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sitica.gif (2649 byte) graficapastorale.gif (5671 byte) "Quando uomini così grandi ci passano accanto non possiamo più vivere come se ciò non fosse accaduto: essi sono un dono e un richiamo all'imitazione e al dono di noi stessi per il bene dei fratelli". S.E Card.Martini

Breve storia del Passo e della Casa

 

Documenti ufficiali testimoniano che già nell'XI secolo i mercanti e i contrabbandieri veneziani provenienti dalla Valcamonica percorrevano il Passo di Gavia per raggiungere, attraverso la Valfurva, la città di Bormio, i Grigioni, l'Austria e la Baviera, paesi nei quali commerciavano i pregiati prodotti orientali e soprattutto il sale marino. La strada, o meglio il sentiero, che collegava la Valcamonica alla Valfurva e alla Valtellina partiva da Pontedilegno e, raggiunta la località di Sant'Apollonia, si inerpicava (con un tragitto diverso dal percorso attuale) tra le pinete e sulla costa fino a raggiungere il Passo di Gavia. Dal Passo il sentiero, snodandosi a lato del Lago Bianco (verso il Corno dei Tre Signori), proseguiva costeggiando il lato destro del Torrente Gavia (emissario del lago) fin quasi a raggiungere il Dosso Tresero (Pian delle marmotte) per poi scendere verso Santa Caterina. Di questa parte del sentiero resta conservata, in alcuni tratti, l'originale pavimentazione veneziana a larghe pietre e il Ponte di Pietra (al pònt da preda); sul medesimo sentiero si incontra anche il Ponte delle Vacche (al pònt da li vaca) che praticamente si trova sul versante frontalmente opposto al Ponte dell'Alpe.

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Per diversi secoli i commercianti della Serenissima Repubblica di Venezia utilizzarono il Passo di Gavia per sviluppare il traffico commerciale con le regioni transalpine.Ma i mutamenti politici in Europa e lo sviluppo dei trasporti, specie con l'avvento delle ferrovie e l'apertura dei trafori, determinarono la fine dell'attraversamento del Passo a scopi commerciali e la "strada del sale" rimase un sentiero al servizio del traffico locale e di impiego turistico per gli escursionisti amanti della montagna per i quali, a circa due chilometri dal Passo sul versante di Santa Caterina, venne costruito dal C.A.I di Brescia (alla destra del Torrente Gavia e quindi in prossimità del vecchio sentiero) il "Rifugio Gavia ", inaugurato il 14 Agosto 1899.

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1915: scoppia la grande guerra!

Il grande arco montano di tutta la Valfurva, fino al Passo di Gavia e poi giù verso l'Adamello, diventa una trincea a difesa della Lombardia. Da Sant'Apollonia a Santa Caterina, su un percorso diverso da quello del sentiero esistente, viene rapidamente costruita dall'Esercito Italiano una "carrettabile di una certa pretesa come tracciato, ma di grande disinvoltura come pendenza e senza molte opere definitive ". Nei dintorni del Passo di Gavia vengono costruite diverse postazioni di avvistamento e difesa; dal Passo, inoltre, si dipartono numerose strade mulattiere, in pietra a secco, verso le Antecime, il Monte Gaviola e il Corno dei Tre Signori; a valle del Passo, verso Santa Caterina, le mulattiere portano allo sbarramento ("Trincerone') che fronteggia il ghiacciaio del Dosegù e la Punta San Matteo.All'inizio del 1918 gli eventi bellici obbligano il Comando della V Divisione ad allargare e sistemare la strada da Santa Caterina al Ponte dell'Alpe, luogo in cui vengono piazzati due grossi pezzi di artiglieria che da qui bombardano il nemico austriaco. Da luogo di commercio e poi di turismo alpino la zona del Passo, di colpo, diventa zona bellica che vede cruenti scontri specie sul vicino ghiacciaio del Dosegù sul quale viene combattuta "la più alta battaglia di tutta la guerra".

Il l8 Agosto 1918 i soldati italiani conquistano la vetta del San Matteo, a 3678 metri.Il 3 Settembre 1918, dopo una violenta e sanguinosa battaglia che registra un'impressionante quantità di caduti tra i nostri soldati, gli austriaci riconquistano la cima perduta; è in questa battaglia che il Capitano Arnaldo Berni e gli eroici soldati della sua compagnia vengono inghiottiti dai ghiacci del Dosegù tomba naturale nella quale riposano ancora oggi.Per ricordare i Caduti del San Matteo nel 1919 viene inaugurato in prossimità del Rifugio Gavia, un monumento a forma di piramide con un'aquila in bronzo sovrastante; monumento che successivamente viene trasportato sul luogo attuale e nuovamente inaugurato il 28 Agosto 1927.

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Ritornata la pace gli amanti della montagna tornano a scalare le belle cime della zona; il turismo riprende, si sviluppa e al Passo di Gavia salgono anche le moto e le automobili!Benché non collocato sulle grandi vie di comunicazione, come ad esempio lo Stelvio e il Tonale, e anche se la salita in automobile (specialmente da Ponte di legno) è "riservata a pochi impavidi" e il periodo di transitabilità è limitato a circa quattro mesi all'anno, verso la fine degli anni '20 proprio al Passo viene costruito "1'Albergo Alpino Passo di Gavia” di  non grandi dimensioni, ma con uno standard di comfort superiori a quelle offerte dal Rifugio Gavia il quale, oltre ai segni lasciati dal suo lungo impiego fatto dai militari per tutto il periodo bellico, conserva le caratteristiche di un rifugio alpino molto modesto, condizione che induce il C.A.I di Brescia a costruire, a ridosso della nuova strada che porta a Santa Caterina e frontalmente rivolto verso San Matteo - Sforzellina, un nuovo e moderno rifugio che viene solennemente inaugurato il13 Agosto 1933 e intitolato alla memoria del Capitano Arnaldo Berni.Purtroppo dopo pochi anni di turismo e sano alpinismo, a partire dal 1939 e fino al 1945 l'Europa è nuovamente sconvolta da una seconda e ancora più sanguinosa guerra; il turismo è soffocato dagli eventi bellici e il Passo di Gavia viene dimenticato!

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1945: è finita la lunga guerra e a Milano, in un quartiere popolare e densamente popolato, un "prete di Oratorio" sogna di avere una casa in alta montagna nella quale i suoi giovani possano trascorrere serene vacanze combinate a preziose esperienze di vita.Don Eugenio Bussa (il "prete di Oratorio" in questione) per circa dieci anni, fino al 1942, aveva diretto, per conto della F.O.M. la Casa PIO XI a Trona, in Valsassina, e in quegli anni numerosi giovani dell'O.P.S.A. avevano potuto soggiornare in un ambiente che, oltre all'Impegno e all'allenamento fisico, assicurava una buona educazione spirituale unita alla formazione del carattere. Purtroppo, a seguito della guerra partigiana, i nazifascisti avevano incendiato la casa di Trona della quale, a guerra fi'nita, non restavano che poche rovine. L'esperienza di Trona era stata molto importante e doveva essere continuata! Per questo Don Eugenio sognava!

E finalmente succede il... '48!

Si presenta un'occasione unica e, nel mese di Febbraio, si stabiliscono i primi contatti; all'inizio di Maggio i proprietari si decidono alla vendita.Con il versamento di una piccola caparra viene acquistata una costruzione da ristrutturare: "L'ALBERGO ALPINO PASSO DI GAVIA" a 2652 metri (terzo passo alpino dopo lo Stelvio e il Galibier). Don Eugenio, malgrado sia già carico di debiti per la ricostruzione del Pensionato, incendiato dai bombardamenti del 1943, spera fortemente nella Provvidenza e si accolla altri oneri per l'acquisto e la ristrutturazione della casa che, al Passo di Gavia, sarà finalmente la "Casa di alta montagna" per i suoi ragazzi. E la Provvidenza ... provvede!

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Un generoso benefattore, al quale sarà poi intitolata la Casa, acquista per conto del Patronato Sant'Antonio l'immobile.Dopo rapidissimi progetti di ristrutturazione (ideati e supervisionati da Don Eugenio) nel Giugno 1948, con l'apertura del Passo, partono i lavori.Il 26 Settembre un folto gruppo di giovani ed alcuni Cooperatori salgono al Gavia per vedere la loro Casa di montagna; a Ottobre la ristrutturazione di ampliamento e innalzamento è terminata.A fine Luglio '49 viene terminata l'installazione dei vari servizi e il 6 Agosto i primi fortuti danno inizio alla meravigliosa storia del Gavia! Così lo stesso ambiente che per cause di guerra ha visto i sacrifici e la morte di tanti giovani soldati diventa per nuove generazioni di giovani, in un'epoca di pace duratura, la "culla di grandi gioie, palestra di grandi imprese, scuola di grandi esperienze" che Don Eugenio aveva sognato per i ragazzi ed i giovani dell'O.P.S.A.

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Chi sale al Gavia trova lo stesso spirito Patronato. La disciplina, pur avendo regole inviolabili non è da caserma: educa alla convivenza senza fare violenza alla personalità ragazzo o del giovane. La sincerità, la lealtà, il senso di solidarietà, rispetto reciproco e la vera amicizia, uniti al rigoroso rispetto per l'ambiente, sono i valori che, trasmessi negli anni della formazione del carattere, restano impressi nell'animo per sempre!I momenti di spiritualità che si vivono al Gavia sono di un'intensità stupenda: la preghiera, un canto su qualche vetta o, alla sera, al Crocifisso del Lago Bianco, la S.Messa celebrata nella Cappella della Casa o  all'aperto in prossimità del lago, lasciano nel cuore sentimenti che il tempo non riesce a cancellare. Al Passo c'è solamente la nostra Casa!

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Il Rifugio Berni è a due chilometri, Santa Caterina a dodici e mezzo verso la Valfurva e la Valtellina, Ponte di legno a sedici e mezzo verso la Valcamonica. Il passaggio limitato di veicoli e di turisti permette ai ragazzi di vivere da "padroni" in un ambiente stupendo. Passeggiate, gite, escursioni scalate: quasi ogni giorno una nuova meta!Le escursioni più difficili e le scalate vengono sempre effettuate con una guida del C.A.I, prima fra tutte il mitico Dante Vitalini, per oltre trent'anni guida dei nostri giovani..

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I più giovani prendono confidenza con la montagna, mentre chi ha alle spalle due - tre anni di Gavia affronta, in cordata su rocce e ghiacciai, scalate impegnative: salvo poche eccezioni, le cime della zona (3000 metri e oltre) hanno visto più e più volte la presenza dei nostri giovani. Nei momenti di riposo, invece, si gioca a bocce, pallacanestro, pallavolo (i campi più alti d'Europa!), ping-pong, carte, dama, scacchi. Oppure si organizzano rappresentazioni varie o proiezioni di diapositive o filmini; e accompagnati dalla musica del pianoforte si passano anche serate con cantate memorabili! Fattore educativo di grande importanza, che è bene ricordare, è la collaborazione che i giovani prestano nell'eseguire molti lavori necessari per il buon funzionamento della Casa. Lavori che fanno capire al giovane di non trovarsi in un "albergo, pago - pretendo" ma nella "loro Casa ", come a Milano in famiglia o all'Oratorio, e che quindi hanno come fine l'insegnamento a rendersi disponibili per le necessità dell'intera comunità. Fin qui i giovani, e la Casa? A partire dal 1949, anno dopo anno, si arricchisce di servizi per diventare sempre più confortevole e viene completata nelle finiture interne ed esterne.

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                                                                          La Casa al Gavia il giorno dell'inaugurazione

 

Il 14 Settembre 1958, alla presenza delle autorità civili e religiose, la Casa completamente finita viene ufficialmente inaugurata e intitolata a Michelangelo Virgillito, il benefattore che nel 1948 l'aveva acquistata per il Patronato. Dopo la benedizione di Monsignor Andrea Ghetti, in rappresentanza dell'Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che la pone sotto la protezione di Maria Santissima, il Vicesindaco di Pontedilegno taglia il nastro dell'inaugurazione. Nel 1960, quasi di fronte alla nostra Casa, apre il Rifugio Bonetta: al Passo si registra un incremento del turismo. Già nel 1971 Don Eugenio ha un'idea fissa che lo tormenta: per la ricorrenza del XXV del Casa del Gavia "vorrebbe" ampliarla con una grande sala da pranzo - soggiorno, una nuova moderna cucina, un salone con funzioni di Cappella - sala riunioni e poi altre stanze, alti migliorie! Scopo dell'ampliamento è quello di assicurare una maggiore capienza e nuovi comfort agli ospiti, ma soprattutto iniziare un'altra attività: l'assistenza alle ragazze del nostro quartiere che, dopo l'esproprio dell'Oratorio femminile di via Confalonieri sono rimaste abbandonate Don Eugenio decide: l'11 Giugno 1973 iniziano i lavori di ampliamento della casa e il l Agosto si festeggia la finitura della posa in opera del tetto della nuova costruzione, realizzata secondo i progetti di Don Eugenio.     

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Il 3 Settembre 1973 sale alla Casa del Gavia il primo gruppo di ragazze per vedere di persona la nuova realtà della quale tanto si parla nel nostro Oratorio a Milano.  Si fermano per pochi giorni: dal 19741a Casa sarà aperta anche per loro. Il 29 Gennaio 1977 muore Don Eugenio.

Non potrà vedere il compimento della sua opera, sia per quanto riguarda il completamento della Casa sia, soprattutto, per la realizzazione dell'Oratorio femminile a Milano, del quale proprio al Gavia aveva messo il seme. Perché gli ospiti futuri ricordino l'ideatore e l'instancabile realizzatore della Casa, al Patronato Sant'Antonio viene deciso di reintitolarla al nome di Don Eugenio Bussa. Il 10 Settembre 1978 nella ricorrenza del XXX della Casa, con una commovente cerimonia che vede presenti circa trecento cinquanta persone la nuova costruzione viene benedetta ( Monsignor Valentini, che celebra la S. Messa nella nuova Cappella.

Le opere di finitura interne della nuova costruzione, avviata nel 1974, non sono ancora sta completate. Nel corso degli anni infatti sono state affrontate onerose spese di adeguamenti alle normative di legge: rifacimento completo dell'impianto elettrico, installazione di rivelatori di fumo in tutta la Casa, porte tagliafuoco, sistemazione del locale caldaia installazione di valvole di sicurezza sulle condotte del gas liquido per la cucina.

Negli ultimi tre anni sono stati eseguiti lavori di sistemazione delle perlinature, sono sta sostituiti l'arredamento della cucina e la caldaia; il locale "cucina vecchia" è stato rinnovato (con l'installazione di un caminetto) e sarà utilizzato come sala - soggiorno; infine a tutte le finestre sono stati applicati dei telai con portelle in acciaio apribili come persiane che evitano la manutenzione e il montaggio e smontaggio dei vecchi "antoni ".

Nel corrente anno 1998 sarà eseguita la tinteggiatura esterna di tutta la Casa e del tetto; in base alle nuove norme di legge sarà realizzata anche l'uscita di sicurezza dalla Cappella verso retro della Casa. Nel prossimo anno saranno invece costruite le uscite di sicurezza al secondo piano e in "Vaticano" con relativa scala esterna sul retro della Casa. Per quanto riguarda le condizioni dell'ambiente circostante va purtroppo registrato un notevole aumento di transito e sosta di veicoli al Passo (addio quiete!) conseguenti all'allargamento della strada Pontedilegno - Santa Caterina e alla costruzione della galleria che evita "le rocce": opere che rese necessarie dagli eventi tragici della Val Pola hanno reso meno difficoltoso il transito al Passo. Dal 1995, nel periodo dal 15 al 30 Agosto la Casa viene aperta, in autogestione, agli Ex Allievi e alle loro famiglie.

Qui si chiude la (non) breve storia della Casa del Gavia che quest'anno compie cinquant'anni di attività.

 L'augurio sincero è che nel futuro, ancora per molto tempo, possa assicurare alle nuove generazioni quello che nei trascorsi cinquant'anni ha trasmesso alle generazioni passate.

 Adriano Losi

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“... culla di grandi gioie,

palestra di grandi imprese,

scuola di grandi esperienze “.

 

                                                                                                  Sapranno le nuove generazioni

                                                                                                              conservarla tale?

  

 L'ultima sera

Dal mio diario:

Fui l'ultimo a parlare con Don Eugenio.

Entrai nell'Oratorio, come era abitudine di molti, già tardi. Solo la luce del vecchio buffet era accesa, ma non sentivo il solito parlottare con l'inconfondibile timbro della voce del Signor Vismara. Entrai. Don Eugenio era solo. Il famoso "ritrovo serale", esempio di televisione interattiva e multimediale dal vivo, languiva, soppiantato dalla nuove abitudini dei giovani e della gente...  

...Il ritrovo serale. Occasione di amicizie durature e fucina di idee per organizzare e preparare le tante attività: il calcio, la pallacanestro, il ping-pong, l'associazione missionaria, le prove" del teatro, il gruppo accoliti, i convegni maggiori e minori con le loro ulteriori attività. Ogni sera lui era sempre presente e i suoi progetti e le sue passioni diventavano le nostre perché sapeva riproporle con gusto didascalico: fotografia, musica, il gioco delle carte, i viaggi, il gioco degli scacchi e della dama, il ping-pong, il biliardo, la regia teatrale, l'organizzazione delle gite, il disegno, i cartelloni, gli scritti, i componimenti musicali, il coro dei bambini, il coro degli adulti, la dottrina dei giovani. E ancora Marina, Branzi, Gavia, l'Oratorio feriale, le riunioni per attività e infine la riunione cooperatori.

Momento determinante perché la scelta e la formazione dei collaboratori era il momento meno noto ma più delicato e importante di tutta la vita organizzativa dell'Oratorio. Apprezzava chi sapeva mettersi a disposizione con umiltà, chi sapeva conquistarsi l'autorevolezza senza imporre autoritarismi. A volte era difficile collaborare perché pretendeva molto in termini di quantità e qualità di impegno, ma molti lo seguivano perché a se stesso chiedeva di più: la sua dedizione totale all'Oratorio era diventata ormai consumazione. Al termine del ritrovo, a sera inoltrata, uscivamo dal portoncino socchiuso e nel rione ancora gente. La gente di via Borsieri. I cortili, dentro i cortili e i portoni aperti alla sera, tanta gente. Ai "poveri" delle case di ringhiera della via Borsieri si accompagnavano i "ricchi" di piazzale Segrino. Distinzione puramente toponomastica, priva di ogni forma di conflitto sociale perché nell'Oratorio eravamo tutti uguali. Uguali perché ognuno si sentiva importante, conosciuto da Don Eugenio e dai suoi cooperatori, chiamato per nome e cognome, seguito, osservato, controllato: entrando c'era sempre un grande che ti riconosceva e ti salutava...

Mi salutò, mi indicò la sedia sempre in bilico fra le assi di quel pavimento sconnesso e iniziò a parlare...

...A Don Eugenio piaceva parlare, e quando parlava si infervorava sempre, anche quando si ripeteva perché ripeteva si le parole, ma la carica emotiva che ci metteva era sempre nuova e coinvolgeva sempre. I fatti, anche vecchi di anni, sembravano accaduti ieri. Amava parlare in modo figurato citando con precisione persone e date. Le parole descrivevano i personaggi che rivivevano e comunicavano dal vivo i loro messaggi. Grande qualità oratoria che usava anche nelle lunghe prediche. Per questo affascinava e coinvolgeva e la Chiesa si riempiva sempre di giovani grandi e piccoli e di tanta gente. Ormai erano diverse generazioni perché i genitori, diventati ex allievi, portavano i loro figli ad ascoltare le stesse storie. La Messa delle ore 10: le panche centrali riservate ai giovani e tutto intorno nelle navate laterali, come in un abbraccio affettuoso, i genitori, i nonni, la gente. La sua formazione culturale, le sue umili radici, il suo carattere lo portavano ad essere naturalmente un uomo del Vangelo e da questo traeva sempre spunto nella sua funzione di educatore e di sacerdote...

Il volto più pallido del solito, ma nulla faceva presagire l'imminente tragedia, se non, ma di questo me ne sono accorto dopo, un desiderio, un'ansia di ribadire i punti fondamentali, le finalità primarie dell'Oratorio.  

...Oratorio strumento educativo di massa. Una massa non anonima perché somma di tante persone a ciascuna delle quali dava una tesserino che doveva essere il segno visibile di una scelta da cui pretendeva coerenza. Guai vergognarsene, non lo sopportava...

La sua grande riservatezza non aveva permesso a nessuno, salvo forse ai suoi famigliari, di conoscere il suo stato di salute. Sapevamo solo che due anni prima non era stato bene e che i medici gli avevano) sconsigliato di salire al Gavia. Infatti da due anni aveva ridotto la presenza a pochi giorni e di questo se ne rammaricava molto. E così cominciammo a parlare ancora una volta del Gavia. Il suo parlare era diventato un fiume in piena. Era gennaio, ma voleva che già pensassi alla prossima stagione, al personale, ai lavori da fare, alle iniziative nuove e vecchie da proporre. Bisognava fare un piano di rilancio. Bisognava dare vigore ai quei principi ispiratori per i quali la Casa del Gavia era nata. Cominciò, a suo modo, ad elencarle e parlava come se non ci fossi solo io, ma tutti i giovani, ragazzi e ragazze, del suo Oratorio. Non osavo interromperlo anche se ormai la mezzanotte era passata.

...Che cos'è il Gavia? Don Eugenio aveva vissuto un'esperienza precedente a Trona, in una casa della Federazione Oratori e da li capi la possibilità di compiere tanto bene per i giovani. Come per altre cose, iniziò a progettare. Progettare è più che realizzare un insieme di idee seppur buone. C'è la stessa differenza che esiste fra un mucchio di mattoni e una casa. Entrambi sono fatti di mattoni, ma per costruire una casa è necessario avere in testa chiaramente finalità, metodi e contenuti.

Ø       Finalità: il momento forte, austero, efficace nel lungo cammino di formazione e di preparazione ad una vita cristiana.

Ø       Metodi: la presenza fondamentale del Sacerdote che si propone come guida spirituale quotidiana, occasione di un più profondo incontro con Dio attraverso una maggiore frequenza ai Sacramenti della Confessione e dell'Eucaristia. La Confessione e la conseguente guida spirituale sono i due momenti cardinali dell'azione educativa e formativa di Don Eugenio. Su di essi si costrui e crebbe in tutti noi l'esperienza Oratorio Patronato S.Antonio.

Ø       Contenuti: i valori fondamentali del messaggio universale del Vangelo, proposti con semplicità, naturalezza nella loro essenzialità.

 

Tutto il progetto Gavia doveva ruotare intorno a questi punti fermi. Solo così riteneva giustificati gli sforzi, anche finanziari, e i sacrifici che stava per chiedere a se stesso e ai suoi cooperatori. Solo così si giustificava l'enorme responsabilità che stava per assumere di fronte ai genitori. Il Gavia dunque nasce da un'equazione logica: un giovane, tolto, anche se per pochi giorni, dai tanti condizionamenti negativi della vita cittadina, cresce naturalmente cristiano perché più facilmente mantiene il suo stato di grazia e di rapporto amichevole con Dio. Questa non era un'idea fissa di Don Eugenio, era una convinzione. Tutto il resto avvenne come logica conseguenza. La ricerca del luogo il più possibilmente isolato, a contatto con una natura intatta, perché ancora impervia, incontaminata. Lo trovò e iniziò a realizzare la cosa più bella della sua vita. Progettò la ristrutturazione, diresse i lavori, costrui l'acquedotto, curò l'arredo interno. Non aveva soldi, ma tanto entusiasmo contagioso come l'influenza per cui anche le cose semplici diventavano eccezionali, perché uniche. "Uniche" perché solo noi le facevamo. Dovevamo fare tutto da noi per cui i lavori non finivano mai, ma tutti potevano dire che c'era del loro anche se a Don Eugenio non andava mai bene niente, neanche l'orario normale. Inventò l' OraGavia. Quando si entrava per la prima volta in Casa all'inizio di ogni stagione, sistemate le valige nelle camere, ci radunava in refettorio e, con gesto solenne, toglieva l'orologio dal taschino, lo guardava lisciandolo col pollice per verificarne il funzionamento regolare e poi lo metteva due ore avanti. Tutta la vita della Casa, compresa la sveglia, doveva essere regolata su questa ora legale. C'era un perché. Dovevamo sfruttare al massimo la luce naturale per non consumare troppo le batterie che servivano come luce di emergenza per la notte. C'era sempre un perché. Tutto doveva essere previsto, a tutto si doveva provvedere, nulla lasciato al caso. Teneva molto all'orario comunitario: vivere la quotidianità come insieme di buone abitudini. Gli, piaceva che i giovani si svegliassero presto e via. Una gita, un'ascensione, sempre attivi. Ad ognuno un piccolo incarico, un servizio a favore degli altri. Non gli piacevano quelli che se ne stavano a fare niente con le mani in tasca e la testa vuota. Le cose sciocche vengono in mente quando non si sa cosa fare...

Intanto era passata l'una, fuori iniziava a piovere a dirotto. Stavo per alzarmi e salutarlo, ma mi fermò con lo sguardo, si fece pensieroso, assunse un tono pacato, ma fermo. Con gli occhi fissi nei miei, mi ricordò quanto fosse importante la scelta delle persone che collaboravano, il loro modo di fare, le loro mansioni e soprattutto le mie. Un direttore è bravo quando non si nota: sa valorizzare gli altri. Ora era lui a ricordare..Alla sera, quando era sicuro che tutti dormivano, sedeva nel tinello, accanto alla vecchia cucina. Apriva il giornale e iniziava a leggere commentando ad alta voce i fatti del giorno. Intanto preparavo la scacchiera ben sapendo che quella partita non sarebbe mai finita. Non finivamo mai per due motivi. Primo non voleva mai perdere. Secondo, tra una mossa di cavallo e un arrocco, apriva sempre una discussione. Si parlava di tutto. Eravamo passati indenni attraverso gli anni della contestazione sessantottina che aveva travolto molte altre istituzioni simili alla nostra. L'Oratorio e il Gavia avevano resistito, anzi avevamo raggiunto il massimo di presenze, anche se Don Eugenio non faceva mai un bilancio puramente numerico. Il Gavia non è un albergo. Gli interessava di più il bilancio delle anime e aveva il senso della misura nelle proprie capacità. Gli avevo portato alcuni scritti di Marcuse, i proclami del maggio francese e dell'autunno tedesco, gli articoli di Capanna... La sua preoccupazione diventava rabbia. Era impressionato dalla mancanza di valori, dall'aridità delle tesi, di come si strumentalizzassero i giovani e i giovani non lo capivano...La rabbia poi diventava profonda preoccupazione perché intravedeva, in quel vuoto delle coscienze pericoli ben maggiori. Purtroppo aveva previsto giusto. Gli anni successivi furono i più gravi. La contestazione arrivò anche sui muri dell'Oratorio proprio nella domenica in cui festeggiavamo S. Antonio, nostro Patrono, e Don Eugenio rispose con un cartello in cui si ricordava che anche Antonio a Padova ebbe a che fare con il prepotente Ezzelino, fascista dell'epoca sua. La contestazione si fermò sul muro esterno, all'interno tutto continuò come prima...Quando la notte era tranquilla, indossata la giacca a vento, uscivamo a guardare le stelle. La stella polare, dritta davanti alla Casa. Vega e la Croce del Cigno a perpendicolo sopra di noi e poi tante, tante altre. A Don Eugenio piaceva che gli parlassi del cielo, della sua apparente tranquillità, delle sue terribili leggi sempre in bilico tra creazione e distruzione. Ascoltava, ascoltava in silenzio...

Ora il volto tornava sereno, parlava dei primi anni del Gavia e dei tanti giovani che ormai erano passati ed ora bisognava pensare anche alle ragazze. Occorrevano nuove idee. La povertà di idee genera nei giovani una pericolosa sudditanza psicologica che porta a confondere la fantasia con la realtà, il possibile con il reale, l'essenziale con il superfluo. Temeva l'ambiguità. Soleva dire che se un giovane sceglieva il compromesso era meglio per lui lasciare l'Oratorio. Amava invece la sincerità e pretendeva la schiettezza nel rapporto personale. La sincerità perché rifugge da qualsiasi inganno o falsità nel comportamento, la schiettezza perché il parlare doveva corrispondere all'effettivo modo di sentire e di pensare. La pretendeva perché un educatore non può lavorare se manca questo presupposto. Per questo spesso proponeva il Gavia come premio.

...Don Eugenio mi portò al Gavia la prima volta nel lontano agosto 1956. Salii con la famosa Jeep, residuato bellico ricarrozzato giardinetta su disegno Don Eugenio, tenuta insieme più dal suo entusiasmo e da quello del Mario autista che dalle leggi della fisica. Quattro ruote motrici, una rarità allora, ma allungata troppo nel telaio per cui spesso sugli stretti tornanti in terra battuta doveva fare marcia indietro. Avevo un po' di paura, ma lui sorrideva... Dopo molti anni Don Eugenio tirò fuori una vecchia foto e mi ricordò quel giorno. A tutti quelli che erano stati al Gavia,prima o poi, aveva una "bella foto" da mostrare. Bella perché era legata ad un piccolo, ma importante fatto personale che ognuno sa di aver condiviso solo con Don Eugenio….Nell'agosto 1986 ho passato le consegne agli amici più giovani che a mia volta avevo preparato. Quante storie da raccontare. Quante persone da ricordare. Impossibile in poche righe...

Erano le due. Il viso era stanco. Mi accompagnò lentamente verso il portoncino di via Borsieri. Passammo attraverso la vecchia portineria. Uscimmo sulla piazzetta. Pioveva a dirotto.

"Chissà al Gavia quanta neve" le ultime parole.

Le sue braccia strinsero per un attimo le mie. L'ultimo abbraccio.

"A domani" risposi. Poi di corsa attraversai la piazza e, rasente i muri, mi avviai a casa.

……

si spegne l'azzurro del Gavia

 insieme ai ricordi puliti di neve

……

così scrissi, di getto, dopo quel triste ultimo sabato di gennaio di ventun' anni fa.

I ricordi, tristi o lieti che siano, sono come il vento del Gavia. A volte, quando è brezza è piacevole farsi accarezzare. Quando è bufera, ci piega e ci toglie il respiro. Quando poi cade e tutto torna tranquillo sembra che nulla sia cambiato, ma a furia di soffiare, col trascorrere del tempo; sappiamo che il vento modella anche le montagne. In ogni caso è impossibile fame a meno.

 Alessandro Sai

 

 Pagine di diario

(Da "Salviamo la Gioventù")

 

Settembre 1948  UNA CASA DI ALTA MONTAGNA PER I NOSTRI GIOVANI

 Era nei desideri dei Superiori e dei giovani, dopo l'esperienza fatta prima della guerra, d attuare l'apertura di una casa di montagna anche per i giovani del nostro Pensionato dell'Oratorio. Una casa che fosse riservata solo ad essi; una casa propria dove apportare tutti gli accorgimenti e tutti i miglioramenti, che l'amore e l'entusiasmo giovanile sa creare, per rendere bello e giocondo il soggiorno di una meritata vacanza. La difficoltà dell'attuazione aveva sempre fatto pensare che si sarebbe dovuto rimandare tale compimento chissà per quanti anni. Certamente non era il 1948 l'anno della prosperità, specialmente per il fatto che con milioni di debiti per la nostra ricostruzione eravamo divenuti molto più poveri di prima!

Il Signore però sapeva che i Superiori desideravano questa casa per fare del bene, per dare a propri giovani una "palestra" dove si allenassero nelle forze fisiche ed in quelle spirituali per formare carattere e muscoli. Tutto per la salvezza di tanta gioventù e null'altro. Il Signore aveva raccolto tante preghiere di piccoli e di grandi che chiedevano per il Patronati questo grande dono. Ed il Signore pensò ad esaudire desideri e preghiere! Nel febbraio scorso, proprio durante una passeggiata sciistica si presentò un'occasione: i Superiori fecero una visita, avanzarono una sola parola e poi lasciarono che le cose maturassero con l'aiuto del Signore. Nel maggio improvvisamente, quando meno i Superiori se l'aspettavano tutto fu pronto: una magnifica casa a 2650 metri d'altezza; i proprietari disposti a vendere, ecc. Mancavano solo i soldi!

Ma non potevamo lasciar scappare l'occasione; e così abbiamo comperato la casa ... senza i soldi. Cioè abbiamo versato una piccola caparra e poi abbiamo firmato il contratto. Al resto si sarebbe provveduto. Non nascondiamo ai Benefattori che in quel periodo ci assalì una crisi: ci parve di aver osato troppo, ci parve una tentazione di Dio preparare i lavori dello ricostruzione del Pensionato distrutto, e poi senza mezzi firmare l'acquisto di una casa d montagna. Perciò, come già in altre ripetute circostanze non ci è rimasto che scusarci con la Provvidenza e pregarla di toglierci dagli impicci. Abbiamo perciò radunato un gruppetto d bravi figliuoli e abbiamo dato loro una consegna: strappare dalla Provvidenza un miracolo.

Ed i bravi fanciulli si sono messi all'opera. Passò il mese di maggio e vennero le Feste di S.Antonio. La Vergine ed il nostro Santo Patrono furono invocati dalle preghiere innocenti dei piccoli ed il miracolo venne. Passate le feste di S. Antonio il Signore pose lo sguardo suo sopra di un Benefattore. Gli ispirò non sappiamo quali sentimenti di bontà e di generosità, e ce lo mandò in soccorso. Il generoso benefattore si prese l'impegno di acquistare per il Patronato S. Antonio la casa di montagna (la somma non è troppo lontana dal milione!) E così ci salvò dal tremendo impiccio in cui ci eravamo cacciati. Non senza commozione ricordiamo ai Benefattori con quanta semplicità chiuse la sua preghiera un piccolo fanciullo, che in chiesa aspettava in preghiera l'esito dell'incontro del Superiore col buon Benefattore. All'aprirsi della porta della chiesa alzò il suo volto, fissò i suoi occhi in quelli del Superiore e con una semplicità commovente chiese "fatto?". Il Superiore era tornato col dono grande per i suoi figlioli, e si era recato in chiesa dove sapeva di essere ansiosamente atteso da alcuni piccoli che pregavano, e quando sentì quella domanda "fatto? " Non gli rimase altro da dire e rispose con una grande gioia "fatto!"

Così la Provvidenza aveva attuato i suoi disegni.

Don Eugenio

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26 Settembre 1948 Un gruppo di giovani fa la sua prima visita alla nuova Casa di alta montagna al Passo di Gavia. Giornata stupenda! I giovani sono rimasti letteralmente sorpresi dalla imponente costruzione e dei magnifici panorami; tutti attendono la vacanza futura.

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Dicembre 1948 Per la casa di alta montagna sono allo studio i lavori di attrezzatura e contiamo per la prossima stagione di essere pronti per la metà di Luglio.  I giovanissimi sono impazienti. Assicurato l'arredamento ed i servizi indispensabili verrà dato inizio ad una attività che avrà, ci auguriamo, un grande avvenire e farà un gran bene. La Casa è solida e, una volta dotata per tutte le necessità di una comunità, diverrà un paradiso. Tutto parla dell'immensità e della bellezza di Dio. Per questo pensiamo che di lassù la nostra gioventù tornerà più buona.

 

6 Agosto 1949 Inizio delle attività della nuova Casa alpina per i nostri giovani al Passo di Gavia. Ci auguriamo che le cronache dei prossimi anni possano documentare costantemente fervore ed entusiasmo.

 Agosto1949 LA PRIMA VACANZA ALLA CASA ALPINA AL PASSO DI GAVIA

Innanzitutto una precisazione: venne iniziata la nuova attività, prima ancora che la Casa fosse ultimata in tutti i suoi servizi. La mole enorme del lavoro, che all'inizio della stagione c'era ancora da compiere, avrebbe preteso che, appena terminate le feste di S. Antonio, si fossero iniziati i lavori. Invece ... non si potè guadagnare tempo che lassù è prezioso (il lavoro è possibile solo nei mesi di luglio, agosto e settembre). L'arresto o meglio il rallentamento dei lavori al Patronato, come abbiamo precisato nel bollettino scorso, era dovuto alla mancanza di mezzi finanziari adeguati. Di conseguenza non si poteva iniziare con lena i lavori al Passo di Gavia se la stessa mancanza di mezzi (anzi molto di più) affliggeva anche la casa alpina. Perciò abbiamo aspettato fino all'ultimo per avere con l'attività della colonia montana danaro liquido necessario. Così i nostri giovani passarono la vacanza assieme ai murato perfino facendo qualche volta il muratore. A detta dei competenti tutto il lavoro ampliamento e di rifinitura poteva essere fatto in una stagione. Di questo eravamo convinti pure noi; il guaio fu che le somme necessarie non ci vennero anticipate ma si sono dovute racimolare, è la parola esatta, con infiniti stenti e pertanto si è distribuito il lavoro in stagioni estive.

I nostri giovani, che quest'anno hanno passato lassù qualche settimana, se tornassero ora non riconoscerebbero più la loro casa alpina fattasi in queste ultime settimane più bella e più completa. A poco a poco ogni cosa va la suo posto. Quante difficoltà, quanti imprevisti! Tutti però hanno avuto la possibilità di comprendere quale magnifica attività potrà svolgere la Casa alpina quanto tutto sarà terminato e tutto sarà in ordine. Abbiamo raccolto, specie da diverse Autorità ed enti, le più cordiali felicitazioni ed i più entusiastici auguri.

Terminata la Cappella al riposo fisico si unirà una vera vacanza spirituale, che in montagna lascia tracce profonde difficilmente cancellabili.

Muscoli e spirito avranno lassù modo di temprarsi. Più forti e più buoni dovranno torna nostri giovani. Per questo scopo, contro tutte le difficoltà, anche le più gravi, i Superiori hanno profuso senza risparmio fatiche, energie e danaro. Il Signore benedica tali propositi ed un lieto avvenire sia riservato alla nuova Casa alpina, divenuta centro di tante energie e speriamo, di generose imprese.

 Don Eugenio

 

Dicembre 1949 La Direzione annuncia che è stata presa la deliberazione di dare alla Casa Gavia il nome del suo donatore: il Comm. Michelangelo Virgillito. Abbiamo tardato a darne l'annuncio per diversi motivi. Era necessario innanzi tutto che l'opera fosse portata a termine almeno nella sua struttura generale, onde fosse un monumento degno della gènerosità del Benefattore. La Casa alpina "M. Virgillito" disporrà di una cinquantina di letti. I servizi hanno avuto uno spazio e uno sviluppo, che raramente si può trovare in costruzioni di alta montagna. A metri 2650 di altezza un impianto di cucina capace di 100 coperti, l' acqua corrente in casa con una decina di lavabi, acqua calda corrente ad ogni piano, come pure ogni piano una doccia con acqua calda. Per il prossimo anno vi sarà l'impianto elettrico autonomo per l'illuminazione. La posizione semplicemente stupenda. Le cime superano tutte i 3000 metri; ghiacciai e nevai danno al panorama il fascino dell' alta montagna. La strada di accesso giunge sino alla porta della casa, dopo una salita davvero emozionante, quanto sicura. Un laghetto alpino delizioso si arresta a poche decine di metri dalla Casa, dopo di a lambito le rocce, che fanno da trono ad un imponente ed artistico Crocifisso, che consacra quel luogo, già tanto bello. Il Comm. Virgillito volle per la gioventù operaia del Patronato questo angolo di Paradiso! "Dica ai suoi Giovani, ripetè più volte il Commendatore al Direttore del Patronato, dica che Virgillito è anch'esso figlio di operai, e come tale ha sempre amato ed aiutato gli operi”.  L'ambasciata noi l'abbiamo fatta e possiamo assicurare che i giovani hanno compreso apprezzato molto il gesto del Comm. Virgillito, non solo per la dimostrazione della sua grande carità, ma soprattutto per la nobile intenzione di andare incontro oggi, in cui tanto ne sente il bisogno, agli operai, partecipando alla nobilissima azione sociale di elevare spiritualmente, moralmente e materialmente la classe operaia.

 

Settembre 1950 Quest'anno la nostra Casa di alta montagna ha visto aumentare la sua attività. Si trattava di creare una tradizione di disciplina, di spirito tali che assicurassero un avvenire sicuro e lusinghiero alla Casa. Gli ottimi risultati per le condizioni fisiche si sono manifestati soprattutto nei più giovani. Sua Eminenza fu assai soddisfatto nell'apprendere, dalle quote giornaliere, come ogni intenzione speculativa esulava dall'animo dei Superiori, di nessun'altra cosa preoccupati, che di vedere i giovani contenti e pieni di sincero entusiasmo rientrare alle loro case per riprendere con maggior fervore ed energia i loro doveri. Peccato che la mancanza dei mezzi finanziari non ha permesso la sistemazione definitiva dell' arredamento interno. Lo sarà, speriamo, per il futuro anno. Il Signore sa che tutto venne fatto con gravissimi sacrifici, per il solo scopo di fare del bene ai nostri giovani. Ci dia la grazia che tutto ciò non sia stato fatto invano! Dalle impressioni raccolte ci sembra di poter sperare bene, soprattutto per l'avvenire.

 

Settembre 1951 Aumentato il numero degli ospiti: raddoppiate le giornate di presenza. Maggior concorso dei più giovani e perciò dei più entusiasti. Belle passeggiate. Tempo assai favorevole. Caratteristica del 1951: un cuoco eccezionale! Più assidue le pratiche di pietà: la S. Messa e le S. Comunioni nei giorni feriali. Buon segno! Frequenti le "chiaccherate" formative. Molta cordialità fra gli ospiti. L'autodisciplina nuovo metodo. Risultato promettente. Belle le gite e le scalate! Si desidererebbe da qualcuno minor "poltronite!". Proibite le ascensioni pericolose. Incidenti: due alla macchina (qualche ammaccatura), uno alle persone: un taglio ad una mano. Perfetta guarigione. Dopo le vacanze dei giovani: lavori di arredamento, costruzione di un muro a secco sul fianco della casa con formazione di un terrapieno. Verniciatura del tetto e di tutte le imposte. Pavimentazione e zoccolatura in larice di tutto l'ultimo piano. Zoccolatura e pavimentazione di tutti i corridoi e delle scale. I giovani il prossimo anno stenteranno a riconoscere la loro Casa, già pur tanto bella. Si moltiplicheranno i frutti?

 

Settembre 1952 Il numero è assai cresciuto. E cresciuto è anche lo spirito di disciplina: il che nei giovani dai quattordici ai vent'anni è proprio una vera conquista. Speriamo sia duratura. L'organizzazione della Casa è migliorata anche quest'anno. I Superiori hanno avuto il conforto di vedere che si fa strada nei giovani la convinzione della ubbidienza e la comprensione della grave responsabilità dei Superiori di fronte ai genitori nel portarli in posti stupendi, ma anche pericolosi. Oltre all'attrezzatura, quest'anno si sono avute novità nelle passeggiate: sia per la loro organizzazione, sia per le nuove mete. Vi immaginate; cari Benefattori i nostri giovinetti, fare colazione (una ventina) su un ghiacciaio con tanto di scodelle e brodo caldo? Ve li immaginate tutti pettoruti esercitarsi a valicare certi crepacci da far inorridire... almeno le mamme? Da quest'anno oltre il Direttore della Casa fu presente un altro sacerdote nella qualità di Assistente spirituale. I benefici non sono mancati. Così continueremo nei prossimi anni. Un grazie a Don Ubaldo Valentini, ormai vecchio amico del Patronato. Nessuna malattia, nessun incidente, nonostante le circostanze le più impreviste e le più pericolose. Prima di chiudere la Casa la neve ha voluto completare il programma con una nevicata eccezionale (40 cm.). Non mancavano che gli sci! Ed infatti fu questo l'ultimo dei divertimenti in quel paradiso, che ha estasiato tutti i giovani ospiti fortunati dell'ultima settimana. Una liete vacanza, che è un impegno di generosità per tutta l'attività dell'anno scolastico. Il Signore ci tenga sempre sotto la sua protezione: i ricordi più belli li porteremo di lassù.

 

11 Settembre 1954 Si chiude la Casa del Gavia. Nemmeno il più piccolo incidente o indisposizione (se si fa l'eccezione benigna per qualche indigestione... colpa dell'aria troppo fine!) ha turbato la serenità della Casa. La protezione del Signore è evidente, quando si pensi che la Casa è a 2650 metri e che le passeggiate si svolgono su montagne o su ghiacciai che impongono attenzione e prudenza anche alle persone più competenti. Giovani la protezione del Signore bisogna meritarla sempre coll'ubbidienza ai Superiori, la preghiera e con l'amore per il vostro Patronato!

 

31 Agosto 1956 S. Ecc. Mons. Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, visita la Casa del Patronato S. Antonio al Passo di Gavia. Per i posteri registriamo la cronaca della giornata. Nel pomeriggio, mentre i giovani si apprestavano a scendere a Pontedilegno per invitare Mons. Montini, fermatosi ivi un giorno, a salire al Passo per visitare la loro casa, ecco Monsignore arrivare con il suo segretario, Don Macchi, e con Mons. Pignedoli, proprio alla soglia, fra lo sbalordimento dei pochi giovani presenti e del Direttore accorso alla chiamata dei giovani. Visitò la Casa, che era tutta... in disarmo, in preparazione della chiusura della stagione. Accettò e volle assaggiare la "specialità" della casa: il liquore Gavia! Benevolmente acconsentì di posare per un gruppo fotografico e per una ripresa ... cinematografica, da proiettare per i rimasti a Milano. Si godette alcuni minuti dello spettacolo magnifico di un gregge, fermatosi proprio attorno alla Casa e, salutati i nostri giovani che erano rimasti ammutoliti, partiva per Milano. Il cronista del Gavia alla sera riempì pagine e pagine di diario!

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                                                                                                                                          Mons. Montini, Mons. Pignedoli e Don Macchi con gli ospiti della Casa

 

14 Luglio 1958 Anche la Casa di alta montagna, al Passo di Gavia{2652 mt.), riprende la sua vita. Quest'anno c'è un insolito fervore: c'è da preparare la inaugurazione della nuova sistemazione. ' Quindi quaranta giovani, il primo scaglione, dimostra subito uno spirito di adattamento encomiabile. Adattarsi a vivere con la Casa messa a soqquadro dai muratori, falegnami, imbianchini occorre possedere un affetto, pari all'aspettativa di una festa tanto desiderata, attesa e preparata. E il Signore premia tanto ardore con una vacanza bella davvero.

 

14 Settembre 1958 LA CASA D'ALTA MONTAGNA "MICHELANGELO VIRGILLITO" AL PASSO DI GAVIA (M. 2652) FELICEMENTE                                  INAUGURATA E BENEDETTA.

 

Preparata così, con tanto entusiasmo, non poteva che riuscire una giornata indimenticabile! Il Signore poi ci volle regalare una magnifica giornata di sole e di colore. Ben trecento persone, tutte "motorizzate ", si diedero convegno in una gara commovente di ansiosa attesa ed incontenibile entusiasmo. Mons. Montini, spiacentissimo di non poter venire, come in precedenza aveva desiderato, delegò Mons. Andrea Ghetti a rappresentarlo consegnandogli una lettera. Il Sindaco di Pontedilegno, che aveva tanto volentieri assicurato il suo intervento, fu costretto a mandare il vice-sindaco geom. Bulferi. Il Comm. Virgillito, che aveva assicurato il suo intervento entusiasta, fu fermato a Milano da indisposizione. Non si poteva però procrastinare oltre la data della inaugurazione; la stagione era già troppo inoltrata, ed un cambiamento delle condizioni meterologiche avrebbe potuto compromettere seriamente ogni cosa. Infatti pochi giorni dopo, si ebbe brutto tempo! Una carovana di macchine e di motociclette arrivò da Milano nelle primissime ore del mattino. La Casa nella sua nuova veste, ancora intatta, appariva agli sguardi attoniti, circondata da una catena superba di cime e di ghiacciai, in tutto il fulgore smagliante della sua bellezza e dei suoi colori. Su ogni finestra fiori: fiori bellissimi, che nessuno si sarebbe sognato a quell' altezza. Giunse Mons. Ghetti, rappresentante dell' Arcivescovo, col rev.mo Don Antonioli, parroco di Pontedilegno. Una brezza fin troppo fresca, molto utile a tenere il cielo terso e smagliante, consigliò la celebrazione della S. Messa al chiuso. I giovani della Casa in pochi minuti provvidero a trasformare la chiesetta di S. Matteo per renderla adatta per la cerimonia. Mons. Ghetti celebrò la S. Messa e al Vangelo rivolse agli astanti un discorso. L'inno dell'Oratorio chiuse solenne e possente la cerimonia. Poi rapidamente tutti si ritrovarono attorno alla Casa. Mons. Ghetti procedette alla benedizione della Casa, quindi lesse una lettera inviata da Mons. Montinì. Ne riportiamo il testo:  

Al molto Rev. do Don Eugenio Bussa,

che dopo lO anni di iniziale e felice funzionamento, ufficialmente inaugura la Casa alpina al Passo di Gavia, del Patronato S. Antonio di Milano, il mio saluto e la mia benedizione, che di cuore estendo ai Benefattori, al Promotore, agli amici del Patronato, e specialmente ai cari giovani, che vi fanno parte e che sono e saranno ospiti del bello e provvisto edificio, affinchè, dal soggiorno alpino, traggano conforto fisico e spirituale, e sopra l'opera geniale e benefica

aleggi sempre vigile e materna, la protezione di Maria Santissima.

  G. B. Montini - Arcivescovo.

 Il Vice Sindaco Geom. Bulferi tagliò il nastro e le Autorità (erano presenti buona parte d( Consiglieri del Patronato) entrarono per la visita della Casa. Poi, pochi minuti dopo ci f l'invasione...! Invasione pacifica, esultante, commossa. I visitatori, entrando, ne ricevon subito una immediata sensazione, che dice quanto diversa sia quella Casa da tante similari e 1 rendono conto del secreto, che la rende ancor più bella, più attraente più cara. Comprendono come ne possa essere oggetto di tanto amore e come possa divenire strumento di un bene immenso. Ecco a che cosa sono serviti i lunghi anni vissuti lassù finora: a crearne lo spirito, precisarne le regole, ad attuarne gli ideali. Ed oggi con vero orgoglio possiamo scrivere sulla Casa il nome dell'Illustre Benefattore, colla coscienza di avere bene meritato la sua stima e la sua generosità. . Quando tutti si godevano quella festa di luce un improvviso allarme destò ansietà generale: da una selletta del Monte Gavia giungevano segnali di aiuto. I binocoli puntati confermano le prime incredule interpretazioni! Pochi minuti ed un gruppo di giovani, con Don Eugenio partirono veloci con corde, piccozze e mezzi di conforto. In mezz'ora si bruciò la strada di un'ora e finalmente, mentre dal basso seguivano con ansia la manovra di avvicinamento, i gruppo pericolante ( un papà con due piccoli figliuoli) che si era, evidentemente per troppa inesperienza, cacciato in pericolo, fu portato sul sentiero e rapidamente riportato a valle Sollievo generale e sorrisi di soddisfazione: il senso della sicurezza era apparso agli occhi d tutti come una prerogativa tanto importante quanto ignorata della Casa. Ed un senso d fierezza subentrò nei nostri giovani, apparsi improvvisamente depositari di tanta esperienza e dedizione! L'episodio ci permette di segnalare la missione che la Casa, da anni, silenziosamente compii a beneficio di persone pericolanti o bisognose di qualunque assistenza. Nessuno può entrare in casa per acquisti o per qualsivoglia ragione, ma se una persona si trova in pericolo o bisognosa di assistenza, trova i nostri giovani, in qualsiasi ora del giorno o della notte, col sole o colla tormenta, pronti ad ogni soccorso sicuri, generosi, disinteressati. La cronaca del soccorso riportata dai giornali L'Italia, Corriere della Sera, Domenica de Corriere, diede la stura a tutti i commenti che i fortunati reduci riportarono a Milano, nel nostro rione. I nostri cari giovani, ritagliando i giornali, ci diedero la gioia di poter sperare e contare su un affetto che farà, per l'avvenire, veri miracoli!

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21 Settembre 1958 Una seconda spedizione di persone, desiderosa di vedere le "meraviglie' della nostra Casa del Gavia, inaugurata la domenica precedente, salì fin lassù. Ne sono entusiaste e nonostante la nebbia fittissima (mai visto nulla di simile al Gavia) ci sarà chi vorrà scrivere per ringraziare ed esprimere la propria ammirazione.

 8 Agosto 1959 Superfluo segnalare tutte le imprese dei nostri giovani: ma un'altra, audace, bisogna pur segnalarla. La conquista, per la prima volta della "Cima Vioz", dal rifugio Mantova. Quest'anno la stagione favorevole ha permesso una eccezionale attività e scalate particolarmente impegnative.  Sua Eccelenza Mons. Schiavini, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Milano, onora con una sua visita la nostra Casa del Gavia. Vi celebra la S. Messa amministrando a tutti i giovani la S. Comunione. La visita della Casa ha lasciato Sua Eccellenza profondamente sorpreso e commosso. Ebbe parole di ammirazione e lasciò sul diario della Casa la sua parola di augurio e benedizione! Grazie Eccellenza, lassù abbiamo bisogno di una particolare protezione celeste.

 18 Settembre 1959 Si chiude l'attività della Casa del Gavia. Il più contento è il Superiore che sente alleggerirsi di tanta responsabilità le sue spalle! Ma va detto che ragazzi e giovani tornano contenti, con l'entusiasmo di riprendere, nel pensiero alla prossima vacanza, i loro doveri del nuovo anno scolastico. Una vacanza passata così bene si trasforma in santa energia per i propri doveri. Questo lo scopo di tanti sforzi e tante energie impiegati.

8 Giugno 1960 Il Giro d'Italia transita al Passo di Gavia. La nostra Casa d'alta montagna diventa centro di soccorso della tappa, che diverrà epica e vedrà il trionfo del corridore Massignan. Una folla di migliaia di persone sparsa lungo l'ardimentosa strada e d'attorno alla Casa, con Autorità e sportivi; la neve coi suoi muraglioni, le ansie, il tempo burrascoso hanno creato attorno alla nostra Casa una leggendaria storia di ardimento, di stima, di ammirazione. Ci spiace che i nostri giovani non hanno potuto essere testimoni di tanta esaltazione: si sarebbero sentiti pieni di orgoglio per essere gli ardimentosi ospiti della Casa del Passo di Gavia! Appena terminato il transito della Carovana dei "girini" il tempo si arrabbiò e, quando tutti ormai si erano affrettati a scendere, la tormenta prese a soffiare. Un' ora prima avrebbe cambiato quell' epopea in tragedia!

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8 Luglio 1960 Si apre la Casa d'alta montagna al Passo di Gavia. La Casa è al completo e l'entusiamo, specie delle "reclute" è alle stelle. La stagione, quest'anno, ci ha riservato niente altro che freddo, nebbia, e neve! Ma il brutto tempo non è bastato a mortificare gli entusiasmi dei giovanissimi nostri alpini. C'è da domandarsi cosa avrebbero fatto se avessero avuto la fortuna di un tempo migliore. In compenso furono attuate importanti iniziative interne con un risultato consolante e promettente. I nostri cari giovanetti non dimenticheranno tanto facilmente le lunghe "chiaccherate" di Don Eugenio dopo le quali traspariva la gioia di aver trasformato la vacanza in un vero riposo spirituale!

 

23 Luglio 1960 Avvenimenti straordinari alla Casa del Gavia! Tutte le Autorità del Giro ciclistico d'Italia ritornano lassù per una cerimonia di ringraziamento. Mons. Pirovano, vescovo missionario, il Senatore Donati, gli organizzatori del Giro Ambrosini e Torriani, Bartali, il campionissimo, Compagnoni, l'eroe del K2, i sindaci di Pontedilegno e di Valfurva, uno stuolo di altre Autorità e giornalisti si danno convegno alla nostra Casa. Don Eugenio dà a tutti il benvenuto e numerosi discorsi precedono la visita alla Casa. Sorpresa e stupore! Ammirazione e congratulazioni sincere sono la conclusione. I nostri giovani sono fieri, anche perché viene dagli organizzatori offerto loro un panettone e un libro che racconta loro le gesta di ... Bartali, che tutto infreddolito affronterà la non lieve fatica di "autografare" tutti quei libri (ben quarantacinque!). Celebrazione della S. Messa ( ringraziamento alla Cappella di San Matteo e poi banchetto ed altri discorsi! Dopo il banchetto Don Eugenio approfitta della bontà di Bartali per fare insieme un fotografia da far ... schiattare di invidia tutti i suoi giovani, più o meno sportivi! Tutto sommato: una giornata, per i nostri giovani, proprio indimenticabile ... storica!

 

11 Aprile 1961 I contrabbandieri hanno fatto un regalo alla nostra Casa d'alta montagne sfondata una finestra hanno lasciato sottopra la Casa, forse per il dispetto di non aver trovato nulla da asportare! E così Don Eugenio con un gruppo di coraggiosi salgono fin lassù i condizioni da ... K2. La Provvidenza ci ha messo evidentemente la sua mano, se tutto è andato bene.

 

12 Settembre1961 Si chiude la Casa d'alta montagna. I Superiori hanno un grande sospiro di sollievo! Non è il sacrificio che pesa, ma la gravissime responsabilità. Anche al Gavia, per la prima volta abbiamo visto dei vuoti! Pensiamo che per il Gavia la causa di codesti vuoti sia di natura diversa da quella su accennata per la colonia de mare! Qualche anziano dice che "hanno già conquistate tutte le vette di quell'arco alpino!" Superiori pensano invece che qualcuno preferisca conquistare... qualcosa d'altro!

 

16 Luglio 1962 Altra gravissima responsabilità: si apre la nostra Casa d'alta montagna, a Passo di Gavia: a metri 2652, per i nostri giovani. La data d'apertura fu, quest'anno, assai ritardata perché la neve, caduta abbondante nella primavera scorsa, faceva ancora bella mostra di se su quelle vette! La strada del Gavia, passata col 1961 all' A.N.A.S., attendeva che ci si ricordasse di lei. Speriamo pei prossimi anni nella Provvidenza divina e nella maggio sollecitudine degli uomini!

 

28 Agosto 1962 Don Eugenio, per "salvare l'onore del Gavia ", prima di chiudere la Casa d'alta montagna e visto che i suoi giovani cominciano a preferire la spiaggia, e relative "attrazioni" (!?!) con un cooperatore, un giovane ed un ragazzo compie l'ascensione al Cevedale (metri 3800) nonostante la sua età, alquanto... avanzata! Giovani cari, è un segno preoccupante vedervi preferire la spiaggia alla montagna! Chi non capisce più le grandi lezioni della montagna comprenderà poco anche quelle dello spirito. La disciplina, la vita dura, l'ardimento,la conquista delle vette immacolate erano, un giorno non lontano, il vostro sogno! Volete dire ai vostri superiori con schiettezza qual è la vera ragione di un così radicale mutamento di "gusti "? La vostra Casa è rimasta quella di sempre: nulla è cambiato nel suo spirito, nelle sue regole, nel suo programma! Non siete cambiati voi per caso? Fortunatamente le giovani leve, che vi seguono, hanno ancora gli slanci vostri di un tempo! I Superiori faranno di tutto perché li conservino!

 

15 Luglio 1963 Un grave incidente turba la tranquilla e rumorosa vita della nostra Casa del Gavia. Un giovane ospite, alle prime armi con la montagna, alla prima passeggiata, rotola su una morena e si ferisce seriamente. Nello stesso giorno altre due comitive avevano spiccato il volo, data la splendida giornata. Don Eugenio, tornato con i più piccoli alla Casa, apprende la notizia portata da due ardimentosi, riparte immediatamente per raggiungere ( preceduto da quattro giovani, partiti al primo allarme) l'infortunato e il gruppo dei compagni. Dopo la medicazione e l'apprestamento del mezzo di trasporto (una coperta, munita di dieci legacci ricavati con la corda di montagna!). Il trasporto difficilissimo e l'oscurità sopravvenuta costrinsero al pernottamento a quasi 3000 metri d'altezza in mezzo alla nebbia e con un freddo preoccupante! Un gruppo di venti giovanetti e giovani, attorno al loro compagno ferito, assieme alloro Superiore in gara tutti per prodigarsi per ogni occorrenza, passava così, dopo essersi abbassato in una cunetta per meglio ripararsi dalle correnti fredde che scendevano dalle cime coperte di neve, una notte intera. Non la più piccola crisi di stanchezza, di scoraggiamento, di diserzione; perfino di strapazzo. Nemmeno un raffreddore! Nemmeno il più piccolo malessere! Stretti ed abbracciati l'un l'altro, per conservare al massimo il calore ,della persona; dette preghiere serali e mattutine, riscaldati (moralmente!) al falò di un pacchetto di ... stuzzicadenti o alle sortite delle ... barzellette (le più fredde), corroborati da una colazione mattutina eccezionale (tre panini in venti persone!) hanno resistito in un modo, che avrebbe lasciato incredulo l'ottimista più incallito. Don Eugenio calcolava le ore all'arrivo alla Casa con previsioni che solo lui poteva capire, ma che ottenevano il risultato di credere incrollabilmente che sarebbe arrivato il momento (dolcissimo!) di sdraiarsi su di un letto o di sedersi poi alla più lauta mensa! Prima della levata del sole, una buon ora e mezza di ginnastica sempre fermi sullo stesso sasso! Poi finalmente in cammino per giungere, dopo un logorante alternarsi di brevi tappe e più lunghi riposi, a pochi minuti dalla meta: il Lago Negro ove attendevano la macchina ed i soccorsi. "Dulcis in fundo", mentre Don Eugenio si apprestava con due giovanetti per formare un piccolo guado per far passare il ferito, ecco comparire un gruppo di guardie di finanza armate di corde, piccozze, ramponi, sacchi, barella, ecc. Chiesero "Avete, visto, per cortesia, un gruppo di ragazzi con un sacerdote ed un ferito, che si sono persi sul Pietrarossa?". "Siamo noi!" rispose Don Eugenio. Allibirono, increduli. Don Eugenio era senza veste. Tutti si erano tolti qualcosa per riparare il compagno ferito. Il seminarista Villa, aveva dato il buon esempio, appena raccolto il ferito. Chiarito ogni equivoco, le buone guardie aprirono i sacchi: ne uscirono biscotti, cioccolata, cognac! Ai lettori immaginare la scena! Pochi minuti dopo il ferito era caricato sulla nostra macchina e portato dal dottore. Sulle campagnole dei finanzieri tutti gli altri giungevano felici a casa. Quattro giorni dopo una grande festa: ritornava l'infortunato! Scomparso ogni pericolo di complicazione, con quattro punti e un bel cerotto sulla testa (trascurabile le numerosissime escoriazioni) faceva il suo ingresso nella Casa accolto da un trionfo di gioia e di effusioni da mettere in pericolo, un' altra volta, la sua incolumità. La visita del padre, prima, e della madre poi, saliti fin lassù suggellava l'episodio. I genitori rimasero profondamente colpiti dalla generosità e dalla affettuosità dei compagni del loro figlio. Messi al corrente di ogni particolare, piansero di commozione guardando in faccia quanti li circondavano! Il sorriso di quei volti fugarono gli ultimi resti di una terribile paura. Don Eugenio ebbe la sua parte di soddisfazione, dopo la tremenda prova. Partita la mamma ad un giovane, che gli confidava "ma se le guardie non ci avessero incontrato sotto il Lago Negro sarebbero finite sul ghiacciaio del Pietra rossa e avrebbero girati chissà fino a quando!" "Saremmo andati noi a prenderli" "Ma, sicuro, sarei pronto un 'altra volta, con lei non ho paura!" Nella disgrazia molte furono le soddisfazioni pei Superiori. Fu il primo incidente in quindici anni di vita della Casa del Gavia ed il Signore ci tenga lontano il secondo. Ma il vedere giovanetti e giovani possedere tanta fortezza (prima morale e poi fisica!), tanta generosità e tanta fiducia nei Superiori fu certo per Don Eugenio un grande conforto che, al disopra di tante difficoltà, lo aiuterà a continuare nel suo apostolato.

 

9 Ottobre 1965 Un gruppo di giovani sale alla Casa del Passo di Gavia. Deve riportare a Milano diverso materiale. Approfitta per staccare dalla croce del lago Bianco il Cristo (di legno in grandezza quasi naturale) per riportarlo a Milano. Ha bisogno di molte riparazioni. Sarebbe un peccato che si rovini definitivamente. È stato deciso di: calarlo dalla croce ogni fine stagione, per evitare che rimanga immerso nella neve per ben sette mesi; metterlo al riparo nella nostra Casa per rimetterlo al suo posto all' aprirsi della stagione. È troppo caro agli amatori delle bellezze del Gavia e troppo necessario per foto ricordo (a migliaia o a milioni?). E un ricordo che può far sempre bene!

 

16 Luglio 1967 Parte il primo scaglione dei nostri giovanetti e giovanotti per la Casa d'alta montagna. Siamo in forte ritardo: due settimane di vacanza perse dai nostri ragazzi. E anche qui la colpa è ... dello Stato, che dopo averci aumentato le tasse anche sulla Casa di montagna, in compenso non sgombra la neve che interrompe la strada! E questo dura da tre o quattro anni, da quando la strada da provinciale divenne ... statale! Così abbiamo da qualche anno il grave problema del ritardo dell' apertura e relative conseguenze. E se dovessimo dire che ci siamo offerti a nostre spese e con le nostre braccia a togliere le poche "lingue" di neve, che, nelle anse, tardano a sciogliersi, e l'A.N.A.S. ce lo ha proibito! I nostri Benefattori ci crederebbero? È la pura verità. E così, tra mille difficoltà, si tira avanti sperando in una comprensione maggiore di tanti sforzi.

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26 Agosto 1967 Si iniziano i lavori alla nostra Casa d'alta montagna "M. Virgillito" compie nel 1968 il ventesimo anno di attività e perciò si prende l'occasione per apporre migliorie e per compiere lavori di restauro.

 

8 Settembre 1967 Si iniziano i lavori per l'impianto nuovo di riscaldamento alla Casa di montagna. Siamo a metri 2652 s.m.! L'avvenimento è di soddisfazione per i "giovani", ma lascia perplessi i "vecchi", che ha vissuto lassù i primi anni (anni eroici!) quando non si sentiva bisogno di riscaldamento. I Superiori diplomaticamente hanno sentenziato: "Bisogna camminare col... progresso!".

 

10 Maggio 1968 L'Insegnante Sig. Dante Vitalini, guida apprezzatissima ed amatissima della nostra Casa di montagna, al Passo di Gavia giunge da Bormio per serata di proiezioni, magnifiche diapositive sulla zona del Gruppo Ortles Cevedale: la nostra palestra. Si sono viste diapositive da trasecolare i fotografi esigenti e inorgoglire, davanti ai genitori spaventati, i nostri giovani protagonisti di certe ascensioni da far gridare ai trucchi del fotomontaggio! Alla nostra impareggiabile guida il nostro più cordiale ringraziamento. E chi li ferma onnai "Guida e Giovani" dal sognare conquiste e vittorie sempre più audaci? Don Eugenio spera nel Signore!

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5 Settembre 1970 Raduno di Ex-Allievi e famiglie nella nostra magnifica Casa del Gavia. È la prima volta che soggiornano anche i famigliari. Due giornate indimenticabili. La S. Messa con la trasmissione della musica delle Sette Parole; i pranzi e ancor meglio le cene, le serate, i canti, le ascensioni ardite (a non più di 500 metri di raggio dalla Casa!). L'inaugurazione del nuovo gioco delle bocce (il più alto d'Europa, secondo i certi calcoli di una rivista che noi dobbiamo ritenere seria!). Naturalmente e secondo le previsioni la prima partita l'ha vinta la "Marca Stella ". Se non sapete chi è chiedetelo agli Ex-Allievi. Alla sera del 6 Settembre i più entusiasti non volevano andarsene e ciò preoccupa Don Eugenio che, suo malgrado, pensa che, per gli anni prossimi, l'appetito vien mangiando!

 

5 agosto 1971 Sua Ecc. Mons. Ferraroni, Vescovo Ausiliare di Como, onora la nostra Casa del Gavia, con la Sua visita ambitissima. Ammira l'attrezzatura, l'incantevole posizione, le belle facce abbronzate dei nostri giovanetti. Quelle brutte erano sul ghiacciaio dei Forni intente a farsi riprendere in un filmetto. AI rinfresco, Sua Eccellenza ebbe parole di lode a non finire! Don Eugenio ascoltava con una certa faccia! I suoi ragazzi lo guardavano soddisfatti; felici di così autorevole rivalsa contro Don Eugenio ... quasi mai contento della loro ubbidienza! La sua propiziatrice benedizione e una bella foto-ricordo suggella la giornata: splendida di gioia e di sole!

 

4 Settembre 1971 Secondo raduno (ormai ci hanno pigliato gusto!) degli Ex-Allievi al Gavia. Non si può dar loro torto: due giornate di libertà ... dalla moglie; due giornate di sole e di aria pura; due giornate di tanta allegria, nostalgia ecc. Una robusta giustificazione del loro secondo raduno era la preannunciata visita di Sua Eccellenza Mons. Maggioni, Vescovo Vicario della Diocesi di Milano. La S. Messa, la S. Comunione, il pranzo, i discorsi, l'ispezione alla Casa e ai dintorni, il gruppo fotografico, la S. Benedizione finiscono per commuovere (ormai sono un po' ... anziani!) gli Ex-Allievi. Partito sua Eccellenza, la sera del 4 settembre, la cena acquistò un tale calore di intimità e di rievocazione da meravigliare e commuovere anche le domestiche, che delle due giornate, hanno sopportato il peso. Il giorno 5, domenica, non fu che la naturale continuazione della giornata meravigliosa antecedente, con la differenza del commiato, avvenuto però con misteriosi propositi e progetti pel futuro!

 

5 Luglio 1972 La neve ritarda la preparazione della nostra Casa d'alta montagna al Passo di Gavia: ma un gruppo di coraggiosi nostri giovanotti sale ugualmente lassù per predisporre il necessario all'apertura.

 

13 Luglio 1972 Il blocco della neve è spezzato: incominciano le prime scorrerie, le prime esperienze delle reclute e primi scherzi degli... anziani!

 

11 Giugno 1973 AI Passo di Gavia hanno iniziato i lavori di ampliamento della nostra Casa d'alta montagna "M Virgillito ", in occasione del 25° annuale anniversario della sua fondazione. Cinque lustri di attività entusiasmante. Scopo dell'ampliamento: dare maggiore capienza all'aumentato numero degli ospiti; maggiore comfort alle aumentate esigenze degli l'tessi, ma soprattutto iniziare un'altra attività di bene: l'assistenza alle ragazze che, dopo l'esproprio del loro Oratorio Femminile, nel nostro rione (l'Isola Garibaldi) sono rimaste completamente abbandonate. I lavori partono con lo slancio e col coraggio che le difficoltà esigono: lontananza da ogni fonte di rifornimento, altezza sul livello del mare (mt. 2652!). Condizioni metereologiche talvolta proibitive, mezzi finanziari troppo scarsi. La bontà della causa merita decisioni... eroiche!, quindi si rimboccano le maniche e ... all'opera!

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3 Settembre 1973 Alla chetichella un gruppo di ragazze sale con Don Eugenio al Gavia: u decina. Si fermeranno pochi giorni: i ragazzi (i loro ... fratelli, come li chiama Don Eugeni se ne sono andati! Sono venute a vedere, a controllare di persona se veramente la nuo costruzione è onnai una realtà, come tanto se ne parla a Milano. Prendono possesso de] Casa, ne respirano l'atmosfera di famiglia, fanno qualche scorribanda sui ghiacciai soprattutto ... fanno fotografie. Che succederà la prossima estate quando la Casa sarà aperta anche per le ... "Sorelle "?

 

13 Ottobre 1973 La neve blocca la nostra Casa del Gavia. Dura lotta contro il freddo. Nel nuova costruzione mancano i vetri. C'è pericolo di rovinare tutte le solette appena costruii Bisogna però ...fuggire. Lasciamo col terrore di non poter ritornare. Il personale lascia la Casa al completo, ma i giovani sperano di poter risalire.

 

25 Ottobre 1973 Con una campagnola opportunamente attrezzata Don Eugenio, con un gruppo di ardimentosi e un falegname, sale al Gavia. La strada di 13 km. di salita esige, d’estate, una trentina di minuti. S'impiegano invece ben 4 ore e mezzo! Chi avesse, da lontano assistito a certe acrobazie della campagnola e ai lavori forzati di spalatura, avrebbe pensato a un gruppo di ... pazzi! Ma il carico di un quintale di vetri doveva arrivare, prima di mettere gli antoni di protezione! Ce l'abbiamo fatta! Svuotato l'impianto dell'acquedotto (che sfaticata!) e chiusa la Casa si riparte coll'incubo delle tenebre! Beh! Diciamo la verità quella bottiglia di vino bevuta appena giunti a S. Caterina è costata ben cara! Un po' di cena e, tanto per riposare, tutti in macchina per ritornare a Milano: appena 4 ore e mezzo. Niente male: al mattino dopo, quegli ardimentosi sarebbero pronti a ritornare daccapo al Gavia, piuttosto che andare ... a scuola!

 

24 Agosto 1974 Partono i giovani dal Gavia: devono lasciare il posto alle ragazze (Don Eugenio le chiama le... sorelle) che saliranno per la prima volta anche loro lassù. Infatti al...

 25 agosto 1974 Arrivano e occupano ...la Casa! I “fratelli" hanno notato delle coincidenze: il tempo si è fatto bruttissimo e, dopo tanti anni, sono ricomparse, nei dintorni della Casa, vipere! Chi volesse metter in dubbio la notizia sappia che esistono le fotografie. Inutile di che le ragazze non hanno raccolto le malignità, ma hanno, con disinvoltura, iniziato il grani esperimento della nuova comunità. "Per fortuna - dirà Don Eugenio - ho cominciato solo con una ventina! Che accadrà l'anno prossimo quando un turno sarà di 52 ragazze alla volta?

 

27 Settembre 1974 Si fugge: la neve minaccia di bloccarci. Chiusura precipitosa della Casa.

 

30 Settembre 1974 Partenza, prima della levata del sole da Milano - ore 10 a S. Caterina - ore 12 la nostra macchina (c'è già la neve gelata!) va ad urtare una roccia. Col piccone si raddrizza una portiera e il cofano. Alle ore 14 siamo al Gavia. Prelevate le batterie, il gruppo elettrogeno, tolta l'acqua corrente, messi tutti gli antoni alle finestre si parte alle ore 17,30. Ore 18,30 spuntino; alle ore 23 a Lecco il motore della nostra macchina non ce la fa più: fonde! Ore l; giunge il camioncino di due fratelli, bravi Ex-Allievi, a rimorchiarci. La Polizia chiude benevolmente un occhio. Ore 2,30 siamo a Milano: finita la vacanza del Gavia: "Deo gratias! " Le abbiamo provate proprio tutte! Ma chi sa indovinare cosa è rimasto nel cuore dei centoventi 'fratelli" e "sorelle", che hanno avuto la fortuna di vivere giornate indimenticabili lassù? Nella stessa giornata i piccoli della scuola estiva hanno concluso, colle loro "Olimpiadi", i tre mesi estivi dell'Oratorio feriale. Non c'è respiro per i Superiori; è imminente l'inizio dell' Anno Scolastico.

 

20 Settembre 1975 Chiusura anche della casa del Gavia. Ben 150 giovani ('fratelli" e "sorelle ") sono st,!!i protagonisti di una estate meravigliosa! Quali saranno i frutti di tanta gioia e fervore. Don Eugenio aspetta ...!      

 

24 agosto 1976 Arriva il primo scaglione di ragazze! Decisamente il tempo era favorevole ai ragazzi! Si batterà il record: dieci giorni di acqua! Chiuse in Casa, a metri 2652, cosa possono combinare più di trenta ragazze (arriveranno poi a 52!) dell'età dai 13 ai 16 anni? A salvare la situazione provvederà la fantasia delle più vivaci, la perizia della cuoca, la pazienza dei cooperatori in aiuto a Don Eugenio, che dichiarerà, in seguito, di avere fatto la penitenza dei peccati, che non... aveva mai commesso.

 

16 Settembre 1976 Cose mai viste al Passo di Gavia! Ore 6,10: tutto il cielo è coperto. Ore 6,50: nubi d'oro per i riflessi del sole, che sta per nascere. Ore 8: tormenta, nell' oscurità più fitta: Lo spettacolo è impressionante. Don Eugenio teme il peggio: decide lo sgombero dalla Casa di tutte le ragazze. "Meglio scendere a Milano due giorni prima della chiusura, che farci prelevare dagli... elicotteri ". Ore 9: parte, in cerca di aiuto, il nostro Volkswagen: dopo un solo chilometro è bloccato. Due dei giovani di servizio, sotto la tormenta fanno 12 chilometri di strada per far salire una Land Rover di soccorso. Ore 11,30: pranzo celere, si caricano le valige. Il vento (commosso?) si acquieta per una mezz'ora. Ore 12,15: si parte. Riprendono le raffiche. La neve è diventata grigia; il cielo è nero o buio? Un'ora e mezzo dura la discesa. Ore 14 ... Il sole! Incredibile: tutti guardano verso il Gavia. Ma ormai è deciso: partenza per Milano. Per far passare la rabbia si canta, da S. Caterina Valfurva fino a Milano. Breve tappa all'Abbazia di Piona. I genitori, sorpresi dalle telefonate, si ritrovano tutti al Patronato per abbracciare le figlie... indispettite per l'anticipato ritorno. Ma DonEugenio telefona a S. Caterina (ore 19,45) e annuncia: "tempo brutto al Gavia!" Le ragazze dicono "Meno male! ... altrimenti...!" E ... convinte vanno a casa loro.

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Il 16 Settembre 1976 Don Eugenio, inconsapevole scendeva per l'ultima volta dal Gavia.

Il 29 Gennaio 1977 1a voce del Signore sussurrò all'orecchio di Don Eugenio:

 "Hodie mecum", eris i Paradiso".

E Don Eugenio, come sempre obbedendo al Signore che per tutta una vita aveva amato, onorato, servito e testimoniato fino alla consumazione fisica salito in alto, molti più in alto d Gavia.

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1977 Perché gli ospiti futuri ricordino l'ideatore e l'instancabile realizzatore della Casa, al Patronato S. Antonio viene deciso di reintitolarla al nome di Don Eugenio Bussa.

 

6 Settembre 1977 Anche quest'anno una trentina di handicappati, guidati dal Prof. U. Dell' Acqua, buon amico del Patronato, fanno visita alla nostra Casa di alta montagna. Fra canti e giochi si rinnovano le proposte, le promesse e ci si lascia tutti con una cordialità mai provata.

 

UN INCONTRO CON I RAGAZZI HANDICAPPATI: UNA GIORNATA GAVIA DA NON DIMENTICARE

Quando li abbiamo visti arrivare la prima impressione è stata di un certo imbarazzo, un timore quasi, quel timore che chissà perchè prende sempre un po' quando ci si trova a contatto con persone che soffrono per qualche menomazione. Ma appena li abbiamo visti scendere dal pullmino e venirci incontro con la loro andatura un po' goffa, ma col sorriso sulle labbra, aperto, accattivante, disponibile e allo stesso tempo pieno di speranza, ogni timidezza, ogni indugio è caduto, ed è stato bello trovarci. Credo che nel cuore di ognuna di noi l'esperienza vissuta, in quel pomeriggio, in quelle poche ore, resti viva per lungo tempo. Abbiamo scherzato, cantato, giocato e riso tutti insieme; forse è stato l'ambiente ad unirci, la montagna riesce a fare anche di questi miracoli, ma c'era anche qualcosa di più: un desiderio di donazione reciproca, un senso di solidarietà e di amore che si è acceso quasi per incanto ed è arso vivo in quelle ore di allegria e di tristezza insieme, riscaldando i cuori di noi tutti. Ci hanno molto colpito i giovani accompagnatori di quei ragazzi, con il loro entusiasmo, la loro attenzione vigile eppure rispettosa, la delicatezza con cui sono riusciti ad unirci, sani e malati, su un unico piano, quello dell' amicizia e della simpatia. Quando sono andati via in molti di noi è sorto spontaneo il desiderio di incontrarci ancora, di andare noi da loro a ricambiare la visita, ma Don Sandro ci ha sconsigliato; è stato giusto cosi, forse un altro incontro non sarebbe stato altrettanto bello e spontaneo, forse quei ragazzi avrebbero pensato che era per pietà che tornavamo a cercarli. Oggi ripensando a quell'incontro, sappiamo con certezza che anche noi abbiamo ricevuto una cosa grande da loro, una .lezione di vita, la prova che stare insieme non significa solo incontrarsi ma soprattutto donarsi con disinteresse e con amore.

 (Dal Diario Gavia delle sorelle)

 

7 Ottobre 1977 Ci giunge comunicazione telefonica da pontedilegno che la nostra Casa del Gavia è stata visitata ... dai ladri!

 

8 Ottobre 1977 Sopralluogo al Gavia: si fa l'inventario dei danni e del materiale... asportato, che dovrà essere riacquistato per poter riaprire la Casa.

 

24 Giugno 1978 Si segnala il primo viaggio di stagione al Gavia da parte di Don Sandro e di sette giovani volonterosi, viaggio veramente avventuroso per la troppa neve che ancora blocca la già impervia strada e che a due chilometri dalla Casa, si deve interrompere. Vista la situazione si incomincia a dubitare di mantenere la promessa di iniziare l'attività della Casa del Gavia per i primi giorni di Luglio.

 

5 Luglio 1978 Dal Gavia giunge la notizia di una nuova abbondante nevicata. Scoraggiamento e fatica si insinuano nei coraggiosi che, sotto la guida rude ma sicura di Don Ambrogio, lavorano per tentare di aprire la Casa; Don Sandro teme per un momento di dover rinunciare al Gavia. Ma la tenacia è il nostro mestiere!

 

16 Luglio 1978 Finalmente si parte per il Gavia con il primo gruppo. Per la cronaca dobbiamo dire che anche nel lontano 1962, il maltempo ci aveva costretti ad iniziare stagione il 16 luglio, riusciamo così ad eguagliare un "record negativo". Il sole e l'entusiasmo generale fanno dimenticare le tante fatiche dei giorni scorsi, I nell'animo di chi le ha compiute rimarranno esperienza di conquista e stimolo a l arrendersi troppo facilmente dinnanzi a qualsiasi ostacolo.

 

10 Agosto 1978 L'albo d'oro della nostra Casa del Gavia segna una nuova conquista: la cima del PICCOLO ZEBRU' (mt. 3740) è stata raggiunta da diversi nostri giovani ospiti. Era 1 vetta che sembrava per noi stregata; impedimenti atmosferici, di volontà, di organizzazione di tempo, ci hanno sempre vietato di raggiungerla, indipendentemente dalle difficoltà che essa presenta, non certamente superiori a quelle che i nostri prodi giovani abitualmente affrontano e superano.

 

10 Settembre 1978 Giornata memorabile al Gavia per i festeggiamenti a ricordo del 30° anno di vita. Non ci dilunghiamo nei particolari perché si è già parlato a lungo sull'avvenimento nel bollettino dello scorso trimestre Ma come potremo dimenticare tanto facilmente un così numeroso convegno ( circa 350) alla bella altezza di 2652 metri? Si è passato una giornata di letizia e di ricordi, ritrovandoci insieme, pensando e rievocando tante avventure giovanili. Naturalmente, Don Eugenio, l'ideatore e l'animatore della Casa, fu per noi tutti grande assente anche se ci guardava nel centro del grande refettorio tramite il ritratto appeso e lo si immaginava spiritualmente presente, particolarmente contento, indaffarate distribuire sorrisi, consigli e "pacche" sulle nostre spalle, come usava fare. Al nostro Direttore che presentava i ringraziamenti a Mons. Valentini per la sua partecipazione e per suo discorso, lo stesso Monsignore disse schiettamente che si sentiva lui in obbligo ringraziare tutti noi per avergli dato l'occasione di vivere una giornata così bella e singolare per il luogo, la compagnia, l'atmosfera.

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28 Luglio 1979 Il periodo delle reclute si chiude con la partenza per Milano dei giovanissimi, alpinisti! Sono in arrivo i "veci", quelli che la vacanza la sognano tutto l'anno! Quelli delle grandi ascensioni! Il loro programma contempla: Punta Vioz, Gran Zebrù, Presanella, Cima Cadini e "dulcii in fundo"... il Bernina. Ma al di sopra dei primati e delle cime c'è sempre una gran voglia di vivere il Gavia come meravigliosa esperienza e come un privilegiato luogo di incontro con il Superiore.

 

20 agosto 1979 Il Gavia accoglie le sorelle ormai innamorate di questa magica Casa d'alta montagna. Contemplano la "brigata" il caro Don Peppino Conci e un gruppo di tecnici che dovranno sistemare definitivamente le opere murarie per il nuovo gruppo elettrogeno.

 

9 settembre 1979 Le ragazze rientrano dal Gavia con incontenibile soddisfazione; anche per la serie ininterrotta di belle giornate che hanno permesso ascensioni alle vette tra cui il S. Matteo e il Cevedale. Per tutto il periodo ogni mattina incontro in Cappella, seguito da un pensiero spirituale formativo la cui eco speriamo possa manifestarsi nel secondo anno di Oratorio femminile.

 

29 Agosto 1980 Dal 25 al 29 Agosto il nostro Arcivescovo Carlo Maria Martini si trova, per un corso di esercizi spirituali a sacerdoti assistenti dell' Azione Cattolica, a S. Caterina Valfurva. È così vicino al Gavia: perché non invitarlo? Detto ... fatto! E il Vescovo accetta: sarà al Gavia il giorno 29 alle ore 15. Con una confusione paragonabile a quella delle api nell'alveare, tutti si danno da fare per mettere in ordine la Casa, per renderla "come sposa adorna dei suoi gioielli". Un applauso festoso accoglie il Vescovo mentre, arrivato davanti la Casa, scende dalla macchina; poi un silenzio meravigliato e contenuto; mentre Carlo Maria stringe la mano uno per uno .a tutti i presenti, come uno qualunque dei tanti alpinisti che in montagna sente l'universale fraternità che abolisce le distanze e rende solidali. Mentre si avvia dentro la casa ricorda che lui vide, già nel 1947, l'Albergo Alpino Passo di Gavia! A questo punto non aspettatevi la cronaca di una scocciante accademia con saluti, inni, discorsi. Facciamo quadrato intorno ai tavoli: fuori i bicchieri, su con i cori, ma sì, anche la fisarmonica, e così passiamo un' oretta! Il Vescovo visita la Casa in tutti i dettagli salendo la scaletta fino al... Vaticano (auguri!). Gli viene quindi donato il nostro "Ricordo del Gavia ", fabbricato in Casa da uno degli ospiti presenti, che viene contraccambiato con un affettuoso pensiero scritto sul "Diario del Gavia". Il tempo vola e il segretario del Vescovo fa cenni che siamo alla fine della visita. Secondo tradizione, viene scattata la foto di gruppo sul muretto davanti la Casa. Poi il volante passa in mano al Vescovo che, preceduto da due nostre macchine, tranquillo, sicuro, affronta la "Statale 300" verso il Lago Negro. L'ultimo saluto nella confusione allegra... ecco,é alla curva... giù di volata, è sparito! Grazie Eminenza di aver capito il nostro rumoroso affetto, il nostro amore per le cose semplici e nostrane: la nostra profonda ignoranza non si è nemmeno sentita imbarazzata a fianco della sua specialissima cultura. Il Gavia per noi è questo. Vogliamo tenerlo così. È un luogo sicuro dove ci troviamo difesi e protetti (ha visto in cappella Colei che tiene salda in mano la nostra Casa come se fosse Gesù Bambino?). Il nostro cuore di figli spirituali osa offrire a lei la stanzetta più bella: bussi e ci troverà sempre pronti ad accoglierla, sia che splenda il sole sui ghiacciai scintillanti, sia che la bufera flagelli,. invano, l'abbronzato alpinista.

 

Successivamente al 1980 nessun cronista ha compilato il diario di "Salviamo la Gioventù”

 

Terminiamo questo capitolo con lo scritto, pubblicato nel 1980, di un Ex-Allievo anonimo.

 

QUANDO ARRIVI AL GAVIA, SEI QUASI IN PARADISO

 Avevo sentito decantare la bellezza del Gavia e lo spirito che unisce tutti lassù, in armonia e amicizia, ma sino a questa estate non ero masi riuscito a restarvi un po' di giorni per appurare ciò che mi era stato detto.

Al Gavia c'ero stato solo un paio di volte: la prima (con l'indimenticabile Don Eugenio) ero troppo piccolo per potermelo ricordare; la seconda volta fu due anni fa, ma vi rimasi solo mezza giornata, troppo poco per assimilare qualcosa! Finalmente quest'anno, la mia permanenza si è protratta per due settimane, ed è appunto queste due settimane che ho vissuto nello "spirito del Gavia "; lassù tutti i rancori e antipatie che esistono a Milano vengono cancellate: si vive in allegria, ci si trova tutti amici! Non c'è niente di più bello che conquistare una vetta tutti insieme in cordata, uniti nel corpo nello spirito, oppure del dar da bere dalla propri borraccia a quell'amico che ha sete.

Al Gavia si impara ad apprezzare il lavoro degli altri, ed è appunto per questo che lavora non costa più fatica: quello che fai serve a te ma anche a tutti gli altri, e così ti senti utile, apprezzato.

Anche la sera, dopo le fatiche della giornata, io godevo tantissimo nello stare in cucina vecchia, seduto accanto al fuoco della stufa, parlando con i miei amici della giornata trascorsa. Poi, prima di andare a letto, c'era una mezz'ora di raccoglimento nella quale esaminavamo, azione dopo azione, la giornata che stava per terminare, cercando di trovare gli errori commessi per correggerli.

La vacanza trascorsa al Gavia è stata diversa dalle altre, perché mi ha in parte modificato: mi ha fatto capire la bellezza della vita comunitaria e mi ha fatto apprezzare l'importanza alcuni valori umani riscoperti lassù, tra le cime proiettate armoniosamente verso il paradiso!

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Testimonianze

 

LA CASA DEL GAVIA NELLE SUE ORIGINI

 

Una realtà che non poteva mancare nella struttura dell'Oratorio S. Antonio. Nel 1937 Don Eugenio sorprendeva tutto il rione Garibaldi prendendo una decisione, unica allora, nel suo stile di vita personale: "avrebbe fatto qualche giorno di vacanza ", lasciando l'Oratorio in mano ai chierici di allora che rispondevano al nome di Dario Camporelli e Carlo Negri; la Messa domenicale l'avrebbe detta Don Testa o Don Ubaldo. Ma non solo! Quattro ragazzi attorno ai dodici anni lo avrebbero seguito: il sottoscritto, Polerani, Panigati, e Amedei; poi si aggiunse Angelo Pensieri. Destinazione Trona: una casa rifugio con qualche stanzetta dove potevano dormire, su brandine, 7-8 ragazzi, una mansarda dove potevano sistemarsi (per terra) una ventina di ragazzi, una cappelletta, fuori casa in una casamatta cimelio di guerra, un servizio toilette con acqua corrente_mineralizzata perché consisteva in una cascatella d'acqua a 200 metri fuori casa, a temperatura ambiente, cioè gradi zero. A quell' altezza anche Don Eugenio si concedeva una variante allo stile clericale della veste di tutto punto: si toglieva il colletto, si slacciava due bottoni e faceva emergere un colletto di un maglione blu scuro con cordoncino dello stesso colore e due palline di lana. I ragazzi potevano vestirsi come volevano ma con maglioncini di colore diverso per le fotografie a colori (le prime di allora) dove uno di noi si sacrificava a stare fuori perché doveva tenere in mano un rametto di qualcosa per fare il primo piano; per fare una foto lo scatto dura un 25° di secondo, per la preparazione: due ore. Dunque, nel' 37: cinque ragazzi; nel' 38: quindici; negli anni seguenti sempre di più. Tutti tornavano "gasati" per la bellezza dell' alta montagna; Don Eugenio permetteva la salita al Pizzo Tre Signori con l'immancabile Messa ai piedi della Croce. Ma nessuno doveva salire al Trona o al Varrone e nessuno ci salì... quando era presente lui.

"MA ORMAI L'IDEA ERA NATA ": l'Oratorio doveva avere anche una casa in montagna, di alta classe oltre che di notevole altitudine, in grado di competere con i rifugi alpini esistenti. Ma dove? Undici anni dopo (eravamo nel 1948) Don Eugenio mi metteva a parte di una scoperta dalle parti di Pontedilegno - S. Caterina Valfurva di una casa abbandonata... Ma secondo lui promettente. "Ora occorre qualche bravo architetto, qualche avveduto ingegnere e un attento direttore dei lavori per metterla in funzione. Vediamo un po' chi potrei trovare... Farò tutto io" esclamò molto umilmente(!) E così fu. Doveva essere una casa alpina attrezzata di tutto punto, confortevole, accogliente... Ma soprattutto "TUTTA ED ESCLUSIVAMENTE PER L'ORATORIO MASCHILE E FEMMINILE" del futuro: una casa seria dalla disciplina feroce perché "soltanto con l'ordine - giuramundo " ci può essere allegria e benessere. Quando rivelò il luogo dove sarebbe nata la casa di montagna per "eccellenza" apparve a tutti una specie di pazzia... Per la difficoltà di costruire a quell'altezza un edificio del genere, con le attrezzature che erano state pensate e in certi mesi dell'anno. Cominciarono i numerosi viaggi: Milano - Gavia. Quando partiva la spedizione degli addetti alla costruzione della Casa del Gavia, l'Oratori, era in stato di allerta: i mezzi motorizzati ostruivano il cortile, mancava la fanfara per accompagnare l'uscita degli eroici costruttori e per i giorni di trasferta dei tecnici carpentieri muratori, elettricisti, falegnami, idraulici, ecc. L'attesa era ansiosa: manca tanto a finirla? Oltretutto giravano certe idee nelle teste di tutti che la strada del Gavia fosse "diabolica ". La più terribile e la più pericolosa dell'Italia; andare al Gavia d'inverno era come andare al Polo Nord; la strada era stretta, senza ripari (i guard rail neppure esistevano), la nebbia toglieva L vista, i burroni si susseguivano dopo ogni curva... Don Eugenio è un po' matto... Mah! Ma a dispetto di ogni paura, la casa fu costruita. E le vacanze al Gavia erano le più esaustive di ogni esigenza fisica e spirituale. Salire sul Pizzo Gaviaè stato proibito per un po' di anni stante l'idea di Don Eugenio che non si doveva arrischiare la pelle per certe emozioni di altezza.  Ma Don Eugenio non poteva essere sempre presente e certi temerari... hanno disubbidito compreso il sottoscritto in un memorabile pomeriggio d'agosto in compagnia di un sacerdoti compagno di ordinazione che ora è l'Arcivescovo di Torino, il Cardo Giovanni Saldarini, che ha mandato il suo benedicente augurio per questo anniversario. Passeggiata di riguardo, il nevaio verso il Gran Zebrù con l'immancabile granatina al nescafè (neve nel bicchiere, una cucchiaiata di nescafé, un po' di zucchero, una mescolatina), ma certi coraggiosi hanno fatto ben altro. Don Eugenio, imperterrito nel suo look clericale, obbligava Don Saldarini a stratagemmi vari per tenere la veste e non morire di caldo; su la veste fino alla cintura con casti pantaloni alla zuava, maniche rimboccate fino a 4 cm. sopra il gomito, colletto della veste slacciati ali 'ultimo bottone... la veste era visibile per 20 cm. quadrati ma c'era! Un giorno, io arrivo da Cavalese (dove mi trovavo con la mamma) con un gruppetto di uomii dell' albergo ai quali avevo preannunciato meraviglie sul conto della Casa e del "suo reverendo; accidenti: non avevo la veste ma ero nel più rigido e preciso clergyman. Entro nel refettorio di sinistra, Don Eugenio mi squadra e rivolto ai presenti dice: "Queste dovrebbe essere un prete" e poi, terminato il discorso che stava facendo, aggiunse : "Posso offrirvi un caffè? ". I miei compagni di avventura mi hanno subito detto: "Bell 'amico di prete che ha lei". Ma Don Eugenio era sempre e comunque l'amico prete che nelle lunghe conversazioni passeggiando per la stradina tra la Casa e il Crocifisso, e sul sentiero del Berni, riversava ne cuore di tutti il suo vero amore fraterno e paterno al di là di certe familiarità non sempre costruttive di moda oggigiorno. Una sera mi disse che doveva urgentemente discendere a Pontedilegno per parlare di una cosa importante con un uomo importante. Scendiamo; in una trattoria del paese, scambia qualche parola con il gestore del locale, poi s mette a fare giochetti alle carte con i presenti; passano le ore; mi dice che bisognava ritornare gli chiedo. "Ma non aveva preso l'appuntamento con quel signore?" Risposta. "Se gli chiedevo l'appuntamento quello non si faceva trovare"... E tornammo al Gavia... Erano le 11 di sera; dopo un'oretta eravamo nella nebbia più fitta: "guarda fuori dal finestrino - mi dice vedrai le pietre al bordo della strada ".

- Ma qui non ci sono pietre!

- Va avanti lo stesso che qui funziona il nostro Angelo Custode.

- Speriamo non sia quello che accompagna le anime in Paradiso.

- Fermati - mi dice Don Eugenio -la Casa non si vede ma deve essere da queste parti...

lo chiedo "ma la Casa usa uscire di sera? "

- Alt. Lasciami scendere che la Casa deve essere a dieci metri.

E per fortuna era così!

Indimenticabile Don Eugenio!

Indimenticabili giorni al Gavia.

Tanti di noi non ci sono più a rivivere quei giorni ma la Casa c'è a fadi rivivere e bisogna TORNAR VI per ritrovare le radici non della sua storia ma della nostra felicità di un tempo.

 

Monsignor Angelo Conca

 

***

S. Eminenza il Cardinale Saldarini , interpellato telefonicamente, ha mandato la Sua benedizione augurale, ricordando le "belle giornate della comune giovane età". Grazie Eminenza

 

***

 

... RICORDO

Ricordo con nitidezza quel Febbraio del 1948 a Sant' Apollonia.

Eravamo andati a fare ...una piccola settimana bianca!

Si sciava sul prato dietro l'albergo: niente seggiovia, pochi sci, tanti fondi di pantaloni... Don Eugenio mi ha portato a Pontedilegno, dal carissimo Don Giovanni Antonioli, parroco, perché doveva chiedergli se, in zona, c'era una casa per i "suoi giovani".

Si, forse, al Passo di Gavia, rispose.

Mi interesso, ma è una costruzione fatiscente aggiunse.

Mi pare che i proprietari siano "ventisei persone" eredi dell' antico proprietario.

Andiamo a cercarli.

Trovatone alcuni sono cominciate le trattative, concluse poi, con tanta pazienza, dal Rag. Bosacchi.

Il resto è noto; la realtà attuale la conosciamo tutti.

Vorrei sottolineare la gioia di Don Eugenio, allora; gli brillavano gli occhi.

Ed a me ha raccontato quello che la Casa avrebbe dovuto essere e significare per la vita dei "suoi giovani".

Casa del Gavia, prolungamento, durante le vacanze, dell'azione pedagogica cristiana dell' anno scolastico.

E soprattutto, nel clima, nel silenzio, nella disciplina, nell'esercizio fisico, nello stare insieme: momenti forti di irrobustimento dello spirito.

Don Eugenio ha veramente "investito" nel Gavia tante energie, entusiasmo, progetti, come Sacerdote-Educatore di giovani.

La sua memoria resta e continui.

 Non solo della sua persona, ma soprattutto del suo spirito e del suo metodo educativo

 

Monsignor Renzo Cavallini

 

 

41 ANNI!

 

Ho frequentato il Gavia per 41 anni, a partire dal 1957: solitamente salivo al mese di luglio mentre Don Renzo mi sostituiva nella mia Parrocchia, vicino al convitto dell 'Ignis di cui lui era direttore. AI Gavia ho messo a frutto, continuando la, l'esperienza fatta dal 1949 al 1954 nella casa di Branzi. Ho condiviso con Don Eugenio i momenti in cui si stava ristrutturando la Casa, sostituendo le reti con i letti a cuccetta che ci sono ancora oggi, pedinando le pareti e i soffitti: lavori preziosi, eseguiti con un gruppo di operai di Lissone. Il mio primo viaggio, nel' 57, fu una rapidissima andata e ritorno, con poco tempo anche re! mangiare una frugale polenta e gorgonzola.:.) Ma con Don Eugenio, si sa, si correva sempre.   Lui voleva che nelle gite, e anche nelle scalate, si tenesse la veste di sacerdote. Ma io, non appena avevo girato la curva del Lago Bianco, la piegavo e la mettevo nello zaino. Tutti sanno che Don Eugenio faceva tardi alla sera: giocava alle carte, raccontava le sue avventure, suonava il pianoforte. Quante belle serate trascorse in allegria intonando i canti di montagna! lo però, se potevo, preferivo andare a letto presto, perché la sveglia, alla mattina, suonava all'alba. Proprio Don Eugenio era l'unico a concedersi qualche ora di riposo, recuperando così il sonno arretrato di tutto un anno. Qualche volta, anche se doveva celebrare la Messa, si alzava a mezzogiorno. Parecchie volte ho perso la pazienza con lui: per esempio su questioni di puntualità, oppure sulla disciplina. E qualche volta ho minacciato di lasciare tutto e di tornare a casa. Ma poi sono rimasto per 41 anni. Dopo aver fatto la patente sono stato nominato autista ufficiale del Gavia: non vi dico la fatica per l'apertura, quando dovevamo andare a prendere i materassi, i cuscini e le pentole dalla cantina di Don Giovanni, a Pontedilegno, per portare tutto al Gavia.   E se il tempo non era buono erano dolori. Bisognava aprire l'acqua della cisterna, montare la baracca per il furgone e, senza frigorifero, portare le pentole con la carne fuori dalla casa, infilandole sotto la neve. In quei primi anni anche lavarsi era duro: l'acqua era tanta, ma gelata, per cui ogni tanto preferivamo fame a meno. Don Eugenio era particolarmente duro e pignolo quando c'erano lavori da eseguire, e al Gavia, come ben sa chi I 'ha frequentato, i lavori non mancavano mai. Proprio pensando ai lavori mi piace ricordare il personale passato dalla casa. La signora Emma, le sorelle Mariani, la signora Giuseppina e la signora Edvige, i cuochi. Così come non posso dimenticare la nostra guida, Dante Vitalini, che ci ha sempre accompagnati con tanta pazienza e bontà, sopportando la sfrenata allegria dei ragazzi. Ormai sono vecchio, ho già compiuto i 73 anni, ma i ricordi sono incisi nella memoria. Ho buttato giù quattro righe in fretta, senza alcun pretesto, forse anche un po' alla rinfu8'a. Mi rimangono da fare due raccomandazioni: ricordatevi sempre degli alpini morti alla Rocce, celebrando ogni 20 luglio la Santa Messa per loro. E ricordatevi di tutti i ragazzi passati dal Gavia che, in questi anni, ci hanno lasciato per il premio del Paradiso.

 

Don Ambrogio Guffanti

 

IL GAVIA CANTA

 

Non so se il santo re Davide, o chi per esso, si sia ispirato allo scenario del Gavia per cantare i magnifici Salmi 8 e 104, i grandi inni alla creazione. Non me ne stupirei. È sicuramente spettacolare il tramonto del sole sul Libano o la notte stellata che incombe sulle mura di Sion, e certamente suggestivo il desolato deserto di Kades o la statuaria imponenza dell'Ermon, ed indubbiamente impressionante il lamento della cerva che cerca l'acqua trai sassi di Negheb. Ma non risulti sconveniente il paragone di tanto fascino, mirabilmente cantato,. con le cime dell' Adamello allo spegnersi del sole, il manto nero della notte intarsiato di luci splendenti come fari sopra il Lago Bianco, l'arido pietrisco dei canaloni del Tre Signori, la primitiva fastosità del monte Gavia e lo scalpitio dei camosci in cerca di cibo alle baite di Caione. Ho volato su questi due scenari a prescindere, forse, dalla testimonianza che mi è stata chiesta per le tante estati trascorse al Passo di Gavia, ma le mie affermazioni potrebbero suonare retoriche perché filtrate da emozioni soggettive e quindi poco interessanti e non imparziali. Passo quindi la mano al vero credibile testimone di una bellezza indescrivibile. È il Gavia stesso che fa del suo esistere un'incontestabile dichiarazione indicando una chiara sintesi dello splendore e del terrore della natura, incredibile simbolo di una realtà trascendente. Il Gavia celebra col canto della sua seduzione un' autentica liturgia che unisce la terra al cielo, il dicibile all'ineffabile, l'uomo a Dio. Forse anche per questo il Gavia è stato voluto.

 

Ivano Vaglia

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LA MORTE DEI GIOVANI ALPINI

 

Il mattino del 20 luglio 1954 gli ospiti della Casa del Gavia si preparavano ad effettuare una delle solite escursioni in zona. Incaricato alla distribuzione delle razioni viveri per i gitanti, dopo la loro partenza mi affacciai alla finestra della direzione e notai un autocarro militare, carico di giovani soldati, fermo al Passo. Un ufficiale e l'autista erano a terra e commentavano le ammonizioni di pericolo riportate sul grande cartello A.N.A.S. : "ss 300 - Strada stretta -Curve pericolose - Caduta Massi " e del cartello che vietava il transito agli autocarri. Erano circa le ore sette quando l'ufficiale comandò di iniziare la discesa verso Pontedilegno. lJn'ora dopo, portata da due gitanti sconvolti e a loro volta bisognosi di aiuto, arrivava alla Casa, allora unica al Passo, la notizia della spaventosa sciagura. Il camion con i soldati partito dal Gavia si era fermato nel tratto più brutto e pericoloso del percorso: alle "rocce" sopra la zona del Lago Negro. Mentre l'ufficiale e l'autista erano a terra, forse per controllare le condizioni del percorso, il veicolo, per ragioni mai chiarite, si era messo autonomamente in movimento sulla strada in discesa fino a precipitare nel burrone trascinando con sé la vita di ben diciotto giovani Alpini! Poiché di li a poco sulla statale 300 dovevano transitare i partecipanti alla gara di regolarità motociclistica "Liegi-Milano-Liegi" si provvide subito a bloccare il Passo (la gara fu poi sospesa). Tutti i giovani presenti nella Casa si misero a disposizione collaborando nelle operazioni di un ormai invano soccorso. Alla dolorosa disgrazia seguirono inchieste, polemiche, campagne di stampa e processi: ma non risulta si sia arrivati ad accertare responsabilità per quanto accaduto. Nel luogo della sciagura è stato posto un cippo in marmo bianco che ricorda le giovani vittime. Dal 1955, vincolati da un voto perenne fatto nei giorni successivi al luttuoso avvenimento tutti gli anni, i120 luglio, gli ospiti della Casa del Gavia si recano al "Cippo degli Alpini" per celebrare la Santa Messa e pregare in suffragio dei giovani caduti.

 Luigi Restelli

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IL SOGNO GAVIA

 

Nessun riferimento temporale, ciò che alla mia memoria affiora è un fatto accaduto e come tale rimane presente, sempre vissuto giorno per giorno. Siamo tutti raccolti, la sera dopo cena, nel salone centrale del" Sogno Gavia ". Il Don per antonomasia ci informa che senza alcun preavviso verranno effettuate delle esercitazioni di soccorso alpino. Le giornate si susseguono con quel famoso ritmo accelerato che "quelli del Gavia conoscono: ti stanca e ti rigenera in eguale misura. Si parte al buio per una cima, missione: celebrare la Santa Messa al nascere del sole emozione unica. Si affronta un canalone, difficoltà medio-alta, molta attenzione, silenzio assoluto. Quasi tutti superiamo l'ostacolo, quando uno di noi accusa crampi e male di alta quota.' Viene dato l'ordine di chiedere soccorso alla casa madre (niente telefonini!). Tre unità ritornano al punto di partenza per attivare il pronto intervento. lo, uno dei tre, rientro alla base e con quanto fiato mi rimane grido "aiuto!" c’èI un'emergenza. Si riprende l'ascesa con la squadra opportunamente attrezzata. Raggiungiamo il finto infortunato e il Don ferma il cronometro: "Bravi" il tempo impiegato è ottimo, la coordinazione è perfetta ed il risultato è stato conseguito. Si riprende l'ascensione e noi con Lui siamo più felici di vivere il "Sogno Gavia".

 

Maurizio Vittani

 

 

TESTIMONIANZE SUL GAVIA

 

Ho vissuto l'esperienza del Gavia nella triplice veste di ragazzo, di collaboratore di Don Eugenio e di responsabile. Vorrei ricordare solo tre avvenimenti, fra i tanti, legati ai preti che hanno contribuito a maturare il mio sacerdozio, che deve molto al Gavia.

** Luglio 1956: un sabato pomeriggio, mentre alcuni ragazzi tornavano a Milano con il glorioso "gippone" ed i pochi rimasti passeggiavano verso il rifugio Berni, la Provvidenza volle che io e Don Renzo ci incamminassimo verso il Lago Negro. Al Gavia non solo ci si diverte o si contemplano i panorami, ma si parla anche della vita. Per la prima volta espressi a Don Renzo la sensazione di avere la vocazione al sacerdozio. Si sviluppò una riflessione lunga fin quasi al cippo degli Alpini, una direzione spirituale intensa, programmatica per la mia vita di preghiera, di studio, di servizio all'Oratorio, di collaborazione con i sacerdoti... Ho sempre ritenuto che il periodo della vacanza dovesse servire anche a ripensare la propria vita e proiettarla nel futuro. Il Gavia anche negli anni seguenti fu, per me, un momento di continua riflessione.

** La seconda esperienza fu vissuta con Don Eugenio. Ero Responsabile del gruppo dei ragazzi che, quel giorno, raggiunsero il Passo di Pietrarossa. Nel ritorno, è noto, che su un ghiaione scivolò Franco. Ci trovavamo in uno dei valloni oltre il Lago Negro. Mandai ad avvisare Don Eugenio, che tardò un poco perché in gita con le nuove leve. Fu anticipato da altri giovani, a cui va il mio ringraziamento. Anche i ragazzi, che erano con me, dimostrarono una notevole solidarietà. Giunse Don Eugenio ... gli andai incontro. Mi salutò dicendomi: "Adess te see se l'è la respunsabilità". Avevo allora diciannove anni, ma quella frase ... mi accompagna tuttora. Il Gavia è il luogo dove ognuno impara a prendere le responsabilità per stesso e per gli altri.

* * Il terzo sacerdote che vorrei ricordare è DonAmbrogio. Ero già Parroco del Sacro Volto. Don Ambrogio salì al Gavia con l'ordine perentorio del medico di fare convalescenza a seguito di un intervento chirurgico. Io e i ragazzi, guidati da Dante, la nostra amata guida, tornavamo al laghetto di Vallombrina e camminavamo a metà costa sotto la vedretta della Sforzellina, quando lontano ci appave la figura di Don Ambrogio che ci veniva incontro. Lo sgridai. Mi rispose che "non si può rimanere fermi a piangere i propri mali. I disagi – continuo -vanno aggrediti, non subiti; solo così si possono superare e si può continuare a vivere". Si, grazie Don Ambrogio!

** Un'ultima riflessione. Il Gavia, dunque, è maestro di vita umana e spirituale: vi si impara il sacrificio, laresponsabilità, la solidarietà, l'ubbidienza, ma specialmente l'umiltà, che mi ricorda che non posso improvvisarmi alpinista. Devo imparare a camminare su neve, su ghiaccio, sui sassi, impugnare una piccozza, procedere in cordata ... Solo così potrò raggiungere una meta impegnativa. Proprio come nella vita: quante cose devo umilmente imparare per proiettarmi nel futuro! Questa umiltà dice anche un nuovo rapporto con Dio. Mi aiuta a comprendere il suo amore verso l'uomo, che è minuscolo nei confronti dell'immensità del cielo, della maestosità delle cime e delle valli e della straordinaria bellezza dei fiori, ma che ha ricevuto tutta la creazione in dono.

Allora viene spontaneo pregare con le parole del Salmo 8: "Se guardo il cielo opera delle tue mani, la luna e le stelle, che tu ci hai fissate, che cos 'è l'uomo perché te ne ricordi? Eppure di gloria e di onore lo hai coronato e gli hai dato potere sulle opere delle tue mani O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! ".

 

Don Sandro Villa

 

 

AURORA SUL CAVIA

 

Come d'accordo la signora Emma ci sveglia alle cinque (del Gavia) e ci alziamo, cercando vincere il torpore, nel silenzio, rotto a tratti dallo scricchiolio del pavimento sotto i nostri piedi e ritmato dal regolare respiro degli altri compagni che ancora dormono. Dopo venti minuti siamo in cucina a bere il caffè del signor Lucio, che frattanto ci parla dell'acqua che scarseggia nei rubinetti e ci chiede di dare un'occhiata ai filtri, su alla vasca di raccolta sotto la cima Gavia, dove appunto noi abbiamo il nostro appuntamento con l' aurora. Preso l'occorrente usciamo all' aperto prendendo la strada che porta alla curva dell' acqua. Il cielo sopra noi è terso, nel suo blu rotto dal tremulo brillare delle stelle che fanno gioiosa compagnia nel freddo pungente. Lasciamo la strada ed iniziamo la salita sulla pietraia che porta alla trincea dove prendiamo la  mulattiera per l' anticima del Gavia. Procediamo con passo lento, cadenzato ed in silenzio con lo sguardo verso terra per meglio distinguere nell' oscurità rotta dalla luce delle nostre pile. Il cielo tenuemente schiarisce ad est e le stelle appaiono più opache. La mulattiera si è trasformata in esiguo sentiero che a tratti scompare così che iniziamo a  inerpicarci liberamente. Appena trovato un terrazzino adatto ci sediamo in attesa: siamo sotto l' anticima del Gavia Il nostro ansimare si spegne pacatamente mentre osserviamo il contrasto tra la valle, ancora buia, ed il cielo, ora di un blu tenue, sul quale si staglia la nera cresta del Pietrarossa. In lontananza si ode il confuso mormorio delle acque, che scendono dai nevai del Tre Signori e del Gaviola, rotto a tratti dallo stridulo garrire di alcuni uccelli in volo sul Gavia che torreggia alle nostre spalle. Ma a distrarci da quella "musicalità" ecco il primo annuncio dell'astro sorgente: albeggia dietro la Sforzellina che pare voglia quasi ritardarne l'apparizione. Ora i primi raggi del sole lambiscono il manto perennemente nevoso dell' Adamello che assume un tenue color ciclamino cangiante che si trasferisce, di li a poco, sulle diverse chiazze nevate del Pietrarossa. In silenzio assistiamo al vivificarsi attorno a noi della imponenza delle montagne e , per contrasto, ci sentiamo umilmente piccini mentre i sensi sono attonitamente partecipi e l'animo percepisce attimi d'immenso. Le parole non possono esprimere l'esultanza dell'animo ed il tumulto del cuore che scaturiscono da questa "percezione d'eternità ": i sentimenti "esultano al cospetto di Dio" e noi, immersi in questo vasto cielo ne percepiamo commossi la presenza. Dietro la Sforzellina s'innalza ora il sole e ci inonda di caldi raggi festosi: l'alba cede il passo al giorno e, quasi svegliandoci da un incanto, lasciamo il nostro punto d'osservazione ed iniziamo la discesa. A sfogo di sentimenti che il cuore non riesce quasi a contenere, scendendo cantiamo sommessamente. Intanto il sole raggiunge anche il fondo della nostra valle e, via via, ravviva di colori il grigiore dei sassi, la Casa ed il Lago Bianco che, immoto assorbe il turchino del cielo sembrandone quasi un tassello sfuggito. Si scende cantando consapevoli di andare incontro ad un giorno che ci apre all'ambiente circostante e ci offre il contatto con meraviglie che non immagina possano esistere chi non sa immergersi nell'incantesimo della natura.

La nostra giornata è iniziata con questa sacralità.

 

Pigi

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IL GAVIA, OVVERO, L'ASPETTO "LUDICO"

(Viene richiesto l' anonimato del relatore visto che quello degli interessati lo è di fatto: questo al fine di evitare "rappresaglie")

 ** MEDICINA

C'era un "dotto" in discipline farmaceutiche compagno di scuola di Monsignori che, con

mansioni di direttore, allungava talora il "dolcelfrutta cotta" serale con discrete dosi lassativo, salvo far sparire poco dopo da tutti i servizi qualsiasi traccia di "dotazioni igieniche ".

Sembra svolga ancora la professione

**VENDETTA

Una pasta di giovane, fisico da lottatore, tirava ogni tanto, purtroppo per te, un "cartone" e ti fiaccava il cervello.

Una sera sul tardi, inviati a letto tutti i più giovani, seduti al tavolo di legno, tirato bianco con la candeggina, nella vecchia cucina, una decina di irrequieti ventenni consumava olezzante taleggio, vino rosso innominabile e pane di dubbia data.

La luce, tanto per cambiare, mancò.

Venne accesa al centro della tavola una candela.

Il vino rosso cominciava a fare il suo effetto.

Qualcuno tirò fuori dei salamini.

Il "lottatore "brandì un affilatissimo coltello e li affettò.

Le prime e anche le successive fette furono tutte sue: improvvisamente si fece pallido, poi cianotico.

La candela al centro del tavolo proiettava sul muro la sua enorme ombra, anch'essa in difficoltà.

Un amico (l 'unico) a lui vicino, a pugni sulla schiena, cercava di liberarlo dal boccone traditore.

Nessuno degli altri aiutava il "tiratore di cartoni ";complice il "rosso" erano tutti a terra a sbellicarsi dalle risa.

Improvviso arrivò lo "sblocco "; il respiro tornò e con esso il colore del viso: rosso per l'ira. I dieci semidelinquenti burloni e brilli rinsavirono immediatamente: terribile fu la gara a non rimanere ultimo nella vecchia cucina.

A tutti buona notte! (Si sperò)

** RICORDO

C'è chi, scherzosamente e forse con un eccesso di confidenza, lo chiamava "bel pacciart”,

"pacciarottèl".

Egli è comunque blasonato e nipote di Sacerdote.

La sorte è curiosa e gli ha riservato un mezzo particolare per ricordarsi per sempre del Gavia

"il gusto!".

Soleva prendere il tardo sole mattutino su di una sedia appoggiata al muro della Casa, lato Lago Bianco.

Un malaccorto (alcune malelingue dicono non fosse solo tale) affacciandosi ad una finestra del secondo piano, esattamente "a piombo" sopra il "blasonato" si lasciò sfuggire, non si sa come, la barra di larice apri/persiane.

Dice ancora oggi "il nostro" che, come allora, "gusta" talvolta sull'alto del palato il sapore del larice.

(Questo sembra dovuto anche al fatto che al "malaccorto" la barra sfuggì una seconda volta nelle medesime circostanze di tempi, di luoghi e di presenze. Quando si dice il Fato...).

 

L.S

 

Luglio 1973     Bivacco del Money in alta Valle d'Aosta.

 

Sono preso dai miei pensieri ma il predominante è quello legato all'ascensione di domani: il nostro obbiettivo è la Traversata degli Apostoli e per questo siamo venuti qui direttamente dal Gavia. Il gruppo (siamo in tre) si è già "sfilacciato ": uno di noi, infatti, ha deciso di compiere un'altra ascensione con delle persone di Torino incontrate al bivacco mentre io e Bruno intendiamo mantenere il proposito originale. L'alba è proprio di quelle "giuste" per intraprendere ascensioni in alta montagna: partiamo fiduciosi alla volta del ghiacciaio convinti che sarà un "giorno grande" per noi. Il pendio verso la cresta è veramente ripido, ci fa un po' faticare ma arriviamo sul filo di cresta abbastanza agevolmente. Traversiamo la prima e la seconda cima del S. Andrea e sostiamo al colletto sotto il Gran S. Pietro: le condizioni della montagna non sono le migliori, c'è del ghiaccio sulla paretina di attacco ed il pendio alla base è abbastanza esposto. Le motivazioni della vigilia si affievoliscono subito, la determinazione non è più quella giusta, si parte ma con poca convinzione. Bruno supera la cresta e arriviamo al pendio di attacco che si presenta in condizioni peggiori di quanto immaginavamo: la rinuncia è una cosa automatica. Torniamo al bivacco abbastanza mesti: valeva la pena di lasciare il Gavia? Due sere prima avevamo discusso con Don Eugenio sulla nostra idea, lui cercava di convincerei a rimanere ma noi eravamo di avviso contrario. A quell'età (18 anni) la voglia di affrancarsi è molto forte e ritenevamo che un' esperienza in montagna "autonoma" fosse molto interessante e, forse, inconsciamente volevamo provare a noi stessi di essere capaci di andare in montagna da soli. Don Eugenio era forse preoccupato che ci accadesse qualcosa e non si capacitava di questo nostro progetto: d'altra parte avevamo incominciato ad andare in montagna al Gavia e non vedeva il motivo per cui si fosse dovuto andare in altro posto. Le sue preoccupazioni, ritengo, non fossero esclusivamente ambientali: in lui era molto forte il desiderio di protezione verso i suoi ragazzi ed era consapevole, in quanto esperto della cosa, dei pericoli a cui l'attività in montagna espone. Quella sera pur avendo deciso di proseguire nell'idea originale mi venivano alla mente tanti ricordi che mi portavano a pensare di non avere avuto la giusta riconoscenza verso Don Eugenio e, magari, di fargli anche un piccolo torto. Ricordavo quando, alla sera prima di dormire, con la casa priva di riscaldamento, passava presso ciascuno di noi, ci parlava brevemente e si accertava del fatto che avessimo messo il foglio di giornale per riparaci dal freddo. E, di quando, in occasione del " battesimo" dell' alta montagna con la consueta gita alla Cima Presena del gruppo Adamello, si era premurato di farmi prestare gli scarponi da neve che non avevo. Tanti altri ricordi, non legati esclusivamente al Gavia, che avevano come denominatore comune l’aspetto rilevante la figura di Don Eugenio, con tutte le attenzioni ed i riguardi che mi aveva osservato. Sono partito dal ricordo di quando ho lasciato il Gavia per compiere la prima ascensione alpinistica "importante" per fare riflessioni sul significato che ha avuto per me il Gavia, non considerato in quanto ambiente naturale ma per l'esperienza di vita che esso ha rappresentato. Per me è naturale associare il Gavia alla figura di Don Eugenio in quanto sono convinto che in quel luogo Don Eugenio dava il meglio di sé stesso. Ritengo che ciò dipendesse da una serie di ragioni ma, la principale, fosse quella che era consapevole che un'esperienza trascorsa in un ambiente talmente particolare fosse più "incisiva ", sotto il profilo educativo di altre. Durante la sua permanenza, egli dedicava a noi ragazzi molto tempo in colloqui individuali o di gruppo e, almeno per quanto mi riguarda, il binomio Gavia/Don Eugenio costituisce per me ancora adesso, a distanza di molti anni, un valore assoluto che ha segnato la mia vita. L'esperienza del Gavia, oltre che per le motivazioni che ho cercato di esporre in precedenza, mi è molto cara: gli amici che ancora frequento ed a cui sono più legato sono quelli con cui ho incominciato ad andare in montagna al Gavia e, non c'è occasione di incontro "collegiale ", nella quale non si vada a parlare dei tempi trascorsi lì tutti insieme. La passione per la montagna, che con il passare degli anni è sempre più forte, è sicuramente maturata dopo le esperienze trascorse al Gavia che mi hanno data la possibilità di vivere momenti molto intensi. Probabilmente nella vita di ciascuna persona ci sono momenti e situazioni che, per una serie di circostanze anche occasionali, lasciano un segno più forte di altri ed anche a distanza di anni è piacevole ripercorrerli con la mente in quanto trasmettono serenità: il Gavia per me è sicuramente uno di questi.

 

Giuseppe Ravasio

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Dunque, vediamo se ho preso tutto: ramponi, piccozza, corda, moschettoni, ghette.

Si c'è tutto. OK, sveglia presto e domani si parte.

L'ascensione è difficile e domani sarò il capocordata, rivedo pian piano il tragitto: la strada, il sentiero, superato il torrente si gira a destra seguendo la mulattiera si comincia a salire, ai piedi del nevaio ci si lega e si segue il dolce crinale del monte fino a raggiungere il dosso.

Si segue la cresta e si arriva al ghiacciaio, superatolo si giunge alla cresta finale.

È l'alba si parte; intanto che usciamo dal sonno cominciamo a salire, passo dopo passo senza fretta, non si deve mai correre in montagna, intanto che salgo ripenso ai consigli del Dante.

Siamo al nevaio, ci si lega e si torna a salire.

La mia cordata mi segue, ho una grande responsabilità, devo badare che nessuno metta il piede in fallo.

"Stai attento segui i miei passi"

"Non correre, sali piano e tieni in sicura la corda"

Vedo altre cordate, figure di grandi e bambini, chi più a monte, chi più a valle, le guardo e riconosco alcuni di loro: Sandro, Franco, Piero, Beppe, Massimo ma poi tanti e tanti altri, ognuno con la sua cordata, insieme verso la cima.

Continuiamo a salire, alcune cordate sono più avanti, altre più indietro, alcune le ho perse di vista, ma sotto un sole cocente arriviamo alla cresta finale.

" Forza un ultimo sforzo"

"Ci siamo: la cima"

"Ehi papà - dice Emanuele, il mio secondo di cordata - è bello quassù, si vedono tutte le

montagne intorno" "Papà, domani saliamo su quella cima più alta" Certo piccolo, domani saliamo più in alto, ma sarai tu il capocordata".

 

Antonio Rossello

 

GAVIA: UN" PROBLEMA DI CUORE"

 

Per chi ha conosciuto il Gavia con Don Eugenio era quasi un rito: il conto alla rovescia alla penultima curva era sempre perfetto, allo zero compariva la "Casa". Stupore generale! Il cuore trasaliva di gioia e pareva dilatarsi nei grandi spazi e nei silenzi delle notti trapuntate di stelle. Il mio '68 inizia proprio così: da quattordicenne nel mitico pullmino, i fogli di giornale sulla pancia per proteggermi dal clima freddo, le lancette dell'orologio spostate sull'ora Gavia, il fascino della guida, il Signor Dante. E fu subito contagio! Se ripesco nel bagagliaio delle mie esperienze personali è quasi una operazione nostalgica, ma salutare. Gli anni belli dell'adolescenza e gli impeti della giovinezza sono segnati dal marchio Gavia ed è motivo di vanto e di appartenenza. Come spiegare al sociologo che negli anni della contestazione io forgiavo il carattere a 2652 metri ripulendo il "muretto" dalle cartacce e dagli scarichi della fogna? O tentando di erigere quel dannato garage di legno? O trasportando, alla "chiusura" tutti i materassi nella canonica di Pontedilegno? Ma qualche anno dopo, finalmente, crebbi in autonomia e per "realizzarmi" venni invitato un bel settembre, con una telefonata dai toni non equivoci, a fare il manovale per lo scavo della nuova sorgente. Figuriamoci, non l'avevo mai fatto prima d'allora. Un' esperienza eccezionale! Ricordo trionfante le gocce di minio sulle pedule (conservate per anni), l'imbarazzo per il dolore delle mie prime vesciche sulle mani, le otto-dieci sogliole fritte che divoravo dopo un piattone di pastasciutta. E un bel giorno, arrivato ai mitici diciotto anni, la solita telefonata: "Hai già preso la patente? Devo andare al Gavia domani, portala! Non si mai. ". E così di colpo mi ritrovai a sostituire ufficialmente l'autista, guidando per la prima volta il pullmino salendo da Ponte una sera, con Don Eugenio accanto che si fingeva noncurante. Quella volta il cuore sussultava tremebondo e le mani sudavano. Comunque la carriera di autista continuò a lungo e dopo un famoso rientro a Milano ( "ch'e l fioeu lì el consuma poca benzina!") fui proposto come Cooperatore. Poi ci fu l'esordio delle ragazze e in un mitico 3 settembre (compleanno mio e di Don Eugenio) partiti dal Gavia con la pioggia per la spesa a valle, dopo solo tre ore restammo bloccati per la neve nella pineta di Santa Caterina io, Claudio ed Emilio Festari. Guadagnammo il Passo a piedi nella neve alta portandoci appresso le torte. Che impresa! Le foto ancora documentano la commossa accoglienza dei dispersi (noi o le torte?) Crocifisso, con Don Eugenio e il Signor Rossi. Rievocazioni o miti? Goliardie o maturità? Vacanze o responsabilità? Dopo trent'anni, ora ho un appartamento in Val di Sole, in linea d'aria proprio alle spalle Tre Signori Ad ogni viaggio, arrivati in prossimità del terzo tornante del Tonale, inizia il conto, rovescia finché non appaiono le sagome delle Anticime e del Corno Gavia. Margherita sorride. E il mio cuore ha nuovamente un sussulto!

21 giugno '98: week-end in montagna con la famiglia.  Porto Margherita e le bimbe al Lago di Pian Palù: la loro prima "gita", il primo sentiero mucche, i fiori, i colori. Descrivo, fotografo, le entusiasmo, brillano gli occhi delle piccole, le prendo in braccio per fatica. Ma non accadeva lo stesso anche con i ragazzi, lassù? In fondo al lago, il Tre Signori e la Sforzellina carichi di neve: dietro c'è la Casa! Il cuore è commosso e sgomento, ma pieno di felicità. Ho chiesto ad un cardiologo: "cardiopatia nostalgica da Gavia"? L'ho messo in crisi. Nei sacri testi non vi è menzione.

 

Alberto Cozzi

 

A TUTTO GAS

 

L'esperienza della vacanza estiva al Gavia è stata per me molto forte e significativa; mi insegnato la bellezza, la gioia ... e anche la fatica della vita comunitaria in un momento centrale della mia crescita come quello dell'adolescenza ( con esperienze vissute in primo luogo a Marina di Massa, ma che da piccoli forse non si riesce a gustare e a capire fin in fondo). Ricordo una pietra incisa e appesa nel refettorio che diceva così: "Gavia 1977 a tutto GAS” mi domandavo che cosa volesse significare quella sigla. Oggi, proprio a partire da quella sigla tento di "buttar giù" le mie riflessioni.

G come GIOIA: è vero!

Non posso pensare al Gavia se non come esperienza di gioia, una gioia che nasce da meraviglie e dallo stupore delle bellezze del creato che sono un piccolo riflesso delle belle del Creatore: gioia dello stare insieme ai tuoi amici in maniera sana e costruttiva. Non dimenticherò mai quelle favolose serate dove per ore e ore si cantavano i canti di montagna e quelli delle operette, rappresentate negli anni passati in Oratorio, accompagnati dalla fisarmonica o dal pianoforte suonati da Don Sandro Galli. Si cantava a lungo... ma non eravamo mai stanchi! La gioia per una nevicata improvvisa in pieno luglio! ... e tante altre semplici gioie (stan elencarle sarebbe troppo lungo) fatte di piccole cose ( è importante essere attenti alle piccole cose!) ... che oggi, a distanza di tempo, rileggo come gioia del Vangelo, gioia della fedi gioia per avere Gesù, perché solo lui è fonte di vera gioia.

A come AMICIZIA.

Un'amicizia vera, vissuta intensamente, che si fa sentire nel momento del bisogno. Due sono i ricordi che si fanno presenti in questo momento ( ce ne sarebbero infiniti, ma questi per me sono i due più significativi). Ho appreso proprio al Gavia la notizia della morte di mio padre. Ricordo quella sera proprio come se fosse ieri: tutti si sono stretti attorno a me facendomi sentire sempre più l'Oratorio come la mia "seconda casa" (così amava definirlo Don Eugenio, e immancabilmente me lo scriveva Don Rinaldo in una lettera, che ancora oggi conservo, che mi aveva fatto arrivare il giorno dopo). E poi l'amicizia, lungo i sentieri e i ghiacciai, di chi ti aiutava a portare lo zaino perché facevi fatica o ti aspettava, facendo finta di scattare foto, in modo tale da non dare nell' occhio per non creare imbarazzo. Penso a quegli amici che pur di farmi andare in gita mi hanno sempre portato la razione, l'acqua ... sono piccole cose è vero ma, come dicevo prima, sono proprio queste che fanno quelle grandi.   E infine al Gavia ho imparato a crescere nell' amicizia con Gesù... in quelle Messe celebrate all'aperto o in cima dei monti (le più belle "cattedrali" del mondo, così ne parlo oggi ai ragazzi del mio Oratorio quando siamo in montagna), in quei Rosari recitati al sabato sera andando al Crocifisso ... nella preghiera personale immerso in uno scenario che a volte ti sembra far toccare il cielo con un dito.

S come SACRIFICIO.

Come del resto, tutte le cose belle che fanno crescere non può mancare questa componente. Ecco allora il sacrificio di alcune camminate con annesse sveglie impossibili, tipo le tre del mattino, per andare sul Cevedale; il lavoro in Casa per renderla sempre più bella e accogliente; quante "aperture" e "chiusure "! Ricordo un'apertura con Don Rinaldo mentre toglievamo gli "antoni" pesanti di piano terra sotto una nevicata molto forte ... che fatica! Ma poi anche il sacrificio del servizio a tavola, delle pulizie, che però mi hanno aiutato a capire che servire è bello: Gesù quando durante l'ultima cena ha lavato i piedi agli apostoli non si è fatto forse "servo "? Ho capito che il sacrificio ti tempra, ti rende sempre più uomo capace di fare scelte durature e fedeli, ma è anche capace di darti una grande serenità e pace, una libertà che nessuno ti può togliere. Ecco in poche parole che cosa è stato il Gavia per me, ed è quello che oggi cerco di far rivivere ai ragazzi di San Gregorio (il mio nuovo Oratorio) quando vado in montagna con loro! Grazie al Signore per avere messo nel cuore di Don Eugenio e di chi lo ha succeduto l'idea di realizzare e di portare avanti un luogo così formativo ed educativo.

 

Francesco Leonardi

 

... BISOGNA TORNARCI!

 

É la prima volta che salgo al Gavia, giusto per una "toccata e fuga" in un giorno di giugno pre-apertura. Dopo una fermata a Santa Apollonia per una sosta "dissetante" a base di acqua ferruginosa, il Volkswagen verde inizia la salita sulla strada sterrata e dopo l'ultima curva appare la Casa. Tutto si svolge in fretta: giusto il tempo per dare un' occhiata alla Casa, trasalire alla vista del Crocifisso che riposa nel buio del corridoio del primo piano, fare un giretto intorno e si riparte per Milano con l'immancabile sosta a Piona. "Non c 'è dubbio, bisogna tornarci!" Passeranno alcuni anni, ma poi finalmente riesco a salire per una settimana durante un turno di inizio settembre e da allora sono anni di gite (più o meno impegnative), di canti e giochi, e passeggiate serali al Crocifisso, magari la notte di San Lorenzo a vedere "cascate" di stelle cadenti; per non parlare poi delle 'famose" spedizioni serali al Berni (con sedia al seguite per assistere alla proiezione di qualche non meglio identificato e soprattutto inesistente film. Sono anche anni di grandi e piccoli lavori, dalle grani pulizie della casa ( con accurata lucidatura del legno lungo le scale!) a quella del Volkswagen (nel frattempo uno nuovo bianco), assalito da una ciurma armata di spugne, stracci e detersivo che alla fin contemplava soddisfatta il "lucido" risultato. Sono gli anni del pienone o quelli più solitari con a volte solo tre, quattro persone a tenere aperta la casa per chi saliva per una visita (magari dopo tanti anni).         Quando è chiusa la Casa è solo un insieme di muri e di stanze, un bel rifugio di alta montagna ma quando è aperta si risveglia, e si anima di persone e di ricordi. Anche se si sale dopo molti anni l'atmosfera del Gavia è qualcosa che accomuna persone che magari non si sono mai viste, anche solo per esempio nel fatto che non si parlerà del terzo piano o del locale caldaia, ma si salirà" ... su in Vaticano" o si entrerà nel locale dal "terrificante" nome di Atragon! Il Gavia non è solo montagne e spazi immensi, un luogo di villeggiatura, una casa d'alta montagna, un gruppo di persone: sono tutte queste cose messe insieme che creano un'atmosfera della quale ognuno si sente parte, facendone partecipi colori che non ci soni mai stati. Si ha come una sorta di appuntamento con i luoghi, con le persone, con il Gavia per cui "non c 'è dubbio, bisogna tornarci!"

 

Sara Cardi

 

Il Gavia... quanti ricordi, ma quanta nostalgia. Nostalgia di giorni spensierati, di chiacchierate a non finire, di passeggiate da perderci il fiato ma soprattutto il ricordo di un Uomo che ci aveva voluto con sé quando ormai non ci voleva più nessuno, che stava combattendo perché anche noi avessimo una Casa, un Oratorio che ci accogliesse, che ci seguisse. Il mio incontro con Don Eugenio fu del tutto casuale: la melodia dell' organo in chiesa ci invitò ad entrare, ero in compagnia dell' "amichetta del cuore", e da lì iniziò il nostro rapporto con Don Eugenio. Le visite all'Oratorio maschile si fecero più frequenti, il Don sembrava avesse segreti da svelare solo a noi: le fotografie del Gavia, di Marina, dei suoi ragazzi, del Patronato interminabili e affascinanti racconti che ci tenevano a bocca aperta mentre il tempo trascorreva senza che ce ne accorgessimo; così a poco a poco cominciammo a far parte almeno virtualmente, dell'Oratorio S. Antonio. La salita al Gavia fu il complemento ad un breve cammino: ora anche noi avevamo l' "Oratorio "! Ricordo la partenza col mitico Volkswagen, la tappa a Pontedilegno e la salita... la salita che per una come me che ha capogiri e nausea a sol sentire parlare di automobili, non finiva mai e invece di portarmi in Paradiso mi affondava all'inferno. Ma poi arrivammo e fummo quindici giorni indimenticabili. Quindici giorni di docce, più o meno gelate, nella parte nuova della Casa ancora in costruzione, e per "costruzione" intendo mattoni a vista, pavimento, finestre, porte inesistenti! Quindici giorni di assaggio delle vette circostanti. Quindici giorni di canti spensierati, di passeggiate, di incontri con le vipere ( i rettili, intendo, quelli striscianti e non, come malignamente sottintesero i nostri 'fratelli", i bipedi di sesso femminile) e di chiacchiere, di chiacchiere, di chiacchiere con il Don. Poi la discesa a Milano, per la strada di S. Caterina, fu lieta e gioiosa come la vacanza appena trascorsa; ma chi hai mai sofferto di mal d'auto? Oggi siamo qui a festeggiare i cinquant' anni di una Casa che ci ha visto adolescenti, che ci ha un poco insegnato a vivere, ma soprattutto che ci ricorda un Uomo che ci è stato vicino, ci è stato d'esempio e che ci ha voluto molto bene.

Arrivederci, Don Eugenio, e un grosso abbraccio, quello che non mi hai permesso di darti.

 

Valeria Morganti

 

 

 

"Se tu conti gli anni il tempo ti parrà breve, se rifletti sopra gli avvenimenti,

crederai essere trascorso un secolo" (Plinio)

 Scusatemi per la presunzione ma riportando questa frase di Plinio, ho voluto sottolineare che la storia del Gavia è lunga, molto lunga, specialmente per chi l 'ha vissuta tutta (o quasi). Proprio per questo mi sembra inopportuno lanciarmi in rievocazioni a ... scalare anno per anno. Approfitto dell'ospitalità ( ma in tema di Gavia mi sembra sia d'obbligo) per ricordare brevemente una delle fasi del Gavia: quella del turno delle ragazze. Vi ho partecipato (dal 1974 al 1981) in qualità d'aiutante, cioè chi saliva per "dare una mano". Ricordo quindi, come fosse oggi, l'entusiasmo, la spensieratezza, il sentimento d'amicizia e dello "stare insieme" che ha pervaso quelle ragazze ogni giorno, ogni turno, ogni anno. Non è certamente mancata la spiritualità, forse più facile da trovare e da vivere proprio per il magnifico scenario che circondava ogni cosa e forse anche perché... il Cielo lassù è più vicino. Ecco perciò che di riflesso quei giorni sono stati entusiasmanti anche per noi: la gioia delle ragazze era la nostra gioia, il loro cameratismo il nostro, la loro preghiera la nostra. Mi sembra perciò doveroso concludere queste poche righe con un triplice ringraziamento:

- al Signore Onnipotente per avermi dato modo di fare questa esperienza;

- alle care ragazze (ma oggi dove siete?) per avermi dato modo di aiutarle e di essere da loro aiutato a capire tante cose (nella vita gli esami non finiscono mai, ed è vero!)

- al nostro Don Eugenio per avermi dato la sua fiducia.

 

Armando Forno

 

 

LA FIONDA

 

Della Casa del Gavia ne ho sentito parlare molto, sia da persone giovani che da altre... un po' meno, ed ognuna di queste ha "vissuto" la vacanza al Gavia in momenti diversi, con sacerdoti diversi e con motivazioni diverse. E tutte queste persone hanno avuto motivo di ringraziare il Signore per essersi trovate al Gavia in quel periodo della propria vita, con quel sacerdote e con quegli educatori a trascorrere "quella vacanza". Per quanto mi riguarda il Gavia lo rappresenterei come una gigantesca fionda dove ogni persona, giovane o adulta che sia, cerca di tirare con grande fatica questo immenso elastico, e quando si è arrivati al punto di dovere "semplicemente" alzare i piedi da terra e farsi proiettare nella vita di ogni giorno, ecco, ci si fa prendere dalla paura e lentamente si torna indietro fino a che l'elastico riprende la posizione iniziale. Dico questo perché al Gavia, senza le distrazioni e il caos della città, le persone riescono ad arrivare a certe intuizioni, o provare determinati sentimenti o a mettere in discussione la propria vita; in molti casi però rimangono eccellenti intuizioni o ottimi propositi. La mia speranza è che noi ragazzi e voi adulti si abbia il coraggio di staccare i piedi da terra per farsi lanciare nella vita quotidiana da questa meravigliosa fionda. Io sono convinto che possono cambiare i tempi, i sacerdoti, gli educatori ma due cose rimangono sempre le stesse: la gigantesca fionda e soprattutto la mano del Signore, senza la quale non riusciremmo a spostare l'elastico di un solo passo.

Buon cinquantesimo Gavia!

 

Fabrizio Molteni

 

 

 

TRA ROCCIA, ACQUA, CIELO

 

Nei miei trent' anni di vita ho avuto la possibilità di 'fare le vacanze" con gruppi parrocchiali in tantissime case di montagna (all'inizio come ragazza, poi educatrice, infine religiosa) e, attraverso queste esperienze, ho avuto la possibilità di constatare che se per una Parrocchia proprietaria di una casa di vacanza può rappresentare un limite (perché si possono fare le vacanze comunitarie solo in quel posto mentre i ragazzi dopo qualche anno vorrebbero conoscere e visitare altre località), d'altra parte è una grande ricchezza perché un Oratorio  vuol dire mettere le proprie radici e legare la propria storia educativa ad alcuni luoghi significativi. Quando sono arrivata a Milano tre anni fa, sono stata immediatamente subissata di notizie circa le case al Passo di Gavia e a Marina di Massa. L'entusiasmo mostrato dai ragazzi nel parlare delle esperienze fatte durante l'estate in queste due località mi faceva pensare a posti splendidi, a paesaggi mozzafiato, a case accoglienti. Finalmente dopo un anno, destinata al Gavia, avevo la possibilità di constatare personalmente quanto la fama aveva riportato. Ricordo perfettamente il primo viaggio, in particolare il tratto da S. Caterina Valfurva alla Casa: le curve, le montagne sempre più vicine, i torrenti, le cime innevate, i pini che salendo si diradavano lasciando sempre più spazio alla roccia, infine il Lago Bianco ed il Crocifisso che, stagliandosi sul lago e sulle montagne, ci dava il benvenuto invitando ci a lodare Dio per le meraviglie del creato. Fino a quel momento per me tutto era stato stupore. Finalmente arriviamo alla casa: che delusione! Mi aspettavo di vedere una grande baita in legno, magari con i gerani alle finestre o ai balconi ed invece mi trovavo davanti una casa con antoni era con la facciata scrostata ed un corridoio d'ingresso buio e scuro. Ma la delusione maggiore era derivata dal fatto che i ragazzi mi avevamo descritto la casa con un campo di pallavolo da un lato ed uno di basket dall'altro: erano due pali con una rete su un terreno pieno di sassi ed un canestro solitario e malconcio: non ho potuto fare altro che ridere e pensare che quando si ama qualcosa la si dipinge proprio con i colori del cuore. Ma come mai tanto amore per il Gavia? Ho avuto modo di scoprirlo anch'io subito Aldilà delle apparenze si tratta di una casa veramente accogliente che ad una quota superiore ai 2600 metri ti offre tutti i servizi di cui si possa avere bisogno, dall'acqua calda al riscaldamento, dalle docce alla sala giochi, dalla Cappella all'ampio refettorio alla cucina attrezzata. Ciò che affascina è soprattutto il fatto che la Casa sia situata su un passo montano, quindi fuori dal mondo, lontano dai rumori e dal chiasso della città, circondata solo da roccia, acqua e cielo, con la possibilità di vivere, per chi lo desidera, l'esperienza dell' essenzialità e del silenzio. Il Gavia è tutto questo ed altro ancora, se si pensa alle splendide esperienze di vita di gruppo, alle camminate, alle serate di gioco. Alle notti stellate, alle riflessioni e alle preghiere in mezzo alla natura. Forse dopo tre anni anche a me piace descrivere la casa del Gavia come l'affetto per essa mi suggerisce.

 

Suor Nuccia

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GAVIA CHE PASSIONE! 1995

 

Quando, nel cumulo di carta spesso in gran parte inutile che arriva con la posta, scorgo la sagoma e riconosco in trasparenza il "bollettino" di NOI EX lo apro sempre prima di tutte le altre buste.

E così è stato anche oggi.

Un piccolo tuffo di emozione al cuore, ed il ricordo corre sempre lontano, indietro nel tempo, agli attimi passati con Don Eugenio.

Oggi però non l'ho sfogliato dall'inizio come mia consuetudine.

Oggi sono andato subito alle "lettere" degli Ex, ma non vi ho trovato quello che aspettavo.

"Che stupido - mi sono detto - avranno scritto un articolo apposta!. Che stupido - mi son detto ancora - se tutti fanno come te, che sperano che gli altri lo scrivano, avranno tutti bell'aspettare ". E così mi sono deciso a scriverlo io. In quel bollettino mancava qualcosa. Mancava il resoconto del tempo che alcuni Ex Allievi, fra i quali il sottoscritto, hanno trascorso questa estate al Gavia! Tutto cominciò lo scorso Agosto. Mi trovavo in vacanza al Passo dell' Aprica con la mia famiglia e decisi che i mie due figli avrebbero dovuto vedere il Gavia. Timidamente (quanti anni erano passati?) mi accinsi a salire da Pontedilegno in direzione , "nostro" Passo.     Fu enorme la sorpresa che trovai, non solo la Casa aperta, ma addirittura Don Ambrogio con sei o sette Ex Allievi a passare qualche giorno lì.Ci lasciammo con la promessa di ampliare l'anno successivo questa esperienza e così è stai Decidemmo in famiglia: per quest'anno saremmo saliti io e mio figlio maggiore. La bambina, più piccola, sarebbe rimasta con la mamma, anch'essa "nuova" alla vacanze d'alta quota. Nondimeno anch'io avevo qualche riserva. Gli anni passati erano tanti. Le abitudini erano cambiate come le nostre esigenze e ... poteva forse essere mutato anche po' del nostri spirito? É difficile descrivere qui, in poche e piatte righe, il piacere provato in quei giorni! Ma la cosa che senz'altro più bella e più di ogni altra degna di rilievo è stata l',assoluta mancanza della necessità di "rompere il ghiaccio ". Era come se ci fossimo lasciati la domenica precedente. A dispetto della differenza di età (da qualche Ex in pensione ai figli di alcuni di noi), del fatto che molti fra di noi non si conoscevano (come mogli e figli), degli anni passati, e soprattutto del brutto tempo che ci ha quasi costantemente accompagnati, credo di poter affermare che ognuno di noi sia sceso con il fermo desiderio di tornare il prossimo anno Tutto il resto è cronaca ed è facilmente immaginabile, dalle passeggiate, ai giochi tutti insieme, ai canti serali, ai turni di mensa. No, fortunatamente, lo spirito non è mutato! I caratteri con i quali Don Eugenio lo ha impresso nei nostri cuori resistono al logorio del tempo (sia quello che "passa" che al "brutto" tempo), ed ai tentativi di questa società d oggi di togliere ai giovani la capacità di pensare con la loro testa. Anche se può sembrare retorica, ancora una volta dobbiamo dire: grazie Don Eugenio! Grazie di averci donato quella splendida palestra di vita che è la Casa del Gavia. E grazie di avercela fatta ritrovare oggi, dopo molti anni, con i nostri figli. Anche mio figlio ha capito. E non solo si è fatto promettere che l'anno prossimo faremo di tutto per recarci ancora lassù. Quando siamo tornati a casa sentivo che diceva alla sua sorellina, mentre lei faceva qualche capriccio sul cibo: "E no! Attenta! Se fai così, quando sei grande, papà non ti porta al Gavia ... "

 

Massimo Perrone

 

IL GAVIA VISTO DAI FIGLI  DEGLI  EX ALLIEVI

 

Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello vivere anche un breve periodo in una casa di alta montagna, sia per il bel panorama, che, soprattutto, per l'atmosfera di comunità che si respira in quella casa.     Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello aiutarsi a vicenda, organizzare dei turni di lavoro e sistemare la casa in modo che le persone che verranno dopo di noi si trovino bene come ci siamo trovati noi. La prima volta che sono andata lì con i miei genitori è stato l'anno scorso, ad agosto. Non volevo andarci, l'ho fatto solamente per non offendere mio papà che, a quella Casa, è legato moltissimo. Lì ho trovato alcune persone che conoscevo già e con cui ero già stata in vacanza qualche volta. Poi ho conosciuto altre persone con cui mi sono trovata benissimo: persone di tutte le età, capaci però di stare insieme con semplicità e gioia. La cosa bella è che noi ragazzi e figli di ex allievi, che non abbiamo conosciuto Don Eugenio, che non abbiamo mai fatto una vacanza da soli al Gavia come hanno fatto i nostri genitori, che non conosciamo molto bene l'oratorio O.P.S.A., la cosa bella è che noi siamo riusciti ad aiutare, contribuire  e divertirci nello stesso tempo: abbiamo saputo apprezzare lo spirito e l'atmosfera che si respira in questa Casa e tutti gli anni vogliamo ritornarci.

Grazie, Don Eugenio.

 

Valeria Casali

 

GAVIA

La campanella suona ancora

quando entra qualcuno.

Gli occhiali si appannano: il calore

della casa è tale in ogni senso.

Fuori le montagne

di neve rosseggiano per il sole c

he tramonta.

 

                                   Voci di bambini nel salone del pianoforte

                                   carte mescolate sui tavoli

                                   non ancora apparecchiati

                                   scarponi ancora umidi per la gita

                                   alle Baracche.

 

Un sottile profumo di risotto

già impregna la cucina

mentre un dolce canto della cappellina

sale al cielo

, .. , ... COSI VICINO.

 

Adele Casali

 

 

 

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