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Breve storia del Passo e della Casa
Documenti ufficiali testimoniano che già nell'XI secolo i mercanti e i contrabbandieri veneziani provenienti dalla Valcamonica percorrevano il Passo di Gavia per raggiungere, attraverso la Valfurva, la città di Bormio, i Grigioni, l'Austria e la Baviera, paesi nei quali commerciavano i pregiati prodotti orientali e soprattutto il sale marino. La strada, o meglio il sentiero, che collegava la Valcamonica alla Valfurva e alla Valtellina partiva da Pontedilegno e, raggiunta la località di Sant'Apollonia, si inerpicava (con un tragitto diverso dal percorso attuale) tra le pinete e sulla costa fino a raggiungere il Passo di Gavia. Dal Passo il sentiero, snodandosi a lato del Lago Bianco (verso il Corno dei Tre Signori), proseguiva costeggiando il lato destro del Torrente Gavia (emissario del lago) fin quasi a raggiungere il Dosso Tresero (Pian delle marmotte) per poi scendere verso Santa Caterina. Di questa parte del sentiero resta conservata, in alcuni tratti, l'originale pavimentazione veneziana a larghe pietre e il Ponte di Pietra (al pònt da preda); sul medesimo sentiero si incontra anche il Ponte delle Vacche (al pònt da li vaca) che praticamente si trova sul versante frontalmente opposto al Ponte dell'Alpe.

Per diversi secoli i commercianti della Serenissima Repubblica di Venezia utilizzarono il Passo di Gavia per sviluppare il traffico commerciale con le regioni transalpine.Ma i mutamenti politici in Europa e lo sviluppo dei trasporti, specie con l'avvento delle ferrovie e l'apertura dei trafori, determinarono la fine dell'attraversamento del Passo a scopi commerciali e la "strada del sale" rimase un sentiero al servizio del traffico locale e di impiego turistico per gli escursionisti amanti della montagna per i quali, a circa due chilometri dal Passo sul versante di Santa Caterina, venne costruito dal C.A.I di Brescia (alla destra del Torrente Gavia e quindi in prossimità del vecchio sentiero) il "Rifugio Gavia ", inaugurato il 14 Agosto 1899.

***

1915: scoppia la grande guerra!
Il grande arco montano di tutta la
Valfurva, fino al Passo di Gavia e poi giù verso l'Adamello, diventa una trincea a difesa
della Lombardia. Da Sant'Apollonia a Santa Caterina, su un percorso diverso da quello del
sentiero esistente, viene rapidamente costruita dall'Esercito Italiano una "carrettabile
di una certa pretesa come tracciato, ma di grande disinvoltura come pendenza e senza molte
opere definitive ". Nei dintorni del Passo di Gavia vengono costruite diverse
postazioni di avvistamento e difesa; dal Passo, inoltre, si dipartono numerose strade
mulattiere, in pietra a secco, verso le Antecime, il Monte Gaviola e il Corno dei
Tre Signori; a valle del Passo, verso Santa Caterina, le mulattiere portano allo
sbarramento ("Trincerone') che fronteggia il ghiacciaio del Dosegù e la Punta
San Matteo.All'inizio del 1918 gli eventi bellici obbligano il Comando della V Divisione
ad allargare e sistemare la strada da Santa Caterina al Ponte dell'Alpe, luogo in cui
vengono piazzati due grossi pezzi di artiglieria che da qui bombardano il nemico
austriaco. Da luogo di commercio e poi di turismo alpino la zona del Passo, di colpo,
diventa zona bellica che vede cruenti scontri specie sul vicino ghiacciaio del Dosegù sul
quale viene combattuta "la più alta battaglia di tutta la guerra".
Il l8 Agosto 1918 i soldati italiani conquistano la vetta del San Matteo, a 3678 metri.Il 3 Settembre 1918, dopo una violenta e sanguinosa battaglia che registra un'impressionante quantità di caduti tra i nostri soldati, gli austriaci riconquistano la cima perduta; è in questa battaglia che il Capitano Arnaldo Berni e gli eroici soldati della sua compagnia vengono inghiottiti dai ghiacci del Dosegù tomba naturale nella quale riposano ancora oggi.Per ricordare i Caduti del San Matteo nel 1919 viene inaugurato in prossimità del Rifugio Gavia, un monumento a forma di piramide con un'aquila in bronzo sovrastante; monumento che successivamente viene trasportato sul luogo attuale e nuovamente inaugurato il 28 Agosto 1927.

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Ritornata la pace gli amanti della
montagna tornano a scalare le belle cime della zona; il turismo riprende, si sviluppa e al
Passo di Gavia salgono anche le moto e le automobili!Benché non collocato sulle
grandi vie di comunicazione, come ad esempio lo Stelvio e il Tonale, e anche se la salita
in automobile (specialmente da Ponte di legno) è "riservata a pochi
impavidi" e il periodo di transitabilità è limitato a circa quattro mesi
all'anno, verso la fine degli anni '20 proprio al Passo viene costruito "1'Albergo
Alpino Passo di Gavia di non grandi
dimensioni, ma con uno standard di comfort superiori a quelle offerte dal Rifugio Gavia il
quale, oltre ai segni lasciati dal suo lungo impiego fatto dai militari per tutto il
periodo bellico, conserva le caratteristiche di un rifugio alpino molto modesto,
condizione che induce il C.A.I di Brescia a costruire, a ridosso della nuova strada che
porta a Santa Caterina e frontalmente rivolto verso San Matteo - Sforzellina, un nuovo e
moderno rifugio che viene solennemente inaugurato il13 Agosto 1933 e intitolato alla
memoria del Capitano Arnaldo Berni.Purtroppo dopo pochi anni di turismo e sano alpinismo,
a partire dal 1939 e fino al

***
1945: è finita la lunga guerra e a
Milano, in un quartiere popolare e densamente popolato, un "prete di
Oratorio" sogna di avere una casa in alta montagna nella quale i suoi giovani
possano trascorrere serene vacanze combinate a preziose esperienze di vita.Don Eugenio
Bussa (il "prete di Oratorio" in questione) per circa dieci anni, fino al
1942, aveva diretto, per conto della F.O.M.
E finalmente succede il... '48!
Si presenta un'occasione unica e, nel mese
di Febbraio, si stabiliscono i primi contatti; all'inizio di Maggio i proprietari si
decidono alla vendita.Con il versamento di una piccola caparra viene acquistata una
costruzione da ristrutturare: "L'ALBERGO ALPINO PASSO DI GAVIA" a

Un generoso benefattore, al quale sarà
poi intitolata la Casa, acquista per conto del Patronato Sant'Antonio l'immobile.Dopo
rapidissimi progetti di ristrutturazione (ideati e supervisionati da Don Eugenio) nel
Giugno 1948, con l'apertura del Passo, partono i lavori.Il 26 Settembre un folto gruppo di
giovani ed alcuni Cooperatori salgono al Gavia per vedere

Chi sale al Gavia trova lo stesso spirito
Patronato. La disciplina, pur avendo regole inviolabili non è da caserma: educa alla
convivenza senza fare violenza alla personalità ragazzo o del giovane. La sincerità, la
lealtà, il senso di solidarietà, rispetto reciproco e la vera amicizia, uniti al
rigoroso rispetto per l'ambiente, sono i valori che, trasmessi negli anni della formazione
del carattere, restano impressi nell'animo per sempre!I momenti di spiritualità che si
vivono al Gavia sono di un'intensità stupenda: la preghiera, un canto su qualche vetta o,
alla sera, al Crocifisso del Lago Bianco, la S.Messa celebrata nella Cappella della Casa o
all'aperto in prossimità del lago, lasciano
nel cuore sentimenti che il tempo non riesce a cancellare. Al Passo c'è solamente

Il Rifugio Berni è a due chilometri, Santa Caterina a dodici e mezzo verso la Valfurva e la Valtellina, Ponte di legno a sedici e mezzo verso la Valcamonica. Il passaggio limitato di veicoli e di turisti permette ai ragazzi di vivere da "padroni" in un ambiente stupendo. Passeggiate, gite, escursioni scalate: quasi ogni giorno una nuova meta!Le escursioni più difficili e le scalate vengono sempre effettuate con una guida del C.A.I, prima fra tutte il mitico Dante Vitalini, per oltre trent'anni guida dei nostri giovani..

I più giovani prendono confidenza con la
montagna, mentre chi ha alle spalle due - tre anni di Gavia affronta, in cordata su rocce
e ghiacciai, scalate impegnative: salvo poche eccezioni, le cime della zona (

La
Casa al Gavia il giorno dell'inaugurazione
Il 14 Settembre 1958, alla presenza delle
autorità civili e religiose, la Casa completamente finita viene ufficialmente inaugurata
e intitolata a Michelangelo Virgillito, il benefattore che nel

Il 3 Settembre 1973 sale alla Casa del Gavia il primo gruppo di ragazze per vedere di persona la nuova realtà della quale tanto si parla nel nostro Oratorio a Milano. Si fermano per pochi giorni: dal 19741a Casa sarà aperta anche per loro. Il 29 Gennaio 1977 muore Don Eugenio.
Non potrà vedere il compimento della sua
opera, sia per quanto riguarda il completamento della Casa sia, soprattutto, per la
realizzazione dell'Oratorio femminile a Milano, del quale proprio al Gavia aveva messo il
seme. Perché gli ospiti futuri ricordino l'ideatore e l'instancabile realizzatore della
Casa, al Patronato Sant'Antonio viene deciso di reintitolarla al nome di Don Eugenio Bussa. Il 10 Settembre 1978 nella
ricorrenza del XXX della Casa, con una commovente cerimonia che vede presenti circa
trecento cinquanta persone la nuova costruzione viene benedetta ( Monsignor Valentini, che
celebra
Le opere di finitura interne della nuova costruzione, avviata nel 1974, non sono ancora sta completate. Nel corso degli anni infatti sono state affrontate onerose spese di adeguamenti alle normative di legge: rifacimento completo dell'impianto elettrico, installazione di rivelatori di fumo in tutta la Casa, porte tagliafuoco, sistemazione del locale caldaia installazione di valvole di sicurezza sulle condotte del gas liquido per la cucina.
Negli ultimi tre anni sono stati eseguiti lavori di sistemazione delle perlinature, sono sta sostituiti l'arredamento della cucina e la caldaia; il locale "cucina vecchia" è stato rinnovato (con l'installazione di un caminetto) e sarà utilizzato come sala - soggiorno; infine a tutte le finestre sono stati applicati dei telai con portelle in acciaio apribili come persiane che evitano la manutenzione e il montaggio e smontaggio dei vecchi "antoni ".
Nel corrente anno 1998 sarà eseguita la tinteggiatura esterna di tutta la Casa e del tetto; in base alle nuove norme di legge sarà realizzata anche l'uscita di sicurezza dalla Cappella verso retro della Casa. Nel prossimo anno saranno invece costruite le uscite di sicurezza al secondo piano e in "Vaticano" con relativa scala esterna sul retro della Casa. Per quanto riguarda le condizioni dell'ambiente circostante va purtroppo registrato un notevole aumento di transito e sosta di veicoli al Passo (addio quiete!) conseguenti all'allargamento della strada Pontedilegno - Santa Caterina e alla costruzione della galleria che evita "le rocce": opere che rese necessarie dagli eventi tragici della Val Pola hanno reso meno difficoltoso il transito al Passo. Dal 1995, nel periodo dal 15 al 30 Agosto la Casa viene aperta, in autogestione, agli Ex Allievi e alle loro famiglie.
Qui si chiude la (non) breve storia della Casa del Gavia che quest'anno compie cinquant'anni di attività.

... culla di grandi gioie,
palestra di grandi imprese,
scuola di grandi esperienze .
conservarla
tale?
Dal mio diario:
Fui l'ultimo a parlare con Don Eugenio.
Entrai nell'Oratorio, come era abitudine di molti, già tardi. Solo la luce del vecchio buffet era accesa, ma non sentivo il solito parlottare con l'inconfondibile timbro della voce del Signor Vismara. Entrai. Don Eugenio era solo. Il famoso "ritrovo serale", esempio di televisione interattiva e multimediale dal vivo, languiva, soppiantato dalla nuove abitudini dei giovani e della gente...
...Il ritrovo serale. Occasione di amicizie durature e fucina di idee per organizzare e preparare le tante attività: il calcio, la pallacanestro, il ping-pong, l'associazione missionaria, le prove" del teatro, il gruppo accoliti, i convegni maggiori e minori con le loro ulteriori attività. Ogni sera lui era sempre presente e i suoi progetti e le sue passioni diventavano le nostre perché sapeva riproporle con gusto didascalico: fotografia, musica, il gioco delle carte, i viaggi, il gioco degli scacchi e della dama, il ping-pong, il biliardo, la regia teatrale, l'organizzazione delle gite, il disegno, i cartelloni, gli scritti, i componimenti musicali, il coro dei bambini, il coro degli adulti, la dottrina dei giovani. E ancora Marina, Branzi, Gavia, l'Oratorio feriale, le riunioni per attività e infine la riunione cooperatori.
Momento determinante perché la scelta e la formazione dei collaboratori era il momento meno noto ma più delicato e importante di tutta la vita organizzativa dell'Oratorio. Apprezzava chi sapeva mettersi a disposizione con umiltà, chi sapeva conquistarsi l'autorevolezza senza imporre autoritarismi. A volte era difficile collaborare perché pretendeva molto in termini di quantità e qualità di impegno, ma molti lo seguivano perché a se stesso chiedeva di più: la sua dedizione totale all'Oratorio era diventata ormai consumazione. Al termine del ritrovo, a sera inoltrata, uscivamo dal portoncino socchiuso e nel rione ancora gente. La gente di via Borsieri. I cortili, dentro i cortili e i portoni aperti alla sera, tanta gente. Ai "poveri" delle case di ringhiera della via Borsieri si accompagnavano i "ricchi" di piazzale Segrino. Distinzione puramente toponomastica, priva di ogni forma di conflitto sociale perché nell'Oratorio eravamo tutti uguali. Uguali perché ognuno si sentiva importante, conosciuto da Don Eugenio e dai suoi cooperatori, chiamato per nome e cognome, seguito, osservato, controllato: entrando c'era sempre un grande che ti riconosceva e ti salutava...
Mi salutò, mi indicò la sedia sempre in bilico fra le assi di quel pavimento sconnesso e iniziò a parlare...
...A Don Eugenio piaceva parlare, e quando
parlava si infervorava sempre, anche quando si ripeteva perché ripeteva si le parole, ma
la carica emotiva che ci metteva era sempre nuova e coinvolgeva sempre. I fatti, anche
vecchi di anni, sembravano accaduti ieri. Amava parlare in modo figurato citando con
precisione persone e date. Le parole descrivevano i personaggi che rivivevano e
comunicavano dal vivo i loro messaggi. Grande qualità oratoria che usava anche nelle
lunghe prediche. Per questo affascinava e coinvolgeva e la Chiesa si riempiva sempre di
giovani grandi e piccoli e di tanta gente. Ormai erano diverse generazioni perché i
genitori, diventati ex allievi, portavano i loro figli ad ascoltare le stesse storie. La
Messa delle ore 10: le panche centrali riservate ai giovani e tutto intorno nelle navate
laterali, come in un abbraccio affettuoso, i genitori, i nonni,
Il volto più pallido del solito, ma nulla faceva presagire l'imminente tragedia, se non, ma di questo me ne sono accorto dopo, un desiderio, un'ansia di ribadire i punti fondamentali, le finalità primarie dell'Oratorio.
...Oratorio strumento educativo di massa. Una massa non anonima perché somma di tante persone a ciascuna delle quali dava una tesserino che doveva essere il segno visibile di una scelta da cui pretendeva coerenza. Guai vergognarsene, non lo sopportava...
La sua grande riservatezza non aveva permesso a nessuno, salvo forse ai suoi famigliari, di conoscere il suo stato di salute. Sapevamo solo che due anni prima non era stato bene e che i medici gli avevano) sconsigliato di salire al Gavia. Infatti da due anni aveva ridotto la presenza a pochi giorni e di questo se ne rammaricava molto. E così cominciammo a parlare ancora una volta del Gavia. Il suo parlare era diventato un fiume in piena. Era gennaio, ma voleva che già pensassi alla prossima stagione, al personale, ai lavori da fare, alle iniziative nuove e vecchie da proporre. Bisognava fare un piano di rilancio. Bisognava dare vigore ai quei principi ispiratori per i quali la Casa del Gavia era nata. Cominciò, a suo modo, ad elencarle e parlava come se non ci fossi solo io, ma tutti i giovani, ragazzi e ragazze, del suo Oratorio. Non osavo interromperlo anche se ormai la mezzanotte era passata.
...Che cos'è il Gavia? Don Eugenio aveva vissuto un'esperienza precedente a Trona, in una casa della Federazione Oratori e da li capi la possibilità di compiere tanto bene per i giovani. Come per altre cose, iniziò a progettare. Progettare è più che realizzare un insieme di idee seppur buone. C'è la stessa differenza che esiste fra un mucchio di mattoni e una casa. Entrambi sono fatti di mattoni, ma per costruire una casa è necessario avere in testa chiaramente finalità, metodi e contenuti.
Ø Finalità: il momento forte, austero, efficace nel lungo cammino di formazione e di preparazione ad una vita cristiana.
Ø Metodi: la presenza fondamentale del Sacerdote che si propone come guida spirituale quotidiana, occasione di un più profondo incontro con Dio attraverso una maggiore frequenza ai Sacramenti della Confessione e dell'Eucaristia. La Confessione e la conseguente guida spirituale sono i due momenti cardinali dell'azione educativa e formativa di Don Eugenio. Su di essi si costrui e crebbe in tutti noi l'esperienza Oratorio Patronato S.Antonio.
Ø Contenuti: i valori fondamentali del messaggio universale del Vangelo, proposti con semplicità, naturalezza nella loro essenzialità.
Tutto il progetto Gavia doveva ruotare intorno a questi punti fermi. Solo così riteneva giustificati gli sforzi, anche finanziari, e i sacrifici che stava per chiedere a se stesso e ai suoi cooperatori. Solo così si giustificava l'enorme responsabilità che stava per assumere di fronte ai genitori. Il Gavia dunque nasce da un'equazione logica: un giovane, tolto, anche se per pochi giorni, dai tanti condizionamenti negativi della vita cittadina, cresce naturalmente cristiano perché più facilmente mantiene il suo stato di grazia e di rapporto amichevole con Dio. Questa non era un'idea fissa di Don Eugenio, era una convinzione. Tutto il resto avvenne come logica conseguenza. La ricerca del luogo il più possibilmente isolato, a contatto con una natura intatta, perché ancora impervia, incontaminata. Lo trovò e iniziò a realizzare la cosa più bella della sua vita. Progettò la ristrutturazione, diresse i lavori, costrui l'acquedotto, curò l'arredo interno. Non aveva soldi, ma tanto entusiasmo contagioso come l'influenza per cui anche le cose semplici diventavano eccezionali, perché uniche. "Uniche" perché solo noi le facevamo. Dovevamo fare tutto da noi per cui i lavori non finivano mai, ma tutti potevano dire che c'era del loro anche se a Don Eugenio non andava mai bene niente, neanche l'orario normale. Inventò l' OraGavia. Quando si entrava per la prima volta in Casa all'inizio di ogni stagione, sistemate le valige nelle camere, ci radunava in refettorio e, con gesto solenne, toglieva l'orologio dal taschino, lo guardava lisciandolo col pollice per verificarne il funzionamento regolare e poi lo metteva due ore avanti. Tutta la vita della Casa, compresa la sveglia, doveva essere regolata su questa ora legale. C'era un perché. Dovevamo sfruttare al massimo la luce naturale per non consumare troppo le batterie che servivano come luce di emergenza per la notte. C'era sempre un perché. Tutto doveva essere previsto, a tutto si doveva provvedere, nulla lasciato al caso. Teneva molto all'orario comunitario: vivere la quotidianità come insieme di buone abitudini. Gli, piaceva che i giovani si svegliassero presto e via. Una gita, un'ascensione, sempre attivi. Ad ognuno un piccolo incarico, un servizio a favore degli altri. Non gli piacevano quelli che se ne stavano a fare niente con le mani in tasca e la testa vuota. Le cose sciocche vengono in mente quando non si sa cosa fare...
Intanto era passata l'una, fuori iniziava a piovere a dirotto. Stavo per alzarmi e salutarlo, ma mi fermò con lo sguardo, si fece pensieroso, assunse un tono pacato, ma fermo. Con gli occhi fissi nei miei, mi ricordò quanto fosse importante la scelta delle persone che collaboravano, il loro modo di fare, le loro mansioni e soprattutto le mie. Un direttore è bravo quando non si nota: sa valorizzare gli altri. Ora era lui a ricordare..Alla sera, quando era sicuro che tutti dormivano, sedeva nel tinello, accanto alla vecchia cucina. Apriva il giornale e iniziava a leggere commentando ad alta voce i fatti del giorno. Intanto preparavo la scacchiera ben sapendo che quella partita non sarebbe mai finita. Non finivamo mai per due motivi. Primo non voleva mai perdere. Secondo, tra una mossa di cavallo e un arrocco, apriva sempre una discussione. Si parlava di tutto. Eravamo passati indenni attraverso gli anni della contestazione sessantottina che aveva travolto molte altre istituzioni simili alla nostra. L'Oratorio e il Gavia avevano resistito, anzi avevamo raggiunto il massimo di presenze, anche se Don Eugenio non faceva mai un bilancio puramente numerico. Il Gavia non è un albergo. Gli interessava di più il bilancio delle anime e aveva il senso della misura nelle proprie capacità. Gli avevo portato alcuni scritti di Marcuse, i proclami del maggio francese e dell'autunno tedesco, gli articoli di Capanna... La sua preoccupazione diventava rabbia. Era impressionato dalla mancanza di valori, dall'aridità delle tesi, di come si strumentalizzassero i giovani e i giovani non lo capivano...La rabbia poi diventava profonda preoccupazione perché intravedeva, in quel vuoto delle coscienze pericoli ben maggiori. Purtroppo aveva previsto giusto. Gli anni successivi furono i più gravi. La contestazione arrivò anche sui muri dell'Oratorio proprio nella domenica in cui festeggiavamo S. Antonio, nostro Patrono, e Don Eugenio rispose con un cartello in cui si ricordava che anche Antonio a Padova ebbe a che fare con il prepotente Ezzelino, fascista dell'epoca sua. La contestazione si fermò sul muro esterno, all'interno tutto continuò come prima...Quando la notte era tranquilla, indossata la giacca a vento, uscivamo a guardare le stelle. La stella polare, dritta davanti alla Casa. Vega e la Croce del Cigno a perpendicolo sopra di noi e poi tante, tante altre. A Don Eugenio piaceva che gli parlassi del cielo, della sua apparente tranquillità, delle sue terribili leggi sempre in bilico tra creazione e distruzione. Ascoltava, ascoltava in silenzio...
Ora il volto tornava sereno, parlava dei primi anni del Gavia e dei tanti giovani che ormai erano passati ed ora bisognava pensare anche alle ragazze. Occorrevano nuove idee. La povertà di idee genera nei giovani una pericolosa sudditanza psicologica che porta a confondere la fantasia con la realtà, il possibile con il reale, l'essenziale con il superfluo. Temeva l'ambiguità. Soleva dire che se un giovane sceglieva il compromesso era meglio per lui lasciare l'Oratorio. Amava invece la sincerità e pretendeva la schiettezza nel rapporto personale. La sincerità perché rifugge da qualsiasi inganno o falsità nel comportamento, la schiettezza perché il parlare doveva corrispondere all'effettivo modo di sentire e di pensare. La pretendeva perché un educatore non può lavorare se manca questo presupposto. Per questo spesso proponeva il Gavia come premio.
...Don Eugenio mi portò al Gavia la prima
volta nel lontano agosto 1956. Salii con
Erano le due. Il viso era stanco. Mi accompagnò lentamente verso il portoncino di via Borsieri. Passammo attraverso la vecchia portineria. Uscimmo sulla piazzetta. Pioveva a dirotto.
"Chissà al Gavia quanta neve" le ultime parole.
Le sue braccia strinsero per un attimo le mie. L'ultimo abbraccio.
"A domani" risposi. Poi di corsa attraversai la piazza e, rasente i muri, mi avviai a casa.
si spegne l'azzurro del Gavia
insieme ai ricordi puliti di neve
così scrissi, di getto, dopo quel triste ultimo sabato di gennaio di ventun' anni fa.
I ricordi, tristi o lieti che siano, sono come il vento del Gavia. A volte, quando è brezza è piacevole farsi accarezzare. Quando è bufera, ci piega e ci toglie il respiro. Quando poi cade e tutto torna tranquillo sembra che nulla sia cambiato, ma a furia di soffiare, col trascorrere del tempo; sappiamo che il vento modella anche le montagne. In ogni caso è impossibile fame a meno.
(Da "Salviamo la Gioventù")
Settembre 1948 UNA CASA DI ALTA MONTAGNA PER I NOSTRI GIOVANI
Il Signore però sapeva che i Superiori
desideravano questa casa per fare del bene, per dare a propri giovani una "palestra"
dove si allenassero nelle forze fisiche ed in quelle spirituali per formare carattere
e muscoli. Tutto per la salvezza di tanta gioventù e null'altro. Il Signore aveva
raccolto tante preghiere di piccoli e di grandi che chiedevano per il Patronati questo
grande dono. Ed il Signore pensò ad esaudire desideri e preghiere! Nel febbraio scorso,
proprio durante una passeggiata sciistica si presentò un'occasione: i Superiori fecero
una visita, avanzarono una sola parola e poi lasciarono che le cose maturassero con
l'aiuto del Signore. Nel maggio improvvisamente, quando meno i Superiori se l'aspettavano
tutto fu pronto: una magnifica casa a
Ma non potevamo lasciar scappare l'occasione; e così abbiamo comperato la casa ... senza i soldi. Cioè abbiamo versato una piccola caparra e poi abbiamo firmato il contratto. Al resto si sarebbe provveduto. Non nascondiamo ai Benefattori che in quel periodo ci assalì una crisi: ci parve di aver osato troppo, ci parve una tentazione di Dio preparare i lavori dello ricostruzione del Pensionato distrutto, e poi senza mezzi firmare l'acquisto di una casa d montagna. Perciò, come già in altre ripetute circostanze non ci è rimasto che scusarci con la Provvidenza e pregarla di toglierci dagli impicci. Abbiamo perciò radunato un gruppetto d bravi figliuoli e abbiamo dato loro una consegna: strappare dalla Provvidenza un miracolo.
Ed i bravi fanciulli si sono messi
all'opera. Passò il mese di maggio e vennero le Feste di S.Antonio. La Vergine ed il
nostro Santo Patrono furono invocati dalle preghiere innocenti dei piccoli ed il miracolo
venne. Passate le feste di S. Antonio il Signore pose lo sguardo suo sopra di un
Benefattore. Gli ispirò non sappiamo quali sentimenti di bontà e di generosità, e ce lo
mandò in soccorso. Il generoso benefattore si prese l'impegno di acquistare per il
Patronato S. Antonio la casa di montagna (la somma non è troppo lontana dal milione!) E
così ci salvò dal tremendo impiccio in cui ci eravamo cacciati. Non senza commozione
ricordiamo ai Benefattori con quanta semplicità chiuse la sua preghiera un piccolo
fanciullo, che in chiesa aspettava in preghiera l'esito dell'incontro del Superiore col
buon Benefattore. All'aprirsi della porta della chiesa alzò il suo volto, fissò i suoi
occhi in quelli del Superiore e con una semplicità commovente chiese "fatto?".
Così la Provvidenza aveva attuato i suoi disegni.

26 Settembre 1948 Un gruppo di giovani fa la sua prima visita alla nuova Casa di alta montagna al Passo di Gavia. Giornata stupenda! I giovani sono rimasti letteralmente sorpresi dalla imponente costruzione e dei magnifici panorami; tutti attendono la vacanza futura.

Dicembre 1948 Per la casa di alta montagna sono allo studio i lavori di attrezzatura e contiamo per la prossima stagione di essere pronti per la metà di Luglio. I giovanissimi sono impazienti. Assicurato l'arredamento ed i servizi indispensabili verrà dato inizio ad una attività che avrà, ci auguriamo, un grande avvenire e farà un gran bene. La Casa è solida e, una volta dotata per tutte le necessità di una comunità, diverrà un paradiso. Tutto parla dell'immensità e della bellezza di Dio. Per questo pensiamo che di lassù la nostra gioventù tornerà più buona.
6 Agosto 1949 Inizio delle attività della nuova Casa alpina per i nostri giovani al Passo di Gavia. Ci auguriamo che le cronache dei prossimi anni possano documentare costantemente fervore ed entusiasmo.
Innanzitutto una precisazione: venne iniziata la nuova attività, prima ancora che la Casa fosse ultimata in tutti i suoi servizi. La mole enorme del lavoro, che all'inizio della stagione c'era ancora da compiere, avrebbe preteso che, appena terminate le feste di S. Antonio, si fossero iniziati i lavori. Invece ... non si potè guadagnare tempo che lassù è prezioso (il lavoro è possibile solo nei mesi di luglio, agosto e settembre). L'arresto o meglio il rallentamento dei lavori al Patronato, come abbiamo precisato nel bollettino scorso, era dovuto alla mancanza di mezzi finanziari adeguati. Di conseguenza non si poteva iniziare con lena i lavori al Passo di Gavia se la stessa mancanza di mezzi (anzi molto di più) affliggeva anche la casa alpina. Perciò abbiamo aspettato fino all'ultimo per avere con l'attività della colonia montana danaro liquido necessario. Così i nostri giovani passarono la vacanza assieme ai murato perfino facendo qualche volta il muratore. A detta dei competenti tutto il lavoro ampliamento e di rifinitura poteva essere fatto in una stagione. Di questo eravamo convinti pure noi; il guaio fu che le somme necessarie non ci vennero anticipate ma si sono dovute racimolare, è la parola esatta, con infiniti stenti e pertanto si è distribuito il lavoro in stagioni estive.
I nostri giovani, che quest'anno hanno passato lassù qualche settimana, se tornassero ora non riconoscerebbero più la loro casa alpina fattasi in queste ultime settimane più bella e più completa. A poco a poco ogni cosa va la suo posto. Quante difficoltà, quanti imprevisti! Tutti però hanno avuto la possibilità di comprendere quale magnifica attività potrà svolgere la Casa alpina quanto tutto sarà terminato e tutto sarà in ordine. Abbiamo raccolto, specie da diverse Autorità ed enti, le più cordiali felicitazioni ed i più entusiastici auguri.
Terminata la Cappella al riposo fisico si unirà una vera vacanza spirituale, che in montagna lascia tracce profonde difficilmente cancellabili.
Muscoli e spirito avranno lassù modo di temprarsi. Più forti e più buoni dovranno torna nostri giovani. Per questo scopo, contro tutte le difficoltà, anche le più gravi, i Superiori hanno profuso senza risparmio fatiche, energie e danaro. Il Signore benedica tali propositi ed un lieto avvenire sia riservato alla nuova Casa alpina, divenuta centro di tante energie e speriamo, di generose imprese.
Dicembre
1949 La Direzione annuncia che è stata presa la deliberazione di dare alla Casa
Gavia il nome del suo donatore: il Comm. Michelangelo Virgillito. Abbiamo tardato a darne
l'annuncio per diversi motivi. Era necessario innanzi tutto che l'opera fosse portata a
termine almeno nella sua struttura generale, onde fosse un monumento degno della
gènerosità del Benefattore. La Casa alpina "M. Virgillito" disporrà di una
cinquantina di letti. I servizi hanno avuto uno spazio e uno sviluppo, che raramente si
può trovare in costruzioni di alta montagna. A metri 2650 di altezza un impianto di
cucina capace di 100 coperti, l' acqua corrente in casa con una decina di lavabi, acqua
calda corrente ad ogni piano, come pure ogni piano una doccia con acqua calda. Per il
prossimo anno vi sarà l'impianto elettrico autonomo per l'illuminazione. La posizione
semplicemente stupenda. Le cime superano tutte i
Settembre
1950 Quest'anno
Settembre 1951
Aumentato il numero degli ospiti: raddoppiate le giornate di presenza. Maggior concorso
dei più giovani e perciò dei più entusiasti. Belle passeggiate. Tempo assai favorevole.
Caratteristica del 1951: un cuoco eccezionale! Più assidue le pratiche di pietà:
Settembre 1952 Il numero è assai cresciuto. E cresciuto è anche lo spirito di disciplina: il che nei giovani dai quattordici ai vent'anni è proprio una vera conquista. Speriamo sia duratura. L'organizzazione della Casa è migliorata anche quest'anno. I Superiori hanno avuto il conforto di vedere che si fa strada nei giovani la convinzione della ubbidienza e la comprensione della grave responsabilità dei Superiori di fronte ai genitori nel portarli in posti stupendi, ma anche pericolosi. Oltre all'attrezzatura, quest'anno si sono avute novità nelle passeggiate: sia per la loro organizzazione, sia per le nuove mete. Vi immaginate; cari Benefattori i nostri giovinetti, fare colazione (una ventina) su un ghiacciaio con tanto di scodelle e brodo caldo? Ve li immaginate tutti pettoruti esercitarsi a valicare certi crepacci da far inorridire... almeno le mamme? Da quest'anno oltre il Direttore della Casa fu presente un altro sacerdote nella qualità di Assistente spirituale. I benefici non sono mancati. Così continueremo nei prossimi anni. Un grazie a Don Ubaldo Valentini, ormai vecchio amico del Patronato. Nessuna malattia, nessun incidente, nonostante le circostanze le più impreviste e le più pericolose. Prima di chiudere la Casa la neve ha voluto completare il programma con una nevicata eccezionale (40 cm.). Non mancavano che gli sci! Ed infatti fu questo l'ultimo dei divertimenti in quel paradiso, che ha estasiato tutti i giovani ospiti fortunati dell'ultima settimana. Una liete vacanza, che è un impegno di generosità per tutta l'attività dell'anno scolastico. Il Signore ci tenga sempre sotto la sua protezione: i ricordi più belli li porteremo di lassù.
11 Settembre 1954 Si chiude la Casa del Gavia. Nemmeno il più piccolo incidente o indisposizione (se si fa l'eccezione benigna per qualche indigestione... colpa dell'aria troppo fine!) ha turbato la serenità della Casa. La protezione del Signore è evidente, quando si pensi che la Casa è a 2650 metri e che le passeggiate si svolgono su montagne o su ghiacciai che impongono attenzione e prudenza anche alle persone più competenti. Giovani la protezione del Signore bisogna meritarla sempre coll'ubbidienza ai Superiori, la preghiera e con l'amore per il vostro Patronato!
31 Agosto 1956 S. Ecc. Mons. Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, visita la Casa del Patronato S. Antonio al Passo di Gavia. Per i posteri registriamo la cronaca della giornata. Nel pomeriggio, mentre i giovani si apprestavano a scendere a Pontedilegno per invitare Mons. Montini, fermatosi ivi un giorno, a salire al Passo per visitare la loro casa, ecco Monsignore arrivare con il suo segretario, Don Macchi, e con Mons. Pignedoli, proprio alla soglia, fra lo sbalordimento dei pochi giovani presenti e del Direttore accorso alla chiamata dei giovani. Visitò la Casa, che era tutta... in disarmo, in preparazione della chiusura della stagione. Accettò e volle assaggiare la "specialità" della casa: il liquore Gavia! Benevolmente acconsentì di posare per un gruppo fotografico e per una ripresa ... cinematografica, da proiettare per i rimasti a Milano. Si godette alcuni minuti dello spettacolo magnifico di un gregge, fermatosi proprio attorno alla Casa e, salutati i nostri giovani che erano rimasti ammutoliti, partiva per Milano. Il cronista del Gavia alla sera riempì pagine e pagine di diario!

Mons.
Montini, Mons. Pignedoli e Don Macchi con gli ospiti della Casa
14 Luglio 1958 Anche la Casa di alta montagna, al Passo di Gavia{2652 mt.), riprende la sua vita. Quest'anno c'è un insolito fervore: c'è da preparare la inaugurazione della nuova sistemazione. ' Quindi quaranta giovani, il primo scaglione, dimostra subito uno spirito di adattamento encomiabile. Adattarsi a vivere con la Casa messa a soqquadro dai muratori, falegnami, imbianchini occorre possedere un affetto, pari all'aspettativa di una festa tanto desiderata, attesa e preparata. E il Signore premia tanto ardore con una vacanza bella davvero.
14 Settembre 1958 LA CASA D'ALTA MONTAGNA "MICHELANGELO VIRGILLITO" AL PASSO DI GAVIA (M. 2652) FELICEMENTE INAUGURATA E BENEDETTA.
Preparata così, con tanto entusiasmo, non
poteva che riuscire una giornata indimenticabile! Il Signore poi ci volle regalare una
magnifica giornata di sole e di colore. Ben trecento persone, tutte "motorizzate
", si diedero convegno in una gara commovente di ansiosa attesa ed incontenibile
entusiasmo. Mons. Montini, spiacentissimo di non poter venire, come in precedenza aveva
desiderato, delegò Mons. Andrea Ghetti a rappresentarlo consegnandogli una lettera. Il
Sindaco di Pontedilegno, che aveva tanto volentieri assicurato il suo intervento, fu
costretto a mandare il vice-sindaco geom. Bulferi. Il Comm. Virgillito, che aveva
assicurato il suo intervento entusiasta, fu fermato a Milano da indisposizione. Non si
poteva però procrastinare oltre la data della inaugurazione; la stagione era già troppo
inoltrata, ed un cambiamento delle condizioni meterologiche avrebbe potuto compromettere
seriamente ogni cosa. Infatti pochi giorni dopo, si ebbe brutto tempo! Una carovana di
macchine e di motociclette arrivò da Milano nelle primissime ore del mattino. La Casa
nella sua nuova veste, ancora intatta, appariva agli sguardi attoniti, circondata da una
catena superba di cime e di ghiacciai, in tutto il fulgore smagliante della sua bellezza e
dei suoi colori. Su ogni finestra fiori: fiori bellissimi, che nessuno si sarebbe sognato
a quell' altezza. Giunse Mons. Ghetti, rappresentante dell' Arcivescovo, col rev.mo Don
Antonioli, parroco di Pontedilegno. Una brezza fin troppo fresca, molto utile a tenere il
cielo terso e smagliante, consigliò la celebrazione della S. Messa al chiuso. I giovani
della Casa in pochi minuti provvidero a trasformare la chiesetta di S. Matteo per renderla
adatta per la cerimonia. Mons. Ghetti celebrò
Al
molto Rev. do Don Eugenio Bussa,
che
dopo lO anni di iniziale e felice funzionamento, ufficialmente inaugura la Casa alpina al
Passo di Gavia, del Patronato S. Antonio di Milano, il mio saluto e la mia benedizione,
che di cuore estendo ai Benefattori, al Promotore, agli amici del Patronato, e
specialmente ai cari giovani, che vi fanno parte e che sono e saranno ospiti del bello e
provvisto edificio, affinchè, dal soggiorno alpino, traggano conforto fisico e
spirituale, e sopra l'opera geniale e benefica
aleggi
sempre vigile e materna, la protezione di Maria Santissima.

21 Settembre 1958 Una seconda spedizione di persone, desiderosa di vedere le "meraviglie' della nostra Casa del Gavia, inaugurata la domenica precedente, salì fin lassù. Ne sono entusiaste e nonostante la nebbia fittissima (mai visto nulla di simile al Gavia) ci sarà chi vorrà scrivere per ringraziare ed esprimere la propria ammirazione.
8
Giugno 1960 Il Giro d'Italia transita al Passo di Gavia.

8 Luglio 1960 Si apre la Casa d'alta montagna al Passo di Gavia. La Casa è al completo e l'entusiamo, specie delle "reclute" è alle stelle. La stagione, quest'anno, ci ha riservato niente altro che freddo, nebbia, e neve! Ma il brutto tempo non è bastato a mortificare gli entusiasmi dei giovanissimi nostri alpini. C'è da domandarsi cosa avrebbero fatto se avessero avuto la fortuna di un tempo migliore. In compenso furono attuate importanti iniziative interne con un risultato consolante e promettente. I nostri cari giovanetti non dimenticheranno tanto facilmente le lunghe "chiaccherate" di Don Eugenio dopo le quali traspariva la gioia di aver trasformato la vacanza in un vero riposo spirituale!
23
Luglio 1960 Avvenimenti straordinari alla Casa del Gavia! Tutte le Autorità del
Giro ciclistico d'Italia ritornano lassù per una cerimonia di ringraziamento. Mons.
Pirovano, vescovo missionario, il Senatore Donati, gli organizzatori del Giro Ambrosini e
Torriani, Bartali, il campionissimo, Compagnoni, l'eroe del K2, i sindaci di Pontedilegno
e di Valfurva, uno stuolo di altre Autorità e giornalisti si danno convegno alla nostra
Casa. Don Eugenio dà a tutti il benvenuto e numerosi discorsi precedono la visita alla
Casa. Sorpresa e stupore! Ammirazione e congratulazioni sincere sono
11 Aprile 1961 I contrabbandieri hanno fatto un regalo alla nostra Casa d'alta montagne sfondata una finestra hanno lasciato sottopra la Casa, forse per il dispetto di non aver trovato nulla da asportare! E così Don Eugenio con un gruppo di coraggiosi salgono fin lassù i condizioni da ... K2. La Provvidenza ci ha messo evidentemente la sua mano, se tutto è andato bene.
12 Settembre1961 Si chiude la Casa d'alta montagna. I Superiori hanno un grande sospiro di sollievo! Non è il sacrificio che pesa, ma la gravissime responsabilità. Anche al Gavia, per la prima volta abbiamo visto dei vuoti! Pensiamo che per il Gavia la causa di codesti vuoti sia di natura diversa da quella su accennata per la colonia de mare! Qualche anziano dice che "hanno già conquistate tutte le vette di quell'arco alpino!" Superiori pensano invece che qualcuno preferisca conquistare... qualcosa d'altro!
16
Luglio 1962 Altra gravissima responsabilità: si apre
28
Agosto 1962 Don Eugenio, per "salvare l'onore del Gavia ", prima di
chiudere la Casa d'alta montagna e visto che i suoi giovani cominciano a preferire la
spiaggia, e relative "attrazioni" (!?!) con un cooperatore, un giovane ed un
ragazzo compie l'ascensione al Cevedale (metri 3800) nonostante la sua età, alquanto...
avanzata! Giovani cari, è un segno preoccupante vedervi preferire la spiaggia alla
montagna! Chi non capisce più le grandi lezioni della montagna comprenderà poco anche
quelle dello spirito. La disciplina, la vita dura, l'ardimento,la conquista delle vette
immacolate erano, un giorno non lontano, il vostro sogno! Volete dire ai vostri superiori
con schiettezza qual è la vera ragione di un così radicale mutamento di "gusti
"?
15
Luglio 1963 Un grave incidente turba la tranquilla e rumorosa vita della nostra
Casa del Gavia. Un giovane ospite, alle prime armi con la montagna, alla prima
passeggiata, rotola su una morena e si ferisce seriamente. Nello stesso giorno altre due
comitive avevano spiccato il volo, data la splendida giornata. Don Eugenio, tornato con i
più piccoli alla Casa, apprende la notizia portata da due ardimentosi, riparte
immediatamente per raggiungere ( preceduto da quattro giovani, partiti al primo allarme)
l'infortunato e il gruppo dei compagni. Dopo la medicazione e l'apprestamento del mezzo di
trasporto (una coperta, munita di dieci legacci ricavati con la corda di montagna!). Il
trasporto difficilissimo e l'oscurità sopravvenuta costrinsero al pernottamento a quasi
9 Ottobre 1965 Un gruppo di giovani sale alla Casa del Passo di Gavia. Deve riportare a Milano diverso materiale. Approfitta per staccare dalla croce del lago Bianco il Cristo (di legno in grandezza quasi naturale) per riportarlo a Milano. Ha bisogno di molte riparazioni. Sarebbe un peccato che si rovini definitivamente. È stato deciso di: calarlo dalla croce ogni fine stagione, per evitare che rimanga immerso nella neve per ben sette mesi; metterlo al riparo nella nostra Casa per rimetterlo al suo posto all' aprirsi della stagione. È troppo caro agli amatori delle bellezze del Gavia e troppo necessario per foto ricordo (a migliaia o a milioni?). E un ricordo che può far sempre bene!
16 Luglio 1967 Parte il primo scaglione dei nostri giovanetti e giovanotti per la Casa d'alta montagna. Siamo in forte ritardo: due settimane di vacanza perse dai nostri ragazzi. E anche qui la colpa è ... dello Stato, che dopo averci aumentato le tasse anche sulla Casa di montagna, in compenso non sgombra la neve che interrompe la strada! E questo dura da tre o quattro anni, da quando la strada da provinciale divenne ... statale! Così abbiamo da qualche anno il grave problema del ritardo dell' apertura e relative conseguenze. E se dovessimo dire che ci siamo offerti a nostre spese e con le nostre braccia a togliere le poche "lingue" di neve, che, nelle anse, tardano a sciogliersi, e l'A.N.A.S. ce lo ha proibito! I nostri Benefattori ci crederebbero? È la pura verità. E così, tra mille difficoltà, si tira avanti sperando in una comprensione maggiore di tanti sforzi.

26 Agosto 1967 Si iniziano i lavori alla nostra Casa d'alta montagna "M. Virgillito" compie nel 1968 il ventesimo anno di attività e perciò si prende l'occasione per apporre migliorie e per compiere lavori di restauro.
8 Settembre 1967 Si iniziano i lavori per l'impianto nuovo di riscaldamento alla Casa di montagna. Siamo a metri 2652 s.m.! L'avvenimento è di soddisfazione per i "giovani", ma lascia perplessi i "vecchi", che ha vissuto lassù i primi anni (anni eroici!) quando non si sentiva bisogno di riscaldamento. I Superiori diplomaticamente hanno sentenziato: "Bisogna camminare col... progresso!".
10
Maggio

5
Settembre 1970 Raduno di Ex-Allievi e famiglie nella nostra magnifica Casa del
Gavia. È la prima volta che soggiornano anche i famigliari. Due giornate indimenticabili.
5
agosto 1971 Sua Ecc. Mons. Ferraroni, Vescovo Ausiliare di Como, onora
4
Settembre 1971 Secondo raduno (ormai ci hanno pigliato gusto!) degli Ex-Allievi al
Gavia. Non si può dar loro torto: due giornate di libertà ... dalla moglie; due giornate
di sole e di aria pura; due giornate di tanta allegria, nostalgia ecc. Una robusta
giustificazione del loro secondo raduno era la preannunciata visita di Sua Eccellenza
Mons. Maggioni, Vescovo Vicario della Diocesi di Milano.
5 Luglio 1972 La neve ritarda la preparazione della nostra Casa d'alta montagna al Passo di Gavia: ma un gruppo di coraggiosi nostri giovanotti sale ugualmente lassù per predisporre il necessario all'apertura.
13 Luglio 1972 Il blocco della neve è spezzato: incominciano le prime scorrerie, le prime esperienze delle reclute e primi scherzi degli... anziani!
11 Giugno 1973 AI Passo di Gavia hanno iniziato i lavori di ampliamento della nostra Casa d'alta montagna "M Virgillito ", in occasione del 25° annuale anniversario della sua fondazione. Cinque lustri di attività entusiasmante. Scopo dell'ampliamento: dare maggiore capienza all'aumentato numero degli ospiti; maggiore comfort alle aumentate esigenze degli l'tessi, ma soprattutto iniziare un'altra attività di bene: l'assistenza alle ragazze che, dopo l'esproprio del loro Oratorio Femminile, nel nostro rione (l'Isola Garibaldi) sono rimaste completamente abbandonate. I lavori partono con lo slancio e col coraggio che le difficoltà esigono: lontananza da ogni fonte di rifornimento, altezza sul livello del mare (mt. 2652!). Condizioni metereologiche talvolta proibitive, mezzi finanziari troppo scarsi. La bontà della causa merita decisioni... eroiche!, quindi si rimboccano le maniche e ... all'opera!

3 Settembre 1973 Alla chetichella un gruppo di ragazze sale con Don Eugenio al Gavia: u decina. Si fermeranno pochi giorni: i ragazzi (i loro ... fratelli, come li chiama Don Eugeni se ne sono andati! Sono venute a vedere, a controllare di persona se veramente la nuo costruzione è onnai una realtà, come tanto se ne parla a Milano. Prendono possesso de] Casa, ne respirano l'atmosfera di famiglia, fanno qualche scorribanda sui ghiacciai soprattutto ... fanno fotografie. Che succederà la prossima estate quando la Casa sarà aperta anche per le ... "Sorelle "?
13
Ottobre 1973 La neve blocca
25
Ottobre 1973 Con una campagnola opportunamente attrezzata Don Eugenio, con un
gruppo di ardimentosi e un falegname, sale al Gavia. La strada di
24 Agosto 1974 Partono i giovani dal Gavia: devono lasciare il posto alle ragazze (Don Eugenio le chiama le... sorelle) che saliranno per la prima volta anche loro lassù. Infatti al...
27 Settembre 1974 Si fugge: la neve minaccia di bloccarci. Chiusura precipitosa della Casa.
30
Settembre 1974 Partenza, prima della levata del sole da Milano - ore
20 Settembre 1975 Chiusura anche della casa del Gavia. Ben 150 giovani ('fratelli" e "sorelle ") sono st,!!i protagonisti di una estate meravigliosa! Quali saranno i frutti di tanta gioia e fervore. Don Eugenio aspetta ...!
24 agosto 1976 Arriva il primo scaglione di ragazze! Decisamente il tempo era favorevole ai ragazzi! Si batterà il record: dieci giorni di acqua! Chiuse in Casa, a metri 2652, cosa possono combinare più di trenta ragazze (arriveranno poi a 52!) dell'età dai 13 ai 16 anni? A salvare la situazione provvederà la fantasia delle più vivaci, la perizia della cuoca, la pazienza dei cooperatori in aiuto a Don Eugenio, che dichiarerà, in seguito, di avere fatto la penitenza dei peccati, che non... aveva mai commesso.
16
Settembre 1976 Cose mai viste al Passo di Gavia! Ore 6,10: tutto il cielo è
coperto. Ore 6,50: nubi d'oro per i riflessi del sole, che sta per nascere. Ore 8:
tormenta, nell' oscurità più fitta: Lo spettacolo è impressionante. Don Eugenio teme il
peggio: decide lo sgombero dalla Casa di tutte le ragazze. "Meglio scendere a Milano
due giorni prima della chiusura, che farci prelevare dagli... elicotteri ". Ore 9:
parte, in cerca di aiuto, il nostro Volkswagen: dopo un solo chilometro è bloccato. Due
dei giovani di servizio, sotto la tormenta fanno

Il 16 Settembre 1976 Don Eugenio, inconsapevole
scendeva per l'ultima volta dal Gavia.
Il 29 Gennaio 1977 1a voce del Signore sussurrò
all'orecchio di Don Eugenio:
"Hodie
mecum", eris i Paradiso".
E Don Eugenio, come sempre obbedendo al Signore che per tutta una vita aveva amato, onorato, servito e testimoniato fino alla consumazione fisica salito in alto, molti più in alto d Gavia.

1977 Perché gli ospiti futuri ricordino l'ideatore e l'instancabile realizzatore della Casa, al Patronato S. Antonio viene deciso di reintitolarla al nome di Don Eugenio Bussa.
6 Settembre 1977 Anche quest'anno una trentina di handicappati, guidati dal Prof. U. Dell' Acqua, buon amico del Patronato, fanno visita alla nostra Casa di alta montagna. Fra canti e giochi si rinnovano le proposte, le promesse e ci si lascia tutti con una cordialità mai provata.
UN INCONTRO CON I
RAGAZZI HANDICAPPATI: UNA GIORNATA GAVIA DA NON DIMENTICARE
Quando li abbiamo visti arrivare la prima impressione è stata di un certo imbarazzo, un timore quasi, quel timore che chissà perchè prende sempre un po' quando ci si trova a contatto con persone che soffrono per qualche menomazione. Ma appena li abbiamo visti scendere dal pullmino e venirci incontro con la loro andatura un po' goffa, ma col sorriso sulle labbra, aperto, accattivante, disponibile e allo stesso tempo pieno di speranza, ogni timidezza, ogni indugio è caduto, ed è stato bello trovarci. Credo che nel cuore di ognuna di noi l'esperienza vissuta, in quel pomeriggio, in quelle poche ore, resti viva per lungo tempo. Abbiamo scherzato, cantato, giocato e riso tutti insieme; forse è stato l'ambiente ad unirci, la montagna riesce a fare anche di questi miracoli, ma c'era anche qualcosa di più: un desiderio di donazione reciproca, un senso di solidarietà e di amore che si è acceso quasi per incanto ed è arso vivo in quelle ore di allegria e di tristezza insieme, riscaldando i cuori di noi tutti. Ci hanno molto colpito i giovani accompagnatori di quei ragazzi, con il loro entusiasmo, la loro attenzione vigile eppure rispettosa, la delicatezza con cui sono riusciti ad unirci, sani e malati, su un unico piano, quello dell' amicizia e della simpatia. Quando sono andati via in molti di noi è sorto spontaneo il desiderio di incontrarci ancora, di andare noi da loro a ricambiare la visita, ma Don Sandro ci ha sconsigliato; è stato giusto cosi, forse un altro incontro non sarebbe stato altrettanto bello e spontaneo, forse quei ragazzi avrebbero pensato che era per pietà che tornavamo a cercarli. Oggi ripensando a quell'incontro, sappiamo con certezza che anche noi abbiamo ricevuto una cosa grande da loro, una .lezione di vita, la prova che stare insieme non significa solo incontrarsi ma soprattutto donarsi con disinteresse e con amore.
7
Ottobre 1977 Ci giunge comunicazione telefonica da pontedilegno che
8 Ottobre 1977 Sopralluogo al Gavia: si fa l'inventario dei danni e del materiale... asportato, che dovrà essere riacquistato per poter riaprire la Casa.
24 Giugno 1978 Si segnala il primo viaggio di stagione al Gavia da parte di Don Sandro e di sette giovani volonterosi, viaggio veramente avventuroso per la troppa neve che ancora blocca la già impervia strada e che a due chilometri dalla Casa, si deve interrompere. Vista la situazione si incomincia a dubitare di mantenere la promessa di iniziare l'attività della Casa del Gavia per i primi giorni di Luglio.
5 Luglio 1978 Dal Gavia giunge la notizia di una nuova abbondante nevicata. Scoraggiamento e fatica si insinuano nei coraggiosi che, sotto la guida rude ma sicura di Don Ambrogio, lavorano per tentare di aprire la Casa; Don Sandro teme per un momento di dover rinunciare al Gavia. Ma la tenacia è il nostro mestiere!
16 Luglio 1978 Finalmente si parte per il Gavia con il primo gruppo. Per la cronaca dobbiamo dire che anche nel lontano 1962, il maltempo ci aveva costretti ad iniziare stagione il 16 luglio, riusciamo così ad eguagliare un "record negativo". Il sole e l'entusiasmo generale fanno dimenticare le tante fatiche dei giorni scorsi, I nell'animo di chi le ha compiute rimarranno esperienza di conquista e stimolo a l arrendersi troppo facilmente dinnanzi a qualsiasi ostacolo.
10
Agosto
10
Settembre 1978 Giornata memorabile al Gavia per i festeggiamenti a ricordo del
30° anno di vita. Non ci dilunghiamo nei particolari perché si è già parlato a lungo
sull'avvenimento nel bollettino dello scorso trimestre Ma come potremo dimenticare tanto
facilmente un così numeroso convegno ( circa 350) alla bella altezza di

28 Luglio 1979 Il periodo delle reclute si chiude con la partenza per Milano dei giovanissimi, alpinisti! Sono in arrivo i "veci", quelli che la vacanza la sognano tutto l'anno! Quelli delle grandi ascensioni! Il loro programma contempla: Punta Vioz, Gran Zebrù, Presanella, Cima Cadini e "dulcii in fundo"... il Bernina. Ma al di sopra dei primati e delle cime c'è sempre una gran voglia di vivere il Gavia come meravigliosa esperienza e come un privilegiato luogo di incontro con il Superiore.
20 agosto 1979 Il Gavia accoglie le sorelle ormai innamorate di questa magica Casa d'alta montagna. Contemplano la "brigata" il caro Don Peppino Conci e un gruppo di tecnici che dovranno sistemare definitivamente le opere murarie per il nuovo gruppo elettrogeno.
9 settembre 1979 Le ragazze rientrano dal Gavia con incontenibile soddisfazione; anche per la serie ininterrotta di belle giornate che hanno permesso ascensioni alle vette tra cui il S. Matteo e il Cevedale. Per tutto il periodo ogni mattina incontro in Cappella, seguito da un pensiero spirituale formativo la cui eco speriamo possa manifestarsi nel secondo anno di Oratorio femminile.
29
Agosto 1980 Dal 25 al 29 Agosto il nostro Arcivescovo Carlo Maria Martini si
trova, per un corso di esercizi spirituali a sacerdoti assistenti dell' Azione Cattolica,
a S. Caterina Valfurva. È così vicino al Gavia: perché non invitarlo? Detto ... fatto!
E il Vescovo accetta: sarà al Gavia il giorno 29 alle ore 15. Con una confusione
paragonabile a quella delle api nell'alveare, tutti si danno da fare per mettere in ordine
la Casa, per renderla "come sposa adorna dei suoi gioielli". Un applauso festoso
accoglie il Vescovo mentre, arrivato davanti la Casa, scende dalla macchina; poi un
silenzio meravigliato e contenuto; mentre Carlo Maria stringe la mano uno per uno .a tutti
i presenti, come uno qualunque dei tanti alpinisti che in montagna sente l'universale
fraternità che abolisce le distanze e rende solidali. Mentre si avvia dentro la casa
ricorda che lui vide, già nel
Successivamente al 1980
nessun cronista ha compilato il diario di "Salviamo la Gioventù
Terminiamo questo capitolo
con lo scritto, pubblicato nel 1980, di un Ex-Allievo anonimo.
QUANDO ARRIVI AL GAVIA, SEI QUASI IN PARADISO
Al Gavia c'ero stato solo un paio di volte: la prima (con l'indimenticabile Don Eugenio) ero troppo piccolo per potermelo ricordare; la seconda volta fu due anni fa, ma vi rimasi solo mezza giornata, troppo poco per assimilare qualcosa! Finalmente quest'anno, la mia permanenza si è protratta per due settimane, ed è appunto queste due settimane che ho vissuto nello "spirito del Gavia "; lassù tutti i rancori e antipatie che esistono a Milano vengono cancellate: si vive in allegria, ci si trova tutti amici! Non c'è niente di più bello che conquistare una vetta tutti insieme in cordata, uniti nel corpo nello spirito, oppure del dar da bere dalla propri borraccia a quell'amico che ha sete.
Al Gavia si impara ad apprezzare il lavoro degli altri, ed è appunto per questo che lavora non costa più fatica: quello che fai serve a te ma anche a tutti gli altri, e così ti senti utile, apprezzato.
Anche la sera, dopo le fatiche della giornata, io godevo tantissimo nello stare in cucina vecchia, seduto accanto al fuoco della stufa, parlando con i miei amici della giornata trascorsa. Poi, prima di andare a letto, c'era una mezz'ora di raccoglimento nella quale esaminavamo, azione dopo azione, la giornata che stava per terminare, cercando di trovare gli errori commessi per correggerli.
La vacanza trascorsa al Gavia è stata diversa dalle altre, perché mi ha in parte modificato: mi ha fatto capire la bellezza della vita comunitaria e mi ha fatto apprezzare l'importanza alcuni valori umani riscoperti lassù, tra le cime proiettate armoniosamente verso il paradiso!
Una realtà che non poteva mancare nella
struttura dell'Oratorio S. Antonio. Nel 1937 Don Eugenio sorprendeva tutto il rione
Garibaldi prendendo una decisione, unica allora, nel suo stile di vita personale: "avrebbe
fatto qualche giorno di vacanza ", lasciando l'Oratorio in mano ai chierici di
allora che rispondevano al nome di Dario Camporelli e Carlo Negri; la Messa domenicale
l'avrebbe detta Don Testa o Don Ubaldo. Ma non solo! Quattro ragazzi attorno ai dodici
anni lo avrebbero seguito: il sottoscritto, Polerani, Panigati, e Amedei; poi si aggiunse
Angelo Pensieri. Destinazione Trona: una casa rifugio con qualche stanzetta dove potevano
dormire, su brandine, 7-8 ragazzi, una mansarda dove potevano sistemarsi (per terra) una
ventina di ragazzi, una cappelletta, fuori casa in una casamatta cimelio di guerra, un
servizio toilette con acqua corrente_mineralizzata perché consisteva in una cascatella
d'acqua a
"MA ORMAI L'IDEA ERA NATA ":
l'Oratorio doveva avere anche una casa in montagna, di alta classe oltre che di notevole
altitudine, in grado di competere con i rifugi alpini esistenti. Ma dove? Undici anni dopo
(eravamo nel 1948) Don Eugenio mi metteva a parte di una scoperta dalle parti di
Pontedilegno - S. Caterina Valfurva di una casa abbandonata... Ma secondo lui promettente.
"Ora occorre qualche bravo architetto, qualche avveduto ingegnere e un attento
direttore dei lavori per metterla in funzione. Vediamo un po' chi potrei trovare... Farò
tutto io" esclamò molto umilmente(!) E così fu. Doveva essere una casa alpina
attrezzata di tutto punto, confortevole, accogliente... Ma soprattutto "TUTTA ED
ESCLUSIVAMENTE PER L'ORATORIO MASCHILE E FEMMINILE" del futuro: una casa seria dalla
disciplina feroce perché "soltanto con l'ordine - giuramundo " ci
può essere allegria e benessere. Quando rivelò il luogo dove sarebbe nata la casa di
montagna per "eccellenza" apparve a tutti una specie di pazzia... Per la
difficoltà di costruire a quell'altezza un edificio del genere, con le attrezzature che
erano state pensate e in certi mesi dell'anno. Cominciarono i numerosi viaggi: Milano -
Gavia. Quando partiva la spedizione degli addetti alla costruzione della Casa del Gavia,
l'Oratori, era in stato di allerta: i mezzi motorizzati ostruivano il cortile, mancava la
fanfara per accompagnare l'uscita degli eroici costruttori e per i giorni di trasferta dei
tecnici carpentieri muratori, elettricisti, falegnami, idraulici, ecc. L'attesa era
ansiosa: manca tanto a finirla? Oltretutto giravano certe idee nelle teste di tutti che la
strada del Gavia fosse "diabolica ". La più terribile e la più
pericolosa dell'Italia; andare al Gavia d'inverno era come andare al Polo Nord; la strada
era stretta, senza ripari (i guard rail neppure esistevano), la nebbia toglieva L vista, i
burroni si susseguivano dopo ogni curva... Don Eugenio è un po' matto... Mah! Ma a
dispetto di ogni paura, la casa fu costruita. E le vacanze al Gavia erano le più
esaustive di ogni esigenza fisica e spirituale. Salire sul Pizzo Gaviaè stato proibito
per un po' di anni stante l'idea di Don Eugenio che non si doveva arrischiare la pelle per
certe emozioni di altezza. Ma Don Eugenio non
poteva essere sempre presente e certi temerari... hanno disubbidito compreso il
sottoscritto in un memorabile pomeriggio d'agosto in compagnia di un sacerdoti compagno di
ordinazione che ora è l'Arcivescovo di Torino, il Cardo Giovanni Saldarini, che ha
mandato il suo benedicente augurio per questo anniversario. Passeggiata di riguardo, il
nevaio verso il Gran Zebrù con l'immancabile granatina al nescafè (neve nel bicchiere,
una cucchiaiata di nescafé, un po' di zucchero, una mescolatina), ma certi coraggiosi
hanno fatto ben altro. Don Eugenio, imperterrito nel suo look clericale, obbligava Don
Saldarini a stratagemmi vari per tenere la veste e non morire di caldo; su la veste fino
alla cintura con casti pantaloni alla zuava, maniche rimboccate fino a
- Ma qui non ci sono pietre!
- Va avanti lo stesso che qui funziona il nostro Angelo Custode.
- Speriamo non sia quello che accompagna le anime in Paradiso.
- Fermati - mi dice Don Eugenio -la Casa non si vede ma deve essere da queste parti...
lo chiedo "ma la Casa usa uscire di sera? "
- Alt. Lasciami scendere che la Casa deve essere a dieci metri.
E per fortuna era così!
Indimenticabile Don Eugenio!
Indimenticabili giorni al Gavia.
Tanti di noi non ci sono più a rivivere quei giorni ma la Casa c'è a fadi rivivere e bisogna TORNAR VI per ritrovare le radici non della sua storia ma della nostra felicità di un tempo.
Monsignor Angelo Conca
***
S. Eminenza il Cardinale Saldarini , interpellato telefonicamente, ha
mandato la Sua benedizione augurale, ricordando le "belle giornate della comune
giovane età".
***
... RICORDO
Ricordo con nitidezza quel Febbraio del
Eravamo andati a fare ...una piccola settimana bianca!
Si sciava sul prato dietro l'albergo:
niente seggiovia, pochi sci, tanti fondi di pantaloni... Don Eugenio mi ha portato a
Pontedilegno, dal carissimo Don Giovanni Antonioli, parroco, perché doveva chiedergli se,
in zona, c'era una casa per i "suoi giovani".
Si, forse, al Passo di Gavia, rispose.
Mi interesso, ma è una costruzione fatiscente aggiunse.
Mi pare che i proprietari siano "ventisei persone" eredi dell' antico proprietario.
Andiamo a cercarli.
Trovatone alcuni sono cominciate le trattative, concluse poi, con tanta pazienza, dal Rag. Bosacchi.
Il resto è noto; la realtà attuale la conosciamo tutti.
Vorrei sottolineare la gioia di Don Eugenio, allora; gli brillavano gli occhi.
Ed a me ha raccontato quello che la Casa
avrebbe dovuto essere e significare per la vita dei "suoi giovani".
Casa del Gavia, prolungamento, durante le vacanze, dell'azione pedagogica cristiana dell' anno scolastico.
E soprattutto, nel clima, nel silenzio, nella disciplina, nell'esercizio fisico, nello stare insieme: momenti forti di irrobustimento dello spirito.
Don Eugenio ha veramente "investito" nel Gavia tante energie, entusiasmo, progetti, come Sacerdote-Educatore di giovani.
La sua memoria resta e continui.
Monsignor Renzo Cavallini
41 ANNI!
Ho frequentato il Gavia per 41 anni, a
partire dal 1957: solitamente salivo al mese di luglio mentre Don Renzo mi sostituiva
nella mia Parrocchia, vicino al convitto dell 'Ignis di cui lui era direttore. AI Gavia ho
messo a frutto, continuando la, l'esperienza fatta dal 1949 al 1954 nella casa di Branzi.
Ho condiviso con Don Eugenio i momenti in cui si stava ristrutturando la Casa, sostituendo
le reti con i letti a cuccetta che ci sono ancora oggi, pedinando le pareti e i soffitti:
lavori preziosi, eseguiti con un gruppo di operai di Lissone. Il mio primo viaggio, nel'
57, fu una rapidissima andata e ritorno, con poco tempo anche re! mangiare una frugale
polenta e gorgonzola.:.) Ma con Don Eugenio, si sa, si correva sempre. Lui voleva che nelle gite, e anche nelle
scalate, si tenesse la veste di sacerdote. Ma io, non appena avevo girato la curva del
Lago Bianco, la piegavo e la mettevo nello zaino. Tutti sanno che Don Eugenio faceva tardi
alla sera: giocava alle carte, raccontava le sue avventure, suonava il pianoforte. Quante
belle serate trascorse in allegria intonando i canti di montagna! lo però, se potevo,
preferivo andare a letto presto, perché la sveglia, alla mattina, suonava all'alba.
Proprio Don Eugenio era l'unico a concedersi qualche ora di riposo, recuperando così il
sonno arretrato di tutto un anno. Qualche volta, anche se doveva celebrare la Messa, si
alzava a mezzogiorno. Parecchie volte ho perso la pazienza con lui: per esempio su
questioni di puntualità, oppure sulla disciplina. E qualche volta ho minacciato di
lasciare tutto e di tornare a casa. Ma poi sono rimasto per 41 anni. Dopo aver fatto la
patente sono stato nominato autista ufficiale del Gavia: non vi dico la fatica per
l'apertura, quando dovevamo andare a prendere i materassi, i cuscini e le pentole dalla
cantina di Don Giovanni, a Pontedilegno, per portare tutto al Gavia. E se il tempo non era buono erano dolori.
Bisognava aprire l'acqua della cisterna, montare la baracca per il furgone e, senza
frigorifero, portare le pentole con la carne fuori dalla casa, infilandole sotto la neve.
In quei primi anni anche lavarsi era duro: l'acqua era tanta, ma gelata, per cui ogni
tanto preferivamo fame a meno. Don Eugenio era particolarmente duro e pignolo quando
c'erano lavori da eseguire, e al Gavia, come ben sa chi I 'ha frequentato, i lavori non
mancavano mai. Proprio pensando ai lavori mi piace ricordare il personale passato dalla
casa.
Don Ambrogio Guffanti
IL GAVIA CANTA
Non so se il santo re Davide, o chi per esso, si sia ispirato allo scenario del Gavia per cantare i magnifici Salmi 8 e 104, i grandi inni alla creazione. Non me ne stupirei. È sicuramente spettacolare il tramonto del sole sul Libano o la notte stellata che incombe sulle mura di Sion, e certamente suggestivo il desolato deserto di Kades o la statuaria imponenza dell'Ermon, ed indubbiamente impressionante il lamento della cerva che cerca l'acqua trai sassi di Negheb. Ma non risulti sconveniente il paragone di tanto fascino, mirabilmente cantato,. con le cime dell' Adamello allo spegnersi del sole, il manto nero della notte intarsiato di luci splendenti come fari sopra il Lago Bianco, l'arido pietrisco dei canaloni del Tre Signori, la primitiva fastosità del monte Gavia e lo scalpitio dei camosci in cerca di cibo alle baite di Caione. Ho volato su questi due scenari a prescindere, forse, dalla testimonianza che mi è stata chiesta per le tante estati trascorse al Passo di Gavia, ma le mie affermazioni potrebbero suonare retoriche perché filtrate da emozioni soggettive e quindi poco interessanti e non imparziali. Passo quindi la mano al vero credibile testimone di una bellezza indescrivibile. È il Gavia stesso che fa del suo esistere un'incontestabile dichiarazione indicando una chiara sintesi dello splendore e del terrore della natura, incredibile simbolo di una realtà trascendente. Il Gavia celebra col canto della sua seduzione un' autentica liturgia che unisce la terra al cielo, il dicibile all'ineffabile, l'uomo a Dio. Forse anche per questo il Gavia è stato voluto.
Ivano Vaglia

Il mattino del 20 luglio 1954 gli ospiti
della Casa del Gavia si preparavano ad effettuare una delle solite escursioni in zona.
Incaricato alla distribuzione delle razioni viveri per i gitanti, dopo la loro partenza mi
affacciai alla finestra della direzione e notai un autocarro militare, carico di giovani
soldati, fermo al Passo. Un ufficiale e l'autista erano a terra e commentavano le
ammonizioni di pericolo riportate sul grande cartello A.N.A.S. : "ss 300 - Strada
stretta -Curve pericolose - Caduta Massi " e del cartello che vietava il
transito agli autocarri. Erano circa le ore sette quando l'ufficiale comandò di iniziare
la discesa verso Pontedilegno. lJn'ora dopo, portata da due gitanti sconvolti e a loro
volta bisognosi di aiuto, arrivava alla Casa, allora unica al Passo, la notizia della
spaventosa sciagura. Il camion con i soldati partito dal Gavia si era fermato nel tratto
più brutto e pericoloso del percorso: alle "rocce" sopra la zona del
Lago Negro. Mentre l'ufficiale e l'autista erano a terra, forse per controllare le
condizioni del percorso, il veicolo, per ragioni mai chiarite, si era messo autonomamente
in movimento sulla strada in discesa fino a precipitare nel burrone trascinando con sé la
vita di ben diciotto giovani Alpini! Poiché di li a poco sulla statale 300 dovevano
transitare i partecipanti alla gara di regolarità motociclistica "Liegi-Milano-Liegi"
si provvide subito a bloccare il Passo (la gara fu poi sospesa). Tutti i giovani
presenti nella Casa si misero a disposizione collaborando nelle operazioni di un ormai
invano soccorso. Alla dolorosa disgrazia seguirono inchieste, polemiche, campagne di
stampa e processi: ma non risulta si sia arrivati ad accertare responsabilità per quanto
accaduto. Nel luogo della sciagura è stato posto un cippo in marmo bianco che ricorda le
giovani vittime. Dal 1955, vincolati da un voto perenne fatto nei giorni successivi al
luttuoso avvenimento tutti gli anni, i120 luglio, gli ospiti della Casa del Gavia si
recano al "Cippo degli Alpini" per celebrare

IL SOGNO GAVIA
Nessun riferimento temporale, ciò che
alla mia memoria affiora è un fatto accaduto e come tale rimane presente, sempre vissuto
giorno per giorno. Siamo tutti raccolti, la sera dopo cena, nel salone centrale del" Sogno
Gavia ". Il Don per antonomasia ci informa che senza alcun preavviso verranno
effettuate delle esercitazioni di soccorso alpino. Le giornate si susseguono con quel
famoso ritmo accelerato che "quelli del Gavia conoscono: ti stanca e ti
rigenera in eguale misura. Si parte al buio per una cima, missione: celebrare
Maurizio Vittani
TESTIMONIANZE SUL GAVIA
Ho vissuto l'esperienza del Gavia nella triplice veste di ragazzo, di collaboratore di Don Eugenio e di responsabile. Vorrei ricordare solo tre avvenimenti, fra i tanti, legati ai preti che hanno contribuito a maturare il mio sacerdozio, che deve molto al Gavia.
** Luglio 1956: un sabato pomeriggio, mentre alcuni ragazzi tornavano a Milano con il glorioso "gippone" ed i pochi rimasti passeggiavano verso il rifugio Berni, la Provvidenza volle che io e Don Renzo ci incamminassimo verso il Lago Negro. Al Gavia non solo ci si diverte o si contemplano i panorami, ma si parla anche della vita. Per la prima volta espressi a Don Renzo la sensazione di avere la vocazione al sacerdozio. Si sviluppò una riflessione lunga fin quasi al cippo degli Alpini, una direzione spirituale intensa, programmatica per la mia vita di preghiera, di studio, di servizio all'Oratorio, di collaborazione con i sacerdoti... Ho sempre ritenuto che il periodo della vacanza dovesse servire anche a ripensare la propria vita e proiettarla nel futuro. Il Gavia anche negli anni seguenti fu, per me, un momento di continua riflessione.
** La seconda esperienza fu vissuta con Don Eugenio. Ero Responsabile del gruppo dei ragazzi che, quel giorno, raggiunsero il Passo di Pietrarossa. Nel ritorno, è noto, che su un ghiaione scivolò Franco. Ci trovavamo in uno dei valloni oltre il Lago Negro. Mandai ad avvisare Don Eugenio, che tardò un poco perché in gita con le nuove leve. Fu anticipato da altri giovani, a cui va il mio ringraziamento. Anche i ragazzi, che erano con me, dimostrarono una notevole solidarietà. Giunse Don Eugenio ... gli andai incontro. Mi salutò dicendomi: "Adess te see se l'è la respunsabilità". Avevo allora diciannove anni, ma quella frase ... mi accompagna tuttora. Il Gavia è il luogo dove ognuno impara a prendere le responsabilità per stesso e per gli altri.
* * Il terzo sacerdote che vorrei ricordare è DonAmbrogio. Ero già Parroco del Sacro Volto. Don Ambrogio salì al Gavia con l'ordine perentorio del medico di fare convalescenza a seguito di un intervento chirurgico. Io e i ragazzi, guidati da Dante, la nostra amata guida, tornavamo al laghetto di Vallombrina e camminavamo a metà costa sotto la vedretta della Sforzellina, quando lontano ci appave la figura di Don Ambrogio che ci veniva incontro. Lo sgridai. Mi rispose che "non si può rimanere fermi a piangere i propri mali. I disagi continuo -vanno aggrediti, non subiti; solo così si possono superare e si può continuare a vivere". Si, grazie Don Ambrogio!
** Un'ultima riflessione. Il Gavia, dunque, è maestro di vita umana e spirituale: vi si impara il sacrificio, laresponsabilità, la solidarietà, l'ubbidienza, ma specialmente l'umiltà, che mi ricorda che non posso improvvisarmi alpinista. Devo imparare a camminare su neve, su ghiaccio, sui sassi, impugnare una piccozza, procedere in cordata ... Solo così potrò raggiungere una meta impegnativa. Proprio come nella vita: quante cose devo umilmente imparare per proiettarmi nel futuro! Questa umiltà dice anche un nuovo rapporto con Dio. Mi aiuta a comprendere il suo amore verso l'uomo, che è minuscolo nei confronti dell'immensità del cielo, della maestosità delle cime e delle valli e della straordinaria bellezza dei fiori, ma che ha ricevuto tutta la creazione in dono.
Allora viene spontaneo pregare con le
parole del Salmo 8: "Se guardo il cielo opera
delle tue mani, la luna e le stelle, che tu ci hai fissate, che cos 'è l'uomo perché te
ne ricordi? Eppure di gloria e di onore lo hai coronato e gli hai dato potere sulle opere
delle tue mani O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
".
Don Sandro Villa
AURORA SUL CAVIA
Come d'accordo
La nostra giornata è iniziata con questa sacralità.
Pigi

IL GAVIA, OVVERO, L'ASPETTO "LUDICO"
(Viene richiesto l' anonimato del relatore
visto che quello degli interessati lo è di fatto: questo al fine di evitare "rappresaglie")
C'era un "dotto" in discipline farmaceutiche compagno di scuola di Monsignori che, con
mansioni di direttore, allungava talora il "dolcelfrutta cotta" serale con discrete dosi lassativo, salvo far sparire poco dopo da tutti i servizi qualsiasi traccia di "dotazioni igieniche ".
Sembra svolga ancora la professione
**VENDETTA
Una pasta di giovane, fisico da lottatore, tirava ogni tanto, purtroppo per te, un "cartone" e ti fiaccava il cervello.
Una sera sul tardi, inviati a letto tutti i più giovani, seduti al tavolo di legno, tirato bianco con la candeggina, nella vecchia cucina, una decina di irrequieti ventenni consumava olezzante taleggio, vino rosso innominabile e pane di dubbia data.
La luce, tanto per cambiare, mancò.
Venne accesa al centro della tavola una candela.
Il vino rosso cominciava a fare il suo effetto.
Qualcuno tirò fuori dei salamini.
Il "lottatore "brandì un affilatissimo coltello e li affettò.
Le prime e anche le successive fette furono tutte sue: improvvisamente si fece pallido, poi cianotico.
La candela al centro del tavolo proiettava sul muro la sua enorme ombra, anch'essa in difficoltà.
Un amico (l 'unico) a lui vicino, a pugni sulla schiena, cercava di liberarlo dal boccone traditore.
Nessuno degli altri aiutava il "tiratore di cartoni ";complice il "rosso" erano tutti a terra a sbellicarsi dalle risa.
Improvviso arrivò lo "sblocco "; il respiro tornò e con esso il colore del viso: rosso per l'ira. I dieci semidelinquenti burloni e brilli rinsavirono immediatamente: terribile fu la gara a non rimanere ultimo nella vecchia cucina.
A tutti buona notte! (Si sperò)
** RICORDO
C'è chi, scherzosamente e forse con un
eccesso di confidenza, lo chiamava "bel pacciart,
"pacciarottèl".
Egli è comunque blasonato e nipote di Sacerdote.
La sorte è curiosa e gli ha riservato un mezzo particolare per ricordarsi per sempre del Gavia
"il gusto!".
Soleva prendere il tardo sole mattutino su di una sedia appoggiata al muro della Casa, lato Lago Bianco.
Un malaccorto (alcune malelingue dicono non fosse solo tale) affacciandosi ad una finestra del secondo piano, esattamente "a piombo" sopra il "blasonato" si lasciò sfuggire, non si sa come, la barra di larice apri/persiane.
Dice ancora oggi "il nostro" che, come allora, "gusta" talvolta sull'alto del palato il sapore del larice.
(Questo sembra dovuto anche al fatto che al "malaccorto" la barra sfuggì una seconda volta nelle medesime circostanze di tempi, di luoghi e di presenze. Quando si dice il Fato...).
L.S
Luglio 1973 Bivacco del Money in alta Valle d'Aosta.
Sono preso dai miei pensieri ma il predominante è quello legato all'ascensione di domani: il nostro obbiettivo è la Traversata degli Apostoli e per questo siamo venuti qui direttamente dal Gavia. Il gruppo (siamo in tre) si è già "sfilacciato ": uno di noi, infatti, ha deciso di compiere un'altra ascensione con delle persone di Torino incontrate al bivacco mentre io e Bruno intendiamo mantenere il proposito originale. L'alba è proprio di quelle "giuste" per intraprendere ascensioni in alta montagna: partiamo fiduciosi alla volta del ghiacciaio convinti che sarà un "giorno grande" per noi. Il pendio verso la cresta è veramente ripido, ci fa un po' faticare ma arriviamo sul filo di cresta abbastanza agevolmente. Traversiamo la prima e la seconda cima del S. Andrea e sostiamo al colletto sotto il Gran S. Pietro: le condizioni della montagna non sono le migliori, c'è del ghiaccio sulla paretina di attacco ed il pendio alla base è abbastanza esposto. Le motivazioni della vigilia si affievoliscono subito, la determinazione non è più quella giusta, si parte ma con poca convinzione. Bruno supera la cresta e arriviamo al pendio di attacco che si presenta in condizioni peggiori di quanto immaginavamo: la rinuncia è una cosa automatica. Torniamo al bivacco abbastanza mesti: valeva la pena di lasciare il Gavia? Due sere prima avevamo discusso con Don Eugenio sulla nostra idea, lui cercava di convincerei a rimanere ma noi eravamo di avviso contrario. A quell'età (18 anni) la voglia di affrancarsi è molto forte e ritenevamo che un' esperienza in montagna "autonoma" fosse molto interessante e, forse, inconsciamente volevamo provare a noi stessi di essere capaci di andare in montagna da soli. Don Eugenio era forse preoccupato che ci accadesse qualcosa e non si capacitava di questo nostro progetto: d'altra parte avevamo incominciato ad andare in montagna al Gavia e non vedeva il motivo per cui si fosse dovuto andare in altro posto. Le sue preoccupazioni, ritengo, non fossero esclusivamente ambientali: in lui era molto forte il desiderio di protezione verso i suoi ragazzi ed era consapevole, in quanto esperto della cosa, dei pericoli a cui l'attività in montagna espone. Quella sera pur avendo deciso di proseguire nell'idea originale mi venivano alla mente tanti ricordi che mi portavano a pensare di non avere avuto la giusta riconoscenza verso Don Eugenio e, magari, di fargli anche un piccolo torto. Ricordavo quando, alla sera prima di dormire, con la casa priva di riscaldamento, passava presso ciascuno di noi, ci parlava brevemente e si accertava del fatto che avessimo messo il foglio di giornale per riparaci dal freddo. E, di quando, in occasione del " battesimo" dell' alta montagna con la consueta gita alla Cima Presena del gruppo Adamello, si era premurato di farmi prestare gli scarponi da neve che non avevo. Tanti altri ricordi, non legati esclusivamente al Gavia, che avevano come denominatore comune laspetto rilevante la figura di Don Eugenio, con tutte le attenzioni ed i riguardi che mi aveva osservato. Sono partito dal ricordo di quando ho lasciato il Gavia per compiere la prima ascensione alpinistica "importante" per fare riflessioni sul significato che ha avuto per me il Gavia, non considerato in quanto ambiente naturale ma per l'esperienza di vita che esso ha rappresentato. Per me è naturale associare il Gavia alla figura di Don Eugenio in quanto sono convinto che in quel luogo Don Eugenio dava il meglio di sé stesso. Ritengo che ciò dipendesse da una serie di ragioni ma, la principale, fosse quella che era consapevole che un'esperienza trascorsa in un ambiente talmente particolare fosse più "incisiva ", sotto il profilo educativo di altre. Durante la sua permanenza, egli dedicava a noi ragazzi molto tempo in colloqui individuali o di gruppo e, almeno per quanto mi riguarda, il binomio Gavia/Don Eugenio costituisce per me ancora adesso, a distanza di molti anni, un valore assoluto che ha segnato la mia vita. L'esperienza del Gavia, oltre che per le motivazioni che ho cercato di esporre in precedenza, mi è molto cara: gli amici che ancora frequento ed a cui sono più legato sono quelli con cui ho incominciato ad andare in montagna al Gavia e, non c'è occasione di incontro "collegiale ", nella quale non si vada a parlare dei tempi trascorsi lì tutti insieme. La passione per la montagna, che con il passare degli anni è sempre più forte, è sicuramente maturata dopo le esperienze trascorse al Gavia che mi hanno data la possibilità di vivere momenti molto intensi. Probabilmente nella vita di ciascuna persona ci sono momenti e situazioni che, per una serie di circostanze anche occasionali, lasciano un segno più forte di altri ed anche a distanza di anni è piacevole ripercorrerli con la mente in quanto trasmettono serenità: il Gavia per me è sicuramente uno di questi.
Giuseppe Ravasio

Dunque, vediamo se ho preso tutto: ramponi, piccozza, corda, moschettoni, ghette.
Si c'è tutto. OK, sveglia presto e domani si parte.
L'ascensione è difficile e domani sarò il capocordata, rivedo pian piano il tragitto: la strada, il sentiero, superato il torrente si gira a destra seguendo la mulattiera si comincia a salire, ai piedi del nevaio ci si lega e si segue il dolce crinale del monte fino a raggiungere il dosso.
Si segue la cresta e si arriva al ghiacciaio, superatolo si giunge alla cresta finale.
È l'alba si parte; intanto che usciamo dal sonno cominciamo a salire, passo dopo passo senza fretta, non si deve mai correre in montagna, intanto che salgo ripenso ai consigli del Dante.
Siamo al nevaio, ci si lega e si torna a salire.
La mia cordata mi segue, ho una grande responsabilità, devo badare che nessuno metta il piede in fallo.
"Stai attento segui i miei passi"
"Non correre, sali piano e tieni
in sicura la corda"
Vedo altre cordate, figure di grandi e bambini, chi più a monte, chi più a valle, le guardo e riconosco alcuni di loro: Sandro, Franco, Piero, Beppe, Massimo ma poi tanti e tanti altri, ognuno con la sua cordata, insieme verso la cima.
Continuiamo a salire, alcune cordate sono più avanti, altre più indietro, alcune le ho perse di vista, ma sotto un sole cocente arriviamo alla cresta finale.
" Forza un ultimo sforzo"
"Ci siamo: la cima"
"Ehi papà - dice Emanuele, il
mio secondo di cordata - è bello quassù, si vedono tutte le
montagne intorno" "Papà, domani saliamo su quella cima più alta" Certo piccolo, domani saliamo più in alto, ma sarai tu il capocordata".
Antonio Rossello
GAVIA: UN" PROBLEMA DI CUORE"
Per chi ha conosciuto il Gavia con Don
Eugenio era quasi un rito: il conto alla rovescia alla penultima curva era sempre
perfetto, allo zero compariva
21 giugno '98: week-end in montagna con la
famiglia. Porto Margherita e le bimbe al Lago
di Pian Palù: la loro prima "gita", il
primo sentiero mucche, i fiori, i colori. Descrivo, fotografo, le entusiasmo, brillano gli
occhi delle piccole, le prendo in braccio per fatica. Ma non accadeva lo stesso anche con
i ragazzi, lassù? In fondo al lago, il Tre Signori e la Sforzellina carichi di neve:
dietro c'è la Casa! Il cuore è commosso e sgomento, ma pieno di felicità. Ho chiesto ad
un cardiologo: "cardiopatia nostalgica da
Gavia"?
Alberto Cozzi
A TUTTO GAS
L'esperienza della vacanza estiva al Gavia
è stata per me molto forte e significativa; mi insegnato la bellezza, la gioia ... e
anche la fatica della vita comunitaria in un momento centrale della mia crescita come
quello dell'adolescenza ( con esperienze vissute in primo luogo a Marina di Massa, ma che
da piccoli forse non si riesce a gustare e a capire fin in fondo). Ricordo una pietra
incisa e appesa nel refettorio che diceva così: "Gavia
G come GIOIA: è vero!
Non posso pensare al Gavia se non come esperienza di gioia, una gioia che nasce da meraviglie e dallo stupore delle bellezze del creato che sono un piccolo riflesso delle belle del Creatore: gioia dello stare insieme ai tuoi amici in maniera sana e costruttiva. Non dimenticherò mai quelle favolose serate dove per ore e ore si cantavano i canti di montagna e quelli delle operette, rappresentate negli anni passati in Oratorio, accompagnati dalla fisarmonica o dal pianoforte suonati da Don Sandro Galli. Si cantava a lungo... ma non eravamo mai stanchi! La gioia per una nevicata improvvisa in pieno luglio! ... e tante altre semplici gioie (stan elencarle sarebbe troppo lungo) fatte di piccole cose ( è importante essere attenti alle piccole cose!) ... che oggi, a distanza di tempo, rileggo come gioia del Vangelo, gioia della fedi gioia per avere Gesù, perché solo lui è fonte di vera gioia.
A come AMICIZIA.
Un'amicizia vera, vissuta intensamente, che si fa sentire nel momento del bisogno. Due sono i ricordi che si fanno presenti in questo momento ( ce ne sarebbero infiniti, ma questi per me sono i due più significativi). Ho appreso proprio al Gavia la notizia della morte di mio padre. Ricordo quella sera proprio come se fosse ieri: tutti si sono stretti attorno a me facendomi sentire sempre più l'Oratorio come la mia "seconda casa" (così amava definirlo Don Eugenio, e immancabilmente me lo scriveva Don Rinaldo in una lettera, che ancora oggi conservo, che mi aveva fatto arrivare il giorno dopo). E poi l'amicizia, lungo i sentieri e i ghiacciai, di chi ti aiutava a portare lo zaino perché facevi fatica o ti aspettava, facendo finta di scattare foto, in modo tale da non dare nell' occhio per non creare imbarazzo. Penso a quegli amici che pur di farmi andare in gita mi hanno sempre portato la razione, l'acqua ... sono piccole cose è vero ma, come dicevo prima, sono proprio queste che fanno quelle grandi. E infine al Gavia ho imparato a crescere nell' amicizia con Gesù... in quelle Messe celebrate all'aperto o in cima dei monti (le più belle "cattedrali" del mondo, così ne parlo oggi ai ragazzi del mio Oratorio quando siamo in montagna), in quei Rosari recitati al sabato sera andando al Crocifisso ... nella preghiera personale immerso in uno scenario che a volte ti sembra far toccare il cielo con un dito.
S come SACRIFICIO.
Come del resto, tutte le cose belle che fanno crescere non può mancare questa componente. Ecco allora il sacrificio di alcune camminate con annesse sveglie impossibili, tipo le tre del mattino, per andare sul Cevedale; il lavoro in Casa per renderla sempre più bella e accogliente; quante "aperture" e "chiusure "! Ricordo un'apertura con Don Rinaldo mentre toglievamo gli "antoni" pesanti di piano terra sotto una nevicata molto forte ... che fatica! Ma poi anche il sacrificio del servizio a tavola, delle pulizie, che però mi hanno aiutato a capire che servire è bello: Gesù quando durante l'ultima cena ha lavato i piedi agli apostoli non si è fatto forse "servo "? Ho capito che il sacrificio ti tempra, ti rende sempre più uomo capace di fare scelte durature e fedeli, ma è anche capace di darti una grande serenità e pace, una libertà che nessuno ti può togliere. Ecco in poche parole che cosa è stato il Gavia per me, ed è quello che oggi cerco di far rivivere ai ragazzi di San Gregorio (il mio nuovo Oratorio) quando vado in montagna con loro! Grazie al Signore per avere messo nel cuore di Don Eugenio e di chi lo ha succeduto l'idea di realizzare e di portare avanti un luogo così formativo ed educativo.
Francesco Leonardi
... BISOGNA TORNARCI!
É la prima volta che salgo al Gavia,
giusto per una "toccata e fuga" in un giorno di giugno pre-apertura. Dopo
una fermata a Santa Apollonia per una sosta "dissetante" a base di acqua
ferruginosa, il Volkswagen verde inizia la salita sulla strada sterrata e dopo l'ultima
curva appare
Sara Cardi
Il Gavia... quanti ricordi, ma quanta nostalgia. Nostalgia di giorni spensierati, di chiacchierate a non finire, di passeggiate da perderci il fiato ma soprattutto il ricordo di un Uomo che ci aveva voluto con sé quando ormai non ci voleva più nessuno, che stava combattendo perché anche noi avessimo una Casa, un Oratorio che ci accogliesse, che ci seguisse. Il mio incontro con Don Eugenio fu del tutto casuale: la melodia dell' organo in chiesa ci invitò ad entrare, ero in compagnia dell' "amichetta del cuore", e da lì iniziò il nostro rapporto con Don Eugenio. Le visite all'Oratorio maschile si fecero più frequenti, il Don sembrava avesse segreti da svelare solo a noi: le fotografie del Gavia, di Marina, dei suoi ragazzi, del Patronato interminabili e affascinanti racconti che ci tenevano a bocca aperta mentre il tempo trascorreva senza che ce ne accorgessimo; così a poco a poco cominciammo a far parte almeno virtualmente, dell'Oratorio S. Antonio. La salita al Gavia fu il complemento ad un breve cammino: ora anche noi avevamo l' "Oratorio "! Ricordo la partenza col mitico Volkswagen, la tappa a Pontedilegno e la salita... la salita che per una come me che ha capogiri e nausea a sol sentire parlare di automobili, non finiva mai e invece di portarmi in Paradiso mi affondava all'inferno. Ma poi arrivammo e fummo quindici giorni indimenticabili. Quindici giorni di docce, più o meno gelate, nella parte nuova della Casa ancora in costruzione, e per "costruzione" intendo mattoni a vista, pavimento, finestre, porte inesistenti! Quindici giorni di assaggio delle vette circostanti. Quindici giorni di canti spensierati, di passeggiate, di incontri con le vipere ( i rettili, intendo, quelli striscianti e non, come malignamente sottintesero i nostri 'fratelli", i bipedi di sesso femminile) e di chiacchiere, di chiacchiere, di chiacchiere con il Don. Poi la discesa a Milano, per la strada di S. Caterina, fu lieta e gioiosa come la vacanza appena trascorsa; ma chi hai mai sofferto di mal d'auto? Oggi siamo qui a festeggiare i cinquant' anni di una Casa che ci ha visto adolescenti, che ci ha un poco insegnato a vivere, ma soprattutto che ci ricorda un Uomo che ci è stato vicino, ci è stato d'esempio e che ci ha voluto molto bene.
Arrivederci, Don Eugenio, e un grosso abbraccio, quello che non mi hai permesso di darti.
Valeria Morganti
"Se tu conti gli anni il tempo ti parrà breve, se rifletti
sopra gli avvenimenti,
crederai essere trascorso un secolo" (Plinio)
- al Signore Onnipotente per avermi dato modo di fare questa esperienza;
- alle care ragazze (ma oggi dove siete?) per avermi dato modo di aiutarle e di essere da loro aiutato a capire tante cose (nella vita gli esami non finiscono mai, ed è vero!)
- al nostro Don Eugenio per avermi dato la sua fiducia.
Armando Forno
LA FIONDA
Della Casa del Gavia ne ho sentito parlare
molto, sia da persone giovani che da altre... un po' meno, ed ognuna di queste ha "vissuto"
la vacanza al Gavia in momenti diversi, con sacerdoti diversi e con motivazioni
diverse. E tutte queste persone hanno avuto motivo di ringraziare il Signore per essersi
trovate al Gavia in quel periodo della propria vita, con quel sacerdote e con quegli
educatori a trascorrere "quella vacanza".
Buon cinquantesimo Gavia!
Fabrizio Molteni
TRA ROCCIA, ACQUA, CIELO
Nei miei trent' anni di vita ho avuto la
possibilità di 'fare le vacanze" con gruppi parrocchiali in tantissime case
di montagna (all'inizio come ragazza, poi educatrice, infine religiosa) e, attraverso
queste esperienze, ho avuto la possibilità di constatare che se per una Parrocchia
proprietaria di una casa di vacanza può rappresentare un limite (perché si possono fare
le vacanze comunitarie solo in quel posto mentre i ragazzi dopo qualche anno vorrebbero
conoscere e visitare altre località), d'altra parte è una grande ricchezza perché un
Oratorio vuol dire mettere le proprie radici e
legare la propria storia educativa ad alcuni luoghi significativi. Quando sono arrivata a
Milano tre anni fa, sono stata immediatamente subissata di notizie circa le case al Passo
di Gavia e a Marina di Massa. L'entusiasmo mostrato dai ragazzi nel parlare delle
esperienze fatte durante l'estate in queste due località mi faceva pensare a posti
splendidi, a paesaggi mozzafiato, a case accoglienti. Finalmente dopo un anno, destinata
al Gavia, avevo la possibilità di constatare personalmente quanto la fama aveva
riportato. Ricordo perfettamente il primo viaggio, in
particolare il tratto da S. Caterina Valfurva alla Casa: le curve, le montagne sempre più
vicine, i torrenti, le cime innevate, i pini che salendo si diradavano lasciando sempre
più spazio alla roccia, infine il Lago Bianco ed il Crocifisso che, stagliandosi sul lago
e sulle montagne, ci dava il benvenuto invitando ci a lodare Dio per le meraviglie del
creato. Fino a quel momento per me tutto era stato stupore. Finalmente arriviamo alla
casa: che delusione! Mi aspettavo di vedere una grande baita in legno, magari con i gerani
alle finestre o ai balconi ed invece mi trovavo davanti una casa con antoni era con la
facciata scrostata ed un corridoio d'ingresso buio e scuro. Ma la delusione maggiore era
derivata dal fatto che i ragazzi mi avevamo descritto la casa con un campo di pallavolo da
un lato ed uno di basket dall'altro: erano due pali con una rete su un terreno pieno di
sassi ed un canestro solitario e malconcio: non ho potuto fare altro che ridere e pensare
che quando si ama qualcosa la si dipinge proprio con i colori del cuore. Ma come mai tanto
amore per il Gavia? Ho avuto modo di scoprirlo anch'io subito Aldilà delle apparenze si
tratta di una casa veramente accogliente che ad una quota superiore ai
Suor Nuccia

GAVIA CHE PASSIONE! 1995
Quando, nel cumulo di carta spesso in gran parte inutile che arriva con la posta, scorgo la sagoma e riconosco in trasparenza il "bollettino" di NOI EX lo apro sempre prima di tutte le altre buste.
E così è stato anche oggi.
Un piccolo tuffo di emozione al cuore, ed il ricordo corre sempre lontano, indietro nel tempo, agli attimi passati con Don Eugenio.
Oggi però non l'ho sfogliato dall'inizio come mia consuetudine.
Oggi sono andato subito alle "lettere" degli Ex, ma non vi ho trovato quello che aspettavo.
"Che stupido - mi sono detto - avranno scritto un articolo apposta!. Che stupido - mi son detto ancora - se tutti fanno come te, che sperano che gli altri lo scrivano, avranno tutti bell'aspettare ". E così mi sono deciso a scriverlo io. In quel bollettino mancava qualcosa. Mancava il resoconto del tempo che alcuni Ex Allievi, fra i quali il sottoscritto, hanno trascorso questa estate al Gavia! Tutto cominciò lo scorso Agosto. Mi trovavo in vacanza al Passo dell' Aprica con la mia famiglia e decisi che i mie due figli avrebbero dovuto vedere il Gavia. Timidamente (quanti anni erano passati?) mi accinsi a salire da Pontedilegno in direzione , "nostro" Passo. Fu enorme la sorpresa che trovai, non solo la Casa aperta, ma addirittura Don Ambrogio con sei o sette Ex Allievi a passare qualche giorno lì.Ci lasciammo con la promessa di ampliare l'anno successivo questa esperienza e così è stai Decidemmo in famiglia: per quest'anno saremmo saliti io e mio figlio maggiore. La bambina, più piccola, sarebbe rimasta con la mamma, anch'essa "nuova" alla vacanze d'alta quota. Nondimeno anch'io avevo qualche riserva. Gli anni passati erano tanti. Le abitudini erano cambiate come le nostre esigenze e ... poteva forse essere mutato anche po' del nostri spirito? É difficile descrivere qui, in poche e piatte righe, il piacere provato in quei giorni! Ma la cosa che senz'altro più bella e più di ogni altra degna di rilievo è stata l',assoluta mancanza della necessità di "rompere il ghiaccio ". Era come se ci fossimo lasciati la domenica precedente. A dispetto della differenza di età (da qualche Ex in pensione ai figli di alcuni di noi), del fatto che molti fra di noi non si conoscevano (come mogli e figli), degli anni passati, e soprattutto del brutto tempo che ci ha quasi costantemente accompagnati, credo di poter affermare che ognuno di noi sia sceso con il fermo desiderio di tornare il prossimo anno Tutto il resto è cronaca ed è facilmente immaginabile, dalle passeggiate, ai giochi tutti insieme, ai canti serali, ai turni di mensa. No, fortunatamente, lo spirito non è mutato! I caratteri con i quali Don Eugenio lo ha impresso nei nostri cuori resistono al logorio del tempo (sia quello che "passa" che al "brutto" tempo), ed ai tentativi di questa società d oggi di togliere ai giovani la capacità di pensare con la loro testa. Anche se può sembrare retorica, ancora una volta dobbiamo dire: grazie Don Eugenio! Grazie di averci donato quella splendida palestra di vita che è la Casa del Gavia. E grazie di avercela fatta ritrovare oggi, dopo molti anni, con i nostri figli. Anche mio figlio ha capito. E non solo si è fatto promettere che l'anno prossimo faremo di tutto per recarci ancora lassù. Quando siamo tornati a casa sentivo che diceva alla sua sorellina, mentre lei faceva qualche capriccio sul cibo: "E no! Attenta! Se fai così, quando sei grande, papà non ti porta al Gavia ... "
Massimo Perrone
IL GAVIA VISTO DAI FIGLI DEGLI EX
ALLIEVI
Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello vivere anche un breve periodo in una casa di alta montagna, sia per il bel panorama, che, soprattutto, per l'atmosfera di comunità che si respira in quella casa. Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello aiutarsi a vicenda, organizzare dei turni di lavoro e sistemare la casa in modo che le persone che verranno dopo di noi si trovino bene come ci siamo trovati noi. La prima volta che sono andata lì con i miei genitori è stato l'anno scorso, ad agosto. Non volevo andarci, l'ho fatto solamente per non offendere mio papà che, a quella Casa, è legato moltissimo. Lì ho trovato alcune persone che conoscevo già e con cui ero già stata in vacanza qualche volta. Poi ho conosciuto altre persone con cui mi sono trovata benissimo: persone di tutte le età, capaci però di stare insieme con semplicità e gioia. La cosa bella è che noi ragazzi e figli di ex allievi, che non abbiamo conosciuto Don Eugenio, che non abbiamo mai fatto una vacanza da soli al Gavia come hanno fatto i nostri genitori, che non conosciamo molto bene l'oratorio O.P.S.A., la cosa bella è che noi siamo riusciti ad aiutare, contribuire e divertirci nello stesso tempo: abbiamo saputo apprezzare lo spirito e l'atmosfera che si respira in questa Casa e tutti gli anni vogliamo ritornarci.
Grazie, Don Eugenio.
Valeria Casali
GAVIA
La campanella suona ancora
quando entra qualcuno.
Gli occhiali si appannano: il calore
della casa è tale in ogni senso.
Fuori le montagne
di neve rosseggiano per il sole c
he tramonta.
Voci di bambini nel salone del pianoforte
carte mescolate sui tavoli
non ancora apparecchiati
scarponi ancora umidi per la gita
alle Baracche.
Un sottile profumo di risotto
già impregna la cucina
mentre un dolce canto della cappellina
sale al cielo
, .. , ... COSI VICINO.
Adele Casali
