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sitica.gif (2649 byte) graficapastorale.gif (5671 byte) "Quando uomini così grandi ci passano accanto non possiamo più vivere come se ciò non fosse accaduto: essi sono un dono e un richiamo all'imitazione e al dono di noi stessi per il bene dei fratelli". S.E Card.Martini

 

                                                        La vita e le opere

                                                               ( a cura di Adriano Losi)

 

Dalla nascita all'ordinazione

 

Da famiglia poverissima immigrata a Milano da Vespolate in provin­cia di Novara, il 3 settembre 1904 in via Confalonieri 11, nel cuore del­ l'Isola Garibaldi, nasce EUGENIO BUSSA.

Eugenio cresce nel popolare rione dell'Isola, ed all'età di sei anni inizia a frequentare la scuola elementare statale di via Dal Verme.

Dall'ottobre 1910 con il Suo amico Ferruccio Lanfranchi (che divente­rà redattore capo del Corriere della Sera e Presidente del Circolo della Stampa di Milano) frequenta l'Oratorio del Patronato Sant'Antonio.

   Alla scuola di Don Giovanni Allegranza, assistente dell'Oratorio, nasce e matura in Eugenio la vocazione sacerdotale.

Il 15 Ottobre 1916 nella piccola cappella dell'Oratorio, sistemata nello stesso ambiente che ospita l'attuale mostra fotografica, la famiglia del Patronato assiste alla vestizione di due ragazzi dell'Oratorio: Eugenio Bussa e Ignazio Rossini.

Seminarista a Seveso, a Monza ed a Milano, Eugenio è mantenuto allo studio a.spese del Patronato e del suo fondatore Rag. T. Persico verso i quali testimonierà per tutta la vita la Sua filiale riconoscenza.

Ordinato Sacerdote il 2 giugno 1928, il 10 giugno, festa patronale di S. Antonio, don Eugenio celebra la Sua prima S. Messa all'Oratorio che lo ha accolto bambino; in processione solenne porta l'Ostensorio per le vie del Suo rione: la popolazione festante si raccoglie intorno al primo prete dell'Isola e del Patronato Sant'Antonio.

Dall'Arcivescovo, Cardo Eugenio Tosi, don Eugenio viene mandato a svolgere il Suo ministero a Pessano.

 

 

La sua vita al Patronato

 

Nell' ottobre 1928 don Eugenio è nominato vice direttore del Patrona­to e si affianca, nella grave responsabilità di educare la gioventù, a don Francesco Roveda al quale succede, come direttore, nel 1937.

Mantiene la responsabilità dell'incarico fino al 29 gennaio 1977, giorno della Sua improvvisa morte che Lo raggiunge a quasi settantatré anni, in piena attività e fervore per la realizzazione di un Oratorio femminile.

Nei quarantanove anni vissuti al Patronato don Eugenio concepisce il suo sacerdozio come servizio: senza ricompensa o restituzione.

Tutta la Sua vita è spesa per diverse migliaia di giovani, di almeno tre generazioni, che in Lui trovano il Sacerdote, l'Educatore, il Maestro di vita, il Papà: dona ai giovani grandi speranze e certezze incrollabili; molti non l'abbandonano più, e fatti uomini ritornano a Lui con i loro figli.

Prete povero, con lo stile della più bella e sincera tradizione ambrosia­na, don Eugenio è un Assistente di Oratorio instancabile, pastore e padre sincero dei figli di un popolo umile, povero.

Fedele al Suo motto "SEMPRE SULLA BRECCIA", le responsabilità più grandi, le situazioni più delicate o disperate, le attività più impegnative, i lavori più impensati, anche i più umili e faticosi, Lo trovano sempre presente a dare testimonianza, con l'esempio, dell'amore che ognuno dovrebbe avere, come Lui ha, per il Patronato, per l'Oratorio, per i giovani.

L'ultima grande impresa di don Eugenio è la costruzione di un Oratorio femminile nel quale accogliere le bambine e le ragazze del rione rimaste senza assistenza spirituale dopo la chiusura, nel 1973, dell'Oratorio femminile di via De Castillia, conseguente al trasferimento delle Rev.de Suore Francescane.

Privo di mezzi, ma sostenuto dall'affetto dei Suoi ragazzi e dall'entusia­smo delle ragazze, per quasi quattro anni spende ogni Sua personale energia e la Sua tenacia è finalmente premiata: trovata una modestissima sede, studia i tempi e i modi per avviare l'attività della quale, in terra, non potrà purtroppo vedere l'inizio.

Qualche mese dopo la Sua morte, l'Oratorio femminile inizia la sua attività: il seme gettato comincia a germogliare e sicuramente, diretta­mente dal Paradiso, don Eugenio manda ai due Oratori, il nuovo femmi­nile e il vecchio maschile, la Sua paterna benedizione.

 

 

Il Suo Sacerdozio

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Per il giorno della Sua vestizione, Eugenio sceglie l'immagine di Gesù circondato dai fanciulli, con la frase evangelica "... lasciate che i pargoli vengano a me...".

Ordinato sacerdote la frase è, per quarantanove anni, lo scopo e l'im­pegno del Suo ministero: una vita di apostolato tra i bambini e i giovani ai quali porta lo stesso sacro rispetto che porta all'Eucarestia.

Don Eugenio per i Suoi ragazzi è pronto a tutto, a qualsiasi sacrificio: fino alla consumazione fisica; nel Suo comportamento, nel Suo linguag­gio non è presente nulla che possa, anche lontanamente, offendere o scandalizzare un fanciullo.

Serio, misurato negli atti, è rigoroso e intransigente nella disciplina; paterno, ha per ognuno parole di bontà e di amore.

L'entusiasmo con il quale insegna le verità del Vangelo ai piccoli che si preparano alla prima S. Comunione, il vigore e il contenuto delle Sue prediche, il fervore che suscita alle funzioni del mese Mariano, testimo­niano la Sua statura spirituale e la purezza della Sua fede unite all'impe­gno e alla sentita responsabilità del Suo ministero.

Numerosi giovani, cristianamente educati, escono dal Patronato e as­solvono con onestà il loro impegno nella famiglia e nella società; una decina di giovani scoprono la vocazione sacerdotale e seguono l'esempio di vita di don Eugenio.

Spesse volte, negli ultimi anni di vita, diceva ai Suoi giovani: "Quando morirò, il Signore aprirà un grande libro e su ogni pagina, in alto, vi sarà il nome di ciascuno di voi. Ed il Signore mi chiederà:don Eugenio che cosa hai fatto per questo ragazzo o per questa ragazza che ti ho affidato? Hai fatto tutto il possibile per il loro bene?".

   Al Signore risponderemo noi, per te, dicendo" Si, veramente ha fatto tutto il possibile!".

   Ed uniremo poi le nostre voci a quelle del Signore per dirTi: Grazie don Eugenio!

 

 

L'edificazione del Patronato le distruzioni della guerra

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Pianticella messa a dimora nel terreno dell'Isola nel 1911 il Patronato S. Antonio, in poco spazio soffocato tra le case, affonda le sue radici e sviluppa la sua attività a favore dei giovani.

Grazie al coraggio dei superiori nel contrarre pesanti debiti, alla gene­rosità dei benefattori ed alla pazienza dei creditori, ma soprattutto alla costante preghiera dei bambini e dei giovani, il Patronato sviluppa, gradatamente e con pesanti sacrifici, anche la sua dimensione fisica allo scopo di accogliere un numero sempre maggiore di giovani.

Al primo pensionato inaugurato nel 1916 si aggiunge, nel 1925, un nuovo dormitorio per cinquanta giovani; nel novembre 1925 viene benedetta dal Cardo E. Tosi e quindi aperta al pubblico la chiesa sistema­ta nell'ex cinema "Internazionale", nel 1929 viene costruita, in via Borsieri 18, la casa per i sacerdoti e nel 1936 viene consacrata la nuova chiesa dedicata al Santo Volto.

Nell'ottobre 1937 don Eugenio succede a don Francesco Roveda nella direzione del Patronato e, nel dicembre 1938, si inaugurano il nuovo pensionato, per oltre cento giovani, il salone-teatro ed alcune aule.

La pianticella del Patronato è finalmente una florida pianta con radici profonde e tronco robusto: la soddisfazione è grande e riempie il cuore di tutti.

Gli ideali e la personalità di don Eugenio non permettono al credo fascista di entrare al Patronato; la gioventù trova così a protezione dal plagio politico dell'epoca, un'isola nell' "Isola": educata alla morale ed all'etica cristiana, vive con impegnata partecipazione e grande entusia­smo le numerose attività che don Eugenio organizza ed anima nel Patro­nato. Arriva il 1940, ed è la guerra!: oltre cento giovani del Patronato partono per il fronte; per tutto il periodo bellico don Eugenio scrive ad ognuno sostenendolo con amore paterno; caduti nelle battaglie in terra, mare, cielo e nei campi di concentramento ben diciassette di loro non fanno ritorno.

La città è sottoposta a bombardamenti; la gente del rione, in cerca di protezione o perchè ha la casa distrutta, sfolla dalla città: la famiglia del Patronato è fisicamente e profondamente lacerata.

La notte del 13 agosto 1943 il fabbricato del pensionato è ridotto ad un ammasso di macerie!

L' 8 novembre 1944, a seguito dell' attività svolta a favore degli ebrei e dei perseguitati politici, don Eugenio è arrestato dai "brigatisti della Muti', ma per la reazione degli abitanti dell'Isola ed il personale intervento del Cardinale Schuster viene presto liberato.

La guerra sta per finire e don Eugenio si ritrova intimamente colpito dai lutti, dalle distruzioni, dalle lacerazioni che hanno prodotto profonde ferite alla famiglia del Patronato.

 

 

La ricostruzione

 

25 aprile 1945: la guerra è finita! Tornano i reduci, rientrano gli sfollati: alla contentezza per la fine della conflitto subentra, drammaticamente, la cruda realtà del dopoguerra. Il ritorno alla normalità procede tra infinite difficoltà e la gente è presa dallo sconforto e dalla disperazione.

Anche il Patronato sente intensamente il dolore delle ferite.

Di fronte a questa generale situazione di miseria, distruzioni, lutti, smembramenti, disperazione, don Eugenio si presenta forte come sem­pre, con tutte le Sue energie, le Sue capacità e il Suo amore pronto a ricostruire a costo di qualsiasi sacrificio il Patronato, ancor prima che nelle strutture, nell'amore che lo univa in grande Famiglia.

Già nel gennaio 1946, con l'articolo "Cosa bolle in pentola?", don Eugenio invita tutti a impegnarsi nell' opera di ricostruzione del Patrona­to.

I mezzi sono pressoché inesistenti, ma l'entusiasmo che don Eugenio riesce a suscitare trasformano il Patronato in un cantiere.

Gruppi e singoli, giovani 'e anziani lavorano instancabilmente: rinasco­no le attività sportive, La filodrammatica, la schola cantorum, le attività dei ritrovi maggiori e minori, si organizzano conferenze ed altre attività di gruppo. Riprende la tradizione del mese Mariano, si riformano i gruppi degli Accoliti, dei Paggetti e dell'Associazione Missionaria. Parallelamen­te si lavora in altri cantieri ed i risultati premiano largamente gli sforzi che tutti compiono con fede nell'istituzione con l'esempio di don Eugenio. Nel luglio 1946 si inaugura a Branzi, in Valle Brembana, la colonia "La Montanina"; nel maggio 1948, con il versamento di una piccola caparra, viene acquistata una casa al Passo Gavia; nell'ottobre 1949 si inaugura il Pensionato ricostruito, ed infine nel luglio 1953 si inaugura la colonia di Marina di Massa!

Della ripresa di ogni tipo di attività, di ogni realizzazione, don Eugenio è l'ideatore, il propugnatore, l'artefice: spendendo tutto se stesso si impe­gna a fondo per portare a buon fine, sempre, ogni iniziativa intrapresa per il bene dei Suoi ragazzi. La ricostruzione è compiuta! La società si sviluppa industrialmente: iniziano gli anni del boom economico.

     I cambiamenti che si verificano, mentre risolvono alcuni problemi, ne sollevano di nuovi.

     Nel 1961 don Eugenio assume la responsabilità di avviare e condurre il nuovo pensionato, dedicato a Paolo VI, a Cassinetta di Biandronno,. presso Varese, che ospita quattrocento cinquanta giovani lavoratori della IGNIS: invia sul posto il Suo collaboratore don Renzo Cavallini, e per circa dodici anni resta solo a sopportare ogni peso che la conduzione del Patronato comporta.

 

 

La casa di alta montagna a Trona

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Oltre che al Patronato, don Eugenio lavora come segretario alla Fede­razione Oratori Milanesi e per circa dieci anni è incaricato di dirigere, nel­ periodo estivo, la casa di alta montagna "Pio XI" a Trona, in Valsassina.

La casa, costruita in un bellissimo paesaggio, è un pò fuori mano e priva di comfort; inoltre è frequentata promiscuamente da giovani prove­nienti da diversi Oratori milanesi per cui non sempre la convivenza risulta facile.

Don Eugenio, organizzatore abilissimo, stabilisce regole di comporta­mento che "nessuno" può trasgredire ed in breve tempo assicura alla comunità dei giovani uno stile di vita che è una vera gioia di vivere.

Nell'arco di diversi anni numerosi giovani, anche del Patronato, fre­quentano la casa di Trona e, sotto la guida e con l'esempio di don Euge­nio, ricavano da vacanze allegre ma ordinate importanti esperienze di vita.

   Nel 1943, a causa degli eventi bellici e della guerra partigiana che si svolge sulle montagne, le vacanze a Trona sono sospese.

   Finita la guerra don Eugenio sale aTrona con un gruppo di giovani: della casa restano solo poche rovine.

   Don Eugenio non si piega agli eventi: l'esperienza di Trona è troppo importante e non può essere dispersa.

Su quelle rovine don Eugenio si impegna con se stesso a ricostruire, in alta montagna, una casa nella quale i Suoi giovani possano continuare e sviluppare l'esperienza avviata a Trona: tre anni dopo, nell'agosto 1948, il primo gruppo di giovani soggiorna nella Casa del Patronato al Passo Gavia.

 

 

La colonia di sfollamento a Serina

 

Da quasi tre anni la guerra sottopone tutti a durissime prove, grandi sofferenze e pesanti sacrifici; ed anche i bambini, vittime inconsapevoli, pagano un contributo altissimo!

Milano è sottoposta a violenti bombardamenti aerei: la gente sfolla verso località strategicamente non significative e quindi meno pericolose.

Ma non tutte le famiglie sono nelle condizioni, ed in tanti casi nella possibilità, di lasciare la città.

I bambini che, con le loro famiglie, restano in città sono esposti a gravi pericoli: don Eugenio è profondamente preoccupato per la loro incolumità e si adopera, con tutte le Sue energie, per provvedere alloro sfolla­mento in una località sicura.

Dopo il massiccio e devastante bombardamento aereo del 14 febbraio 1943, don Eugenio apre una colonia di sfollamento a Serina, in Valle Brembana, ed il 19 febbraio 1943 fa partire un primo gruppo di bambi­ni dell'Isola.

Successivamente, a breve distanza, altri bambini del rione sfollano a Serina e nella colonia si arriva a centoquaranta presenze! Nel periodo in cui i bambini sono sfollati, don Eugenio fa la spola fra Milano e Serina: compie inoltre innumerevoli viaggi per reperire alla borsa nera, farina, patate, riso, pasta e qualsiasi altro genere alimentare indispensabile per non fare "tirare la cinghia" ai suoi ragazzi.

Con la direzione del Signor Erminio Vismara e l'assistenza spirituale di don Alfredo- Seveso, vicedirettore del Patronato, la colonia vive come a Milano, con le regole e nella familiare tradizione del Patronato ed ai bambini ospitati viene garantito, naturalmente tenendo conto delle con­tingenze del momento, tutto quanto serve per trascorrere una vita sana e serena anche se lontani dalla famiglia; l'unica nota che ai bambini risulta stonata è quella di avere, anche se sfollati, l'obbligo della frequenza scolastica!

Il 2 settembre 1944, improvviso quanto inaspettato, un ordine sradica di colpo la colonia di Serina! Giustificando il fatto conseguente a motivi di sicurezza (in realtà appena partiti i bambini nei locali della colonia viene istituito un comando per la lotta antipartigiana) l'autorità di occu­pazione militare tedesca unitamente al comando delle brigate fasciste trasmettono a don Eugenio un ordine: chiusura della colonia e sgombero immediato dei bambini; tempo massimo tre giorni!

    Ogni ricorso, ogni argomentazione, ogni tentativo di ragionamento volti a difendere l'interesse dei bambini trovano indifferenza e durezza d'animo:sgombero entro tre giorni!

Il5 settembre 1944, termine ultimo concesso, don Eugenio, suo malgra­do e con tanta amarezza nel cuore, chiude la colonia di Serina e riporta a Milano tutti i bambini sfollati. Il capitolo Serina, già così come vissuto, può essere considerato tra le pagine più belle scritte da don Eugenio nel Suo lungo apostolato al Patronato.

Solamente a distanza dalla fine della guerra tornata la serenità negli animi, e quando le tracce degli interessati si erano disperse in modo che non si potesse "fame una montatura", don Eugenio rende nota una situazione a tutti sconosciuta che rende ancora più prezioso il capitolo di Serina, e che ancora più testimonia la sensibilità, l'amore ed il rispetto che don Eugenio porta verso i giovani.

 

Nella colonia di Serina, sotto falso nome e nel più assoluto anonimato (anche don Alfredo e il Sig. Vismara erano all' oscuro di tutto!) Lui, don Eugenio, aveva "sfollato" alcuni bambini ebrei che gli erano stati affidati dalle rispettive famiglie perchè li proteggesse e li preservasse dalle persecuzioni razziali in atto a quei tempi.

   E nel periodo di Serina a quei bambini ebrei non fu né imposta, né proposta la religione cattolica, cosicché alle loro famiglie ritornarono con la fede dei loro padri.

 

Dopo lunghe e difficili ricerche, intraprese più di tre anni fa per iniziativa dell'Associazione Ex Allievi, si è arrivati a rintracciare e contat­tare uno dei "bambini ebrei" di Serina, che ora, cittadino israeliano, vive a Shderot in Israele.

Da questa presa di contatto è nato l'iter che, a ben quarantasette anni di distanza dai fatti ed a quasi quattordici anni dalla morte di don Eugenio, ha

«...consentito di stabilire, senza ombra di dubbio, che don Eugenio Bussa merita pienamente di essere considerato "GIUSTO" fra gli appartenenti alle nazioni del mondo, e di meritare, perciò, una medaglia alla memoria ed un albero intitolato al Suo nome». *

 

DON EUGENIO BUSSA AVRÀ UNA MEDAGLIA E UN ALBERO CON IL SUO NOME.

ESSO SARÀ PIANTATO INSIEME A QUELLO DEGLI ALTRI GIUSTI.

 

Yad Vashem

 

 

In altra occasione, ed a ragione, è stato scritto che il capitolo di Seri­na è scritto a lettere d'oro!

 

*Dalla relazione della Commissione esaminatrice alla Direzione dell'Istituo Yad Vashem

 

 

 

Branzi: la montanina 'h 

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La guerra è finita da un anno; tra un paio di mesi termina l'anno scolastico ed i bambini hanno bisogno di una buona vacanza per rinvigo­rire il fisico, mettere un pò di polpa in giro alle ossa, godere dei benefici di un periodo passato in gran parte all'aria aperta: al mare o in montagna.

La villeggiatura dei propri bambini è però un lusso che, salvo qualche caso, le famiglie dell'Isola non si possono permettere.

Don Eugenio sente il dovere paterno di provvedere ai Suoi ragazzi e, previdente, si muove per tempo; prende in affitto una casa che può adattarsi allo scopo e alla fine della scuola si trova pronto: nel Luglio 1946 si un augura a Branzi, in Valle Brembana, la colonia "La Montanina" per i bambini dai sei ai dodici anni.

Da via Borsieri, parte una piccola armata Brancaleone.

A Branzi, con la vita all'aria aperta, le passeggiate,le competizioni sportive, i giochi ben organizzati, uniti a cibo sano e abbondante, i bambini si trasformano: tornano a Milano ancora dimessi negli abiti, ma floridi e robusti nel fisico.

   La Montanina è anche scuola di vita: lontani dalla famiglia i bambini vengono educati alla vita in comunità.

   Come all'Oratorio, a Milano, i maggiori assicurano la disciplina, ogni tipo di assistènza ed organizzano le diverse attività ricreative.

   I Superiori provvedono alla educazione morale e civica nello spirito della tradizione del Patronato.      La Montanina ospita fino a duecentocinquanta bambini per stagione e ad ogni anno si ripete la stessa meravigliosa esperienza.

   Don Eugenio, ancora una volta, ha visto lontano e la Sua previdenza è, fino al 1954, provvidenza per diverse centinaia di bambini.

 

 

La casa di alta montagna al Passo Gavia

 

Dopo la distruzione, per cause di guerra, della casa di Trona, don Eugenio sogna per alcuni anni una casa in alta montagna tutta e solo per i giovani del Patronato.

Desidera trovare un ambiente adatto per trascorrere serene e spensie­rate vacanze combinate a preziose esperienze di vita.

E lo trova, finalmente, nel 1948: con il versamento di una piccola caparra acquista, ai 2652 metri del Passo Cavia, una vecchia costruzione da ristrutturare. Pieno di entusiasmo, don Eugenio si rimbocca le maniche e con l'aiuto della Provvidenza realizza il Suo sogno: nasce la «Casa di alta montagna» al Passo Cavia che, subito e per tutti diventa "il Cavia".

Anno dopo anno, la casa è completata nelle finiture e si arricchisce di servizi per diventare sempre più confortevole ed ospitale.

Spinto soprattutto dal desiderio di ospitare un nucleo di ragazze che inizieranno a formare l'Oratorio femminile al Patronato, don Eugenio decide, nel 1973, di ampliare la Casa: l'impegno è notevole, ma pur tra mille difficoltà (leggi debiti!) l'ampliamento è realizzato.

Il capolavoro di don Eugenio non è però, anche se meritevole, la Casa, ma bensì lo spirito del Cavia che ha saputo creare e trasmettere ai giovani: spirito che, trasmesso negli anni di formazione del carattere e della personalità del giovane, resta impresso nell'animo per sempre!'

La comunità del Patronato, al Cavia, è organizzata da don Eugenio in maniera che ognuno si senta contemporaneamente aiutato e utile agli altri. La disciplina, pur avendo regole inviolabili, non è da caserma: educa alla convivenza senza fare violenza alla personalità del giovane. Il rispetto reciproco, la lealtà, il senso di solidarietà, la sincerità, il valore della fraterna vera amicizia, sono pane quotidiano.

I momenti di spiritualità che si vivono al Cavia sono di una intensità stupenda: la preghiera, un canto su qualche vetta o, a sera, al Crocefisso del Lago Bianco, la S. Messa in cima alle montagne o nella raccolta Cappella della Casa; o il vedere un gruppo di ragazzi che a sera si confrontano serenamente sul loro comportamento nella giornata tra­scorsa cercando di individuare eventuali carenze di comportamento!

   Le gite, le scalate, i giochi, le serate trascorse in intima allegria comple­tano la bellezza del vivere al Gavia.

Quanti ex allievi che sono stati lassù, magari venticinque-trent'anni fa, ricordano con nostalgia, commozione e profonda riconoscenza la scuola di vita del Cavia!

Dopo la morte di don Eugenio la Casa del Cavia vive nella tradizione permeata dal Suo alto insegnamento. Chi sale lassù, sente la Sua presen­za; forse è proprio vero: il Paradiso è molto, molto vicino al Cavia!

 

 

Marina di Massa: "villa Delle Piane"

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Reverendo, la villa costa cinquanta milioni: quanto mi può offrire?

Mah, veramente (facendo un rapido quanto fallimentare calcolo mentale) affrontando l'onere di forti debiti, le potrei dare....................................................................................................... quattro       forse cinque milioni: ma le posso assicurare le preghiere di seicento bambini e ragazzi del mio Oratorio.

 

Con questa sconcertante, ingenua, ma profondamente sincera rispo­sta, don Eugenio conquista il cuore del Comm. Carlo Delle Piane il quale, colpito dalla figura di questo prete, dona la sua bellissima villa di Marina di Massa al Patronato Sant' Antonio perché nei mesi estivi ospiti i bambini dell'Oratorio.

Don Eugenio da lungo tempo è alla ricerca di un ambiente, da affitta­re, per farne una colonia marina: la Provvidenza lo porta a Marina di Massa, ed oggi 2 marzo 1953 si ritrova con una villa in mano, tutta per i suoi bambini.

Quattro mesi dopo, luglio 1953, villa Delle Piane accoglie il primo gruppo di ospiti; ogni anno, in due turni, sono garantiti centotrenta posti per i bambini dell'Oratorio in età tra i sei ed i tredici anni.

Come a Serina, a Branzi, al Gavia, i bambini ospitati vivono la stessa atmosfera familiare dell'Oratorio; i maggiori provvedono a ogni loro necessità e organizzano le loro attività ricreative: i Superiori provvedono alla loro educazione e formazione.

Una bella villa, un parco privato con centinaia di piante, spiaggia privata, vita all'aria aperta, spettacoli, gare, giochi vari,' partite a calcio e basket e tante altre attività, aggiunte ad un trattamento eccellente, rendono entusiasmante il soggiorno a Marina.

Dal 1975, anche le bambine dell'Isola possono godere, a Marina, la stessa straordinaria atmosfera familiare del Patronato che i fratelli dell’O­ratorio, più fortunati, godono ormai dal 1953!

 

 

Filodrammatica

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Il teatro inteso come impegno personale per chi recita o collabora, a qualsiasi livello, alla rappresentazione e come sano divertimento o fattore educativo per chi assiste alle recite, è una forma di spettacolo che don Eugenio valorizza e tiene in particolare considerazione, prova con­ creta della quale è il salone-teatro che fa costruire, nel 1938 con un palcoscenico quasi professionale.

   Inoltre il teatro è uno dei mezzi per avvicinare al Patronato famiglie di diversi strati sociali ed integrarle fra loro.

   Perciò per lunghi anni don Eugenio si impegna attivamente ad anima­ re e valorizzare la sezione filo drammatica dell'Oratorio.

Contemporaneamente, o alternativamente, in qualità di regista, sceno­grafo, costumista, truccatore, tecnico del suono e delle luci, musicista, direttore d'orchestra, maestro del coro ecc. manda in scena numerosis­sime accademie, commedie, riviste, operette.

La buona riuscita della rappresentazione è sempre curata con lo stesso impegno: sia che si tratti di fare recitare pochi ragazzi, sia di fare recitare, come «Nel paese dei Fortunelli»,fino a centotrenta tra bambini, giovani, adulti.

Al riconoscimento entusiasta del pubblico si aggiunge, per alcuni lavori, il riconoscimento ufficiale e la premiazione da parte della Federa­zione Oratori Milanesi.

Nell' attività della filodrammatica don Eugenio sostiene una tradizione che dura per lunghi anni: lo spettacolo di S. Stefano, con il sorteggio dei premi della lotteria (tacchino, panettone, spumante!) e lo spettacolo di carnevale con la sfilata e la premiazione delle mascherine.

 

 

Schola cantorum

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Autodidatta, Eugenio impara a suonare il pianoforte e quindi l'organo a canne. La sua bravura lo porta, da seminarista, a suonare l'organo per un certo periodo nel Duomo di Milano dove conosce il celebre compo­sitore don Lorenzo Perosi.

Nel 1931 nasce al Patronato la Schola Cantorum alla quale don Euge­nio si dedica, fino alla Sua morte, con grande entusiasmo suonando l'organo e dirigendo il coro. Compone, con musica e parole, numerosi canti ed inni che sono l'espressione più sincera del Suo modo di intendere il canto e la musica, come preghiera e lode a Dio. Tra le diverse composizioni ricordiamo la "MISSA SANCTI LAURENTII", "LE SETTE PAROLE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO IN CROCE" ed il dolce canto "ALL' ONOR PREDESTINATA", nel quale traspare la Sua marcata e filiale devozione alla Madonna.

Oltre che alla Schola Cantorum, don Eugenio si impegna ad istruire i cori e i solisti della filo drammatica: compone arrangiamenti musicali di operette, riviste, accademie. Don Eugenio non perde occasione per fare cantare i Suoi ragazzi: all'oratorio, in .chiesa, alle gite, al mare e in montagna!

Indimenticabili restano i cori eseguiti sui ghiacciai e sulle vette circo­stanti alla casa del Gavia; e della casa don Eugenio, al pianoforte, anima e accompagna il canto dei giovani nel corso di serate che restano nel cuore e nella mente, tra i ricordi migliori, per sempre!

Dal 1963 al 1968 don Eugenio si impegna in una impresa che sarà considerata uno dei Suoi capolavori: sotto la Sua personale direzione l'organo originale, a due corpi, con un lavoro totalmente eseguito al Patronato da un esperto organaro, viene ampliato con l'aggiunta di un terzo organo, il rifacimento della consolle principale e la costruzione di una consolle gemella spostabile sul piano della chiesa.

 

La fotografia

 

Abile fotografo e critico esigente, ben poche fotografie lo trovano soddisfatto (quante volte dice « te set un brocc!«), ma non ne butta via nessuna, sia scattata da Lui o da altri: nella Sua raccolta, passata all'archi­vio fotografico parrocchiale, ne sono conservate qualche migliaio. La fotografia, insegna, è un documento reale, una testimonianza che fa rivedere persone e ambienti: fa rivivere gli avvenimenti!

E raccomanda: "........ quando fate una fotografia, mettete sempre sul retro luogo e data e, se potete, qualche altra notizia: a distanza di tempo non farete confusioni e sarete correttamente documentati".

La Sua passione per la fotografia non segue un filone preferenziale: un panorama, un ritratto, un fiore, un'istantanea, una foto a poche persone o a folti gruppi sono sempre un buon soggetto per scattare una bella fotografia.

Chi non ricorda le estenuanti pose davanti al Suo obiettivo?:

   "... ti sbasa la testa..... ti sposta la gamba e guarda de là........ tu, spostati in avanti e mettiti seduto!";

  prima di scattare quante messe a punto!

 

Nel corso dell'udienza privata concessa nel 1969, S.S. Paolo VI esprime il caro ricordo che ha della Casa al Gavia, da lui visitata quando era Arcivescovo a Milano.

A distanza di qualche anno don Eugenio, allo scopo di vivificare un caro ricordo dell'anziano Pontefice e testimoniare la Sua devozione sacerdo­tale, illustra con magnifiche fotografie, in gran parte eseguite da Lui, il viaggio percorso dall'allora Cardinale Montini: Ponte di Legno - Gavia­Santa Caterina Valfurva.

Il 19 luglio 1976 don Eugenio è ricevuto in udienza privata da S.S. Paolo VI al quale dona, a nome del Patronato, l'album con una raccolta di veri capolavori fotografici, che gli è costato oltre due anni di lavoro.

Il Papa è commosso per il magnifico dono e don Eugenio è felice di averlo fatto contento.

   La fotografia testimonia la commozione e la felicità di due anziani sacerdoti: uno Pontefice a Roma, l'altro prete all'Isola.

 

 

Le gite

 

Le gite che don Eugenio organizza al Patronato, non si possono contare!

   Salvo il cammello, l'elicottero, il dirigibile e il sottomarino, impiega ogni mezzo di trasporto per gli spostamenti dei Suoi giovani.

Gite e pellegrinaggi per i cooperatori, i maggiori, gli accoliti o i canto­ri, per i soli bambini o le sole bambine, per i ragazzi della scuola estiva; ne sono state fatte un pò ovunque: in Italia e all' estero.

Ma alla parola gita viene spontaneo ricordare la tradizionale, meravi­gliosa e imponente gita che corona la chiusura del mese Mariano: ogni anno si rinnova uno spettacolo che all'Isola è unico!

Sei-settecento bambini, 'bambine, giovani, accompagnati e sorvegliati da cooperatori, maestri di dottrina, ex allievi, si radunano al Patronato e, insieme, partono per la meta che è sempre piacevole e interessante.

Alla preparazione di questa gita don Eugenio inizia a lavorare, in aggiunta al resto che deve fare, due-tre mesi prima in quanto è necessa­rio definire, fin 'nei minimi dettagli, la meta, gli itinerari,  i mezzi di trasporto, i servizi, gli orari e, non per ultimo, il costo che deve risultare il più contenuto possibile.

Di persona, magari anche più di una volta, si reca sui luoghi da visitare per «controllare» se esiste anche la pur minima possibilità di un qualsia­si pericolo o incidente per i gitanti: ove esiste, o si supera con sicure garanzie, o si cambia il mezzo di trasporto, l'itinerario o addirittura la meta.

La serietà con la quale si organizza la gita di maggio, infonde ai genito­ri una sicurezza senza riserve: si prova persino a super:are, in soli due giorni, le seicento iscrizioni dopo avere annunciato la data della gita senza comunicare la meta!

Quale premio all'assidua frequenza alle funzioni Mariane, la gita di maggio è anche l'occasione per trascorrere tutti insieme una giornata di intima convivenza senza barriere o condizionamenti di nessuna natura.

E la bellezza della giornata si completa a sera quando, sulla piazzetta dell'Oratorio o alla stazione, centinaia di genitori in simpatica e cordia­le integrazione vivono l'attesa, con largo anticipo sull'orario di arrivo previsto, di riunirsi gioiosamente ed amorevolmente ai propri figli, sicuramente stanchi ma colmi di felicità e desiderosi di raccontare ogni minuto della giornata trascorsa

 

 

La morte di don Eugenio

 

29 gennaio 1977: dopo una notte insonne, dedicata, come tante altre, a risolvere i problemi dei Suoi giovani, don Eugenio ci lascia, improvvi­samente, per sempre.

La notizia si propaga nel rione in un baleno: il gazzettino padano ne dà comunicazione a livello regionale. L'evento, inaspettato, ci lascia increduli e smarriti: ci sentiamo soli, abbandonati.

   È sabato, giorno di mercato; mentre si allestisce la camera ardente, una folla attende di rendere omaggio alla salma.

Migliaia di persone di ogni età, ceto sociale, fede politica, per due giorni recano il loro estremo saluto a don Eugenio che all'Isola, salvo forse per gli ultimi immigrati che non lo conoscono, è un punto di sicu­ro riferimento: il lutto è entrato in ogni cuore.

All'uscita dalle scuole i Suoi ragazzi e le Sue ragazze, corrono all'Ora­torio; vogliono sapere come è successo, ma non riescono a parlare; molti piangono, qualche altro fugge via: abituato a confidarsi solamente con don Eugenio non vuole confidare a nessuno il suo dolore.

I giovani e gli ex allievi Lo vegliano tutta la notte, non vogliono abban­donarLo: don Eugenio li aveva seguiti sempre!

Durante la S. Messa di suffragio vengono eseguiti, con voce commossa, i canti composti e insegnati da don Eugenio; quando la salma viene portata a spalle dai Suoi allievi ed ex allievi e viene intonato l'inno dell'Oratorio, la commozione ha il sopravvento: improvviso e spontaneo ., si eleva un applauso al Suo operato.

I più piccoli con la mano gli fanno ciao come per dire, come quando Lo vedevano partire per il Cavia o per Marina, «Torna presto, don Eugenio!»

Ed il 12 aprile 1981, per volere unanime delle tante, tante persone che Ti hanno voluto intensamente e sinceramente bene, Sei tornato alla nostra Casa, nella nostra Chiesa!

Sulla Tua tomba, chiediamo a Dio onnipotente che la Tua parola e il Tuo esempio siano sempre insegnamento, conforto e sostegno a noi ed a quanti verranno, dopo di noi, al Patronato.

 

 Don Eugenio, dal Paradiso aiutaci ad essere come Tu ci volevi!

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«...QUANDO UOMINI COSÌ GRANDI CI PASSANO ACCANTO NON POSSIAMO PIÙ VIVERE COME SE  CIÒ NON FOSSE ACCADUTO: ESSI SONO UN DONO ED UN RICHIAMO ALL'IMITAZIONE E AL DONO DI NOI STESSI PER IL BENE DEI FRATELLI...»

  

 

Dalla lettera inviata da S. Em. il Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivesco­vo di Milano, in occasione della traslazione della salma di Don Eugenio Bussa dal Cimitero di Musocco alla chiesa del S. Volto.

 

 

 

 

 

 

 

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