ci ha voluto molto bene.

Arrivederci, Don Eugenio, e un grosso abbraccio, quello che non mi hai permesso di darti.

Valeria Morganti

"Se tu conti gli anni il tempo ti parrà breve, se rifletti sopra gli avvenimenti, crederai essere trascorso un secolo" (Plinio)

Scusatemi per la presunzione ma riportando questa frase di Plinio, ho voluto sottolineare che la storia del Gavia è lunga, molto lunga, specialmente per chi l 'ha vissuta tutta (o quasi). Proprio per questo mi sembra inopportuno lanciarmi in rievocazioni a ... scalare anno per anno. Approfitto dell'ospitalità ( ma in tema di Gavia mi sembra sia d'obbligo) per ricordare brevemente una delle fasi del Gavia: quella del turno delle ragazze. Vi ho partecipato (dal 1974 al 1981) in qualità d'aiutante, cioè chi saliva per "dare una mano". Ricordo quindi, come fosse oggi, l'entusiasmo, la spensieratezza, il sentimento d'amicizia e dello "stare insieme" che ha pervaso quelle ragazze ogni giorno, ogni turno, ogni anno. Non è certamente mancata la spiritualità, forse più facile da trovare e da vivere proprio per il magnifico scenario che circondava ogni cosa e forse anche perché... il Cielo lassù è più vicino. Ecco perciò che di riflesso quei giorni sono stati entusiasmanti anche per noi: la gioia delle ragazze era la nostra gioia, il loro cameratismo il nostro, la loro preghiera la nostra. Mi sembra perciò doveroso concludere queste poche righe con un triplice ringraziamento:

- al Signore Onnipotente per avermi dato modo di fare questa esperienza;

- alle care ragazze (ma oggi dove siete?) per avermi dato modo di aiutarle e di essere da loro aiutato a capire tante cose (nella vita gli esami non finiscono mai, ed è vero!)

- al nostro Don Eugenio per avermi dato la sua fiducia.

Armando Forno

Armando Forno

LA FIONDA

Della Casa del Gavia ne ho sentito parlare molto, sia da persone giovani che da altre... un po' meno, ed ognuna di queste ha "vissuto" la vacanza al Gavia in momenti diversi, con sacerdoti diversi e con motivazioni diverse. E tutte queste persone hanno avuto motivo di ringraziare il Signore per essersi trovate al Gavia in quel periodo della propria vita, con quel sacerdote e con quegli educatori a trascorrere "quella vacanza". Per quanto mi riguarda il Gavia lo rappresenterei come una gigantesca fionda dove ogni persona, giovane o adulta che sia, cerca di tirare con grande fatica questo immenso elastico, e quando si è arrivati al punto di dovere "semplicemente" alzare i piedi da terra e farsi proiettare nella vita di ogni giorno, ecco, ci si fa prendere dalla paura e lentamente si torna indietro fino a che l'elastico riprende la posizione iniziale. Dico questo perché al Gavia, senza le distrazioni e il caos della città, le persone riescono ad arrivare a certe intuizioni, o provare determinati sentimenti o a mettere in discussione la propria vita; in molti casi però rimangono eccellenti intuizioni o ottimi propositi. La mia speranza è che noi ragazzi e voi adulti si abbia il coraggio di staccare i piedi da terra per farsi lanciare nella vita quotidiana da questa meravigliosa fionda. Io sono convinto che possono cambiare i tempi, i sacerdoti, gli educatori ma due cose rimangono sempre le stesse: la gigantesca fionda e soprattutto la mano del Signore, senza la quale non riusciremmo a spostare l'elastico di un solo passo.

Buon cinquantesimo Gavia!

Fabrizio Molteni

TRA ROCCIA, ACQUA, CIELO

Nei miei trent'anni di vita ho avuto la possibilità di 'fare le vacanze" con gruppi parrocchiali in tantissime case di montagna (all'inizio come ragazza, poi educatrice, infine religiosa) e, attraverso queste esperienze, ho avuto la possibilità di constatare che se per una Parrocchia proprietaria di una casa di vacanza può rappresentare un limite (perché si possono fare le vacanze comunitarie solo in quel posto mentre i ragazzi dopo qualche anno vorrebbero conoscere e visitare altre località), d'altra parte è una grande ricchezza perché un Oratorio vuol dire mettere le proprie radici e legare la propria storia educativa ad alcuni luoghi significativi. Quando sono arrivata a Milano tre anni fa, sono stata immediatamente subissata di notizie circa le case al Passo di Gavia e a Marina di Massa. L'entusiasmo mostrato dai ragazzi nel parlare delle esperienze fatte durante l'estate in queste due località mi faceva pensare a posti splendidi, a paesaggi mozzafiato, a case accoglienti. Finalmente dopo un anno, destinata al Gavia, avevo la possibilità di constatare personalmente quanto la fama aveva riportato. Ricordo perfettamente il primo viaggio, in particolare il tratto da S. Caterina Valfurva alla Casa: le curve, le montagne sempre più vicine, i torrenti, le cime innevate, i pini che salendo si diradavano lasciando sempre più spazio alla roccia, infine il Lago Bianco ed il Crocifisso che, stagliandosi sul lago e sulle montagne, ci dava il benvenuto invitando ci a lodare Dio per le meraviglie del creato. Fino a quel momento per me tutto era stato stupore. Finalmente arriviamo alla casa: che delusione! Mi aspettavo di vedere una grande baita in legno, magari con i gerani alle finestre o ai balconi ed invece mi trovavo davanti una casa con antoni era con la facciata scrostata ed un corridoio d'ingresso buio e scuro. Ma la delusione maggiore era derivata dal fatto che i ragazzi mi avevamo descritto la casa con un campo di pallavolo da un lato ed uno di basket dall'altro: erano due pali con una rete su un terreno pieno di sassi ed un canestro solitario e malconcio: non ho potuto fare altro che ridere e pensare che quando si ama qualcosa la si dipinge proprio con i colori del cuore. Ma come mai tanto amore per il Gavia? Ho avuto modo di scoprirlo anch'io subito Aldilà delle apparenze si tratta di una casa veramente accogliente che ad una quota superiore ai 2600 metri ti offre tutti i servizi di cui si possa avere bisogno, dall'acqua calda al riscaldamento, dalle docce alla sala giochi, dalla Cappella all'ampio refettorio alla cucina attrezzata. Ciò che affascina è soprattutto il fatto che la Casa sia situata su un passo montano, quindi fuori dal mondo, lontano dai rumori e dal chiasso della città, circondata solo da roccia, acqua e cielo, con la possibilità di vivere, per chi lo desidera, l'esperienza dell'essenzialità e del silenzio. Il Gavia è tutto questo ed altro ancora, se si pensa alle splendide esperienze di vita di gruppo, alle camminate, alle serate di gioco. Alle notti stellate, alle riflessioni e alle preghiere in mezzo alla natura. Forse dopo tre anni anche a me piace descrivere la casa del Gavia come l'affetto per essa mi suggerisce.

Maurizio Vittani

Suor Nuccia

GAVIA CHE PASSIONE! 1995

Quando, nel cumulo di carta spesso in gran parte inutile che arriva con la posta, scorgo la sagoma e riconosco in trasparenza il "bollettino" di NOI EX lo apro sempre prima di tutte le altre buste.
E così è stato anche oggi.
Un piccolo tuffo di emozione al cuore, ed il ricordo corre sempre lontano, indietro nel tempo, agli attimi passati con Don Eugenio.
Oggi però non l'ho sfogliato dall'inizio come mia consuetudine.
Oggi sono andato subito alle "lettere" degli Ex, ma non vi ho trovato quello che aspettavo.
"Che stupido - mi sono detto - avranno scritto un articolo apposta!. Che stupido - mi son detto ancora - se tutti fanno come te, che sperano che gli altri lo scrivano, avranno tutti bell'aspettare ". E così mi sono deciso a scriverlo io. In quel bollettino mancava qualcosa. Mancava il resoconto del tempo che alcuni Ex Allievi, fra i quali il sottoscritto, hanno trascorso questa estate al Gavia! Tutto cominciò lo scorso Agosto. Mi trovavo in vacanza al Passo dell'Aprica con la mia famiglia e decisi che i mie due figli avrebbero dovuto vedere il Gavia. Timidamente (quanti anni erano passati?) mi accinsi a salire da Pontedilegno in direzione, "nostro" Passo. Fu enorme la sorpresa che trovai, non solo la Casa aperta, ma addirittura Don Ambrogio con sei o sette Ex Allievi a passare qualche giorno lì.Ci lasciammo con la promessa di ampliare l'anno successivo questa esperienza e così è stai Decidemmo in famiglia: per quest'anno saremmo saliti io e mio figlio maggiore. La bambina, più piccola, sarebbe rimasta con la mamma, anch'essa "nuova" alla vacanze d'alta quota. Nondimeno anch'io avevo qualche riserva. Gli anni passati erano tanti. Le abitudini erano cambiate come le nostre esigenze e... poteva forse essere mutato anche po' del nostri spirito? É difficile descrivere qui, in poche e piatte righe, il piacere provato in quei giorni! Ma la cosa che senz'altro più bella e più di ogni altra degna di rilievo è stata l',assoluta mancanza della necessità di "rompere il ghiaccio ". Era come se ci fossimo lasciati la domenica precedente. A dispetto della differenza di età (da qualche Ex in pensione ai figli di alcuni di noi), del fatto che molti fra di noi non si conoscevano (come mogli e figli), degli anni passati, e soprattutto del brutto tempo che ci ha quasi costantemente accompagnati, credo di poter affermare che ognuno di noi sia sceso con il fermo desiderio di tornare il prossimo anno Tutto il resto è cronaca ed è facilmente immaginabile, dalle passeggiate, ai giochi tutti insieme, ai canti serali, ai turni di mensa. No, fortunatamente, lo spirito non è mutato! I caratteri con i quali Don Eugenio lo ha impresso nei nostri cuori resistono al logorio del tempo (sia quello che "passa" che al "brutto" tempo), ed ai tentativi di questa società d oggi di togliere ai giovani la capacità di pensare con la loro testa. Anche se può sembrare retorica, ancora una volta dobbiamo dire: grazie Don Eugenio! Grazie di averci donato quella splendida palestra di vita che è la Casa del Gavia. E grazie di avercela fatta ritrovare oggi, dopo molti anni, con i nostri figli. Anche mio figlio ha capito. E non solo si è fatto promettere che l'anno prossimo faremo di tutto per recarci ancora lassù. Quando siamo tornati a casa sentivo che diceva alla sua sorellina, mentre lei faceva qualche capriccio sul cibo: "E no! Attenta! Se fai così, quando sei grande, papà non ti porta al Gavia..."

Massimo Perrone

IL GAVIA VISTO DAI FIGLI DEGLI EX ALLIEVI

Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello vivere anche un breve periodo in una casa di alta montagna, sia per il bel panorama, che, soprattutto, per l'atmosfera di comunità che si respira in quella casa. Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello aiutarsi a vicenda, organizzare dei turni di lavoro e sistemare la casa in modo che le persone che verranno dopo di noi si trovino bene come ci siamo trovati noi. La prima volta che sono andata lì con i miei genitori è stato l'anno scorso, ad agosto. Non volevo andarci, l'ho fatto solamente per non offendere mio papà che, a quella Casa, è legato moltissimo. Lì ho trovato alcune persone che conoscevo già e con cui ero già stata in vacanza qualche volta. Poi ho conosciuto altre persone con cui mi sono trovata benissimo: persone di tutte le età, capaci però di stare insieme con semplicità e gioia. La cosa bella è che noi ragazzi e figli di ex allievi, che non abbiamo conosciuto Don Eugenio, che non abbiamo mai fatto una vacanza da soli al Gavia come hanno fatto i nostri genitori, che non conosciamo molto bene l'oratorio O.P.S.A., la cosa bella è che noi siamo riusciti ad aiutare, contribuire e divertirci nello stesso tempo: abbiamo saputo apprezzare lo spirito e l'atmosfera che si respira in questa Casa e tutti gli anni vogliamo ritornarci.

Grazie, Don Eugenio.

Maurizio Vittani

Valeria Casali

GAVIA

La campanella suona ancora
quando entra qualcuno.
Gli occhiali si appannano: il calore
della casa è tale in ogni senso.
Fuori le montagne
di neve rosseggiano per il sole c
he tramonta.

Voci di bambini nel salone del pianoforte
carte mescolate sui tavoli
non ancora apparecchiati
scarponi ancora umidi per la gita
alle Baracche.

Un sottile profumo di risotto
già impregna la cucina
mentre un dolce canto della cappellina
sale al cielo
, .. , ... COSI VICINO.

Adele Casali

don Eugenio
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